LA FORZA DELLA VENDETTA, LA FORZA DEL PERDONO

(Graziella Maria Lopez)

LE NOSTRE STORIE

Noi a volte possiamo provare rancore, rabbia, risentimento per i torti subiti. Volevamo dei genitori amorevoli, che ci avessero valorizzato, che ci avessero fatto sentire quanto eravamo importanti per loro e invece tutto ciò non è successo. Quante volte abbiamo desiderato delle manifestazioni di affetto speciali dai nostri genitori, gli auguri per il nostro compleanno, un complimento o sentirsi dire: ti voglio bene! A volte desideri non soddisfatti ci hanno provocato dolore, sofferenza, rabbia, poi rancore, risentimento e infine vendetta. Provate a pensare a qualcosa che vi fa tanto arrabbiare, che vi scotta ancora dentro di voi. A volte ci siamo sentiti trattati male, ci hanno mancato di rispetto, di considerazione e abbiamo ripagato con la stessa moneta.

Il bambino che non si sente amato come vorrebbe, vive in un primo momento una confusione, un disorientamento, non si rende conto di quello che gli sta succedendo. Si aspetterebbe amore, dolcezza, comprensione, ma se questo non arriva sarà invaso da un dolore devastante. Allora pensa che è per colpa sua che non viene amato, pensa che è cattivo e quindi colpevole e quindi non meritevole di amore.

Il disagio, l’inadeguatezza che prova li deve in un certo modo spiegare e dargli un senso.

Il bambino pensa: se io divento buono mia madre mi amerà, allora si dà una speranza, perché non può ammettere a se stesso che possa avere una madre rifiutante o cattiva.

Poi per difendersi dal dolore tirerà fuori la rabbia o la sentirà dentro di sé senza poterla esprimere, per paura di essere ancora più rifiutato. Dopo la rabbia arriverà il risentimento, il rancore, e infine arriverà il desiderio di vendetta. Tutti questi sentimenti il bambino molto piccolo non li può tirare fuori, perché dipende in tutto e per tutto dai genitori e allora relega questi sentimenti negativi, questo odio e questo dolore nell’inconscio. Fin dalla primissima infanzia, ma già nella vita intrauterina, la vita viene gravemente attaccata da numerosi traumi che generano odio, che il bambino accumula dentro di sè verso le figure genitoriali che sono stati la causa, spesso involontaria, di tutto questo. Ora questo odio rimosso, chiamato così perchè inconscio, in quanto non ne siamo consapevoli e che è stato represso, non vuol dire che non esiste e non ha effetti negativi su di noi, anzi sviluppa odio verso noi stessi e verso gli altri.

Quasi tutti i figli che in qualche maniera hanno ricevuto dei torti si vendicheranno facendo pagare ai genitori e /o ad altri “fino all’ultimo sangue” il male ricevuto. Ci siamo vendicati con i nostri genitori scegliendo dei percorsi negativi e distruttivi per vendicarci e dire: “Vedete come sono diventato per colpa vostra!” Questa è una vendetta che fa male solo a noi stessi. La vendetta si può agire sul partner o su altre persone per torti reali o presunti. Da grandi dovremo ri-attraversare quei traumi per contattarli, elaborarli, dargli un senso e perdonarli. Occorrerà iniziare un percorso di trasformazione ri-partendo dalla vendetta per ri-percorrere a ritroso tutto quello che abbiamo vissuto come il rancore, la rabbia, l’odio e infine il dolore.   

Parliamo in modo più completo di queste, emozioni, di questi sentimenti negativi.

 

LA RABBIA             è un segnale che manifesta un disagio, un malessere che se ce ne rendiamo conto, ci spinge a fermarci, a riflettere e a pensare che forse dobbiamo trasformare qualcosa. È importante dunque riconoscerla e darle voce. La rabbia in sè non è né buona, né cattiva ma occorre mettersi nella posizione di ascoltarla, accettarla e “farci i conti”.

Possiamo utilizzare la rabbia per proteggerci dal dolore, per manifestare un nostro disappunto, per affermare un nostro diritto.

La rabbia, quando è eccessiva annebbia la nostra mente, ci immobilizza, tutta l’energia positiva è come se si bloccasse, ci fa vedere le cose distorte tutte contro di noi.  La rabbia ci fa entrare in confusione ed anche le possibili soluzioni non riusciamo a vederle.

Quando la rabbia e l'odio ci assalgono non siamo in grado di capire ciò che è bene e ciò che è male per noi e per colpire l'altro colpiamo soprattutto noi stessi. Quando siamo arrabbiati ci sembra che tutti ce l’abbiano con noi, che la vita ce l’abbia con noi, ci sentiamo frustrati e abbiamo un bisogno spasmodico di essere risarciti per qualcosa che non abbiamo avuto.

Che cosa possiamo fare per affrontare la rabbia?

Occorre, riferirsi alla nostra parte saggia (il nostro Sé) che ci ama e ci sostiene per non farci “prendere” dalla rabbia, per non “agirla,”o meglio non essere agiti da essa, ma elaborarla e superarla. Si sa che dietro la rabbia c’è un grande dolore ed è quindi importante, quando siamo molto arrabbiati, chiederci quale dolore profondo stiamo toccando e ri-vivendo. Quando sentiamo montare la rabbia dentro di noi cerchiamo di riflettere e pensare che la rabbia è odio contro di noi, che non ci stiamo amando, infatti, ci fa stare male fisicamente, respiriamo più velocemente, la pressione arteriosa si può alzare, ci sentiamo tristi e perdiamo la nostra serenità.

Occorre poi contattare il dolore che c’è dietro la rabbia, ri-viverlo e nel tempo decidere di perdonare. “Se si riesce ad ascoltare la nostra rabbia possiamo utilizzare l’energia contenuta in essa per risolvere un problema che ci sta toccando. Questa diventa energia che ci aiuta. Se invece la rabbia non trova uno sbocco che possa risolvere il problema, stagna al nostro interno, diviene “stato” di rabbia. Occorre elaborare la rabbia altrimenti, si crea una struttura interna rabbiosa ed inefficace. Quando si entra in contatto con la propria rabbia e con la rabbia dell’altro, è bene fermarsi, non rispondere ad un’aggressività in modo reattivo, ma è bene far passare del tempo per calmarsi. A volte basta non rispondere ed è come se la rabbia svanisse, perché c’è anche la soddisfazione di non essersi fatti “prendere” dalla rabbia. Con Louise Hay diciamo: una delle peggiori cose che possiamo fare è arrabbiarci con noi stessi; la rabbia non fa altro che rinchiuderci sempre più fermamente nei nostri schemi negativi, a volte riteniamo che sia giusto essere in collera con noi stessi per poter cambiare, invece non abbiamo bisogno della rabbia, abbiamo bisogno di accettarci e di darci più amore.

 

IL RANCORE        è uno dei sentimenti più negativi e distruttivi che possano esistere nelle relazioni interpersonali. Questa è una delle esperienze più terribili che noi facciamo e che più avviliscono la nostra vita quotidiana. Ci scopriamo a pensare al nemico assente, ce lo portiamo dentro, abita in noi, ci accompagna, occupa la nostra interiorità, ci prende tutte le energie. Il rancore ci corrode. A volte noi quasi ci affezioniamo al rancore, diventa una parte di noi, lo amiamo, ma intanto ci sta tenendo in prigione, ci sta assorbendo e distruggendo.” (Da internet: Monaco Sabino Chialà)

Se proviamo risentimento verso qualcuno, in realtà chi soffre di più siamo noi. Vivere nel rancore è come prendere del veleno e aspettarsi che muoia l’altro. L. Hay dice che il risentimento specie se coltivato a lungo finisce per divorarci e si può trasformare in quella malattia che chiamiamo cancro. Infatti il risentimento, la rabbia, il biasimo di cui si è nutrita per molto tempo le ha creato un cancro nel suo corpo.  Liberarsi del risentimento, perdonare e lasciare che la vita segua il suo corso l’ha aiutata a guarire. Occorre elaborare e trasformare il rancore per potersene separare.

 Parliamo ora della vendetta

 

 LA VENDETTA      etimologicamente deriva dalla parola latina “vindicta”, la verga con cui si toccava lo schiavo che doveva essere posto in libertà, significa cioè rivendicazione, liberazione, vendetta, castigo o anche dal verbo latino “vindicare”, vendicare reclamare, ricambiare l’offesa subita.

La vendetta è motivata e sostenuta da sentimenti negativi come la rabbia, il risentimento, il rancore, il dolore. Il soggetto che ha subito il torto sia esso reale o presunto ha bisogno di "pareggiare i conti" con colui che è stato la causa della sua sofferenza. Ci si vendica per far provare a colui che ha fatto del male la stessa sensazione, lo stesso dolore, affinchè non si ripeta mai più. Può capitare nella relazione di coppia che un partner per vendicarsi si neghi, metta il muso, interrompa il dialogo, ma questo non ripara il torto subito, ma si fa male soprattutto a se stessi, perché si rimane nell’odio, non ci si ama. Così per vendicarci perdiamo occasioni positive della nostra vita alimentando l’odio. La vendetta, l’odio mantenuto vivo non ripaga il dolore, perché ci prende tutte le energie e non ci permette di vivere serenamente.

La vendetta fa star male soprattutto chi la mette in atto e quindi non si avrà nessuna riparazione o soddisfazione.  Se noi ci vendichiamo siamo colpiti due volte, la prima volta quando abbiamo subito il sopruso, la seconda volta quando diventiamo noi stessi vittime della nostra vendetta perché incapaci di perdonare.

La migliore vendetta è il perdono.

Occorre sempre centrarsi su di sé, e soprattutto quando si pensa di aver subito un torto, di non ritenere che sia un’offesa insanabile e imperdonabile. Nel film (La casa degli spiriti)  molte volte risuona questa frase:  La vendetta non ha mai fatto bene a nessuno”!

Solo l’amore e il perdono per noi stessi e per l’altro mette fine alla rabbia, alla vendetta, al dolore e ci libera.

 

Il PERDONO

Per parlare del perdono, mi riferirò anche al film perché in esso ci sono molte tematiche riguardanti l’odio, il rancore, la vendetta, il perdono.

Chiediamoci:

Come avranno risposto i personaggi del film alla violenza che hanno ricevuto nella loro vita? Con il perdono o con la vendetta?

Cercherò di mettere in collegamento il silenzio e la parola con il perdono, perché questa è proprio una tematica del film.

Il silenzio può essere portatore di rancore e di odio, e quindi può impedire di ri-costruire un dialogo interrotto. Spesso si tace per punire una persona, si mette il muso e quello è un silenzio che rivela proprio i suoi aspetti più negativi, perché il messaggio che viene inviato è soltanto quello di chiusura e di isolamento. La mancanza della parola può essere una punizione per l’altro. Nel film vediamo che Clara punisce Esteban non rivolgendogli mai più la parola. Clara non spiega niente, non cerca di convincere Esteban, marito-padrone a ritornare su i suoi passi. Si chiude nel dolore e dà dolore ad Esteban, si vendica. Il silenzio in questo caso è solo distruttivo, è portatore di rancore e non permette di ri-costruire un dialogo interrotto.

Il silenzio, il non parlare non dà la possibilità di superare la chiusura e perdonare.

Oltre al silenzio come punizione c’è anche un silenzio positivo, quello che serve per ascoltare se stessi e l’altro. Il silenzio permette di fare spazio dentro di noi per metterci nella condizione di accogliere quello che ci verrà detto dall’altro. Questo è un atteggiamento costruttivo. 

La parola, come il silenzio ha una duplice accezione e quindi è bivalente. Con la parola posso svalorizzare, posso aggredire, posso ferire e a volte anche mortalmente come si dice, ma con la parola posso consolare, posso accogliere, posso incoraggiare, quindi bisogna saper usare queste armi nel modo giusto. Nel film vediamo che la separazione dalla moglie permette ad Esteban di riflettere, affrontare il dolore e l’odio e chiedere perdono. “Perdonami Clara per tutto quello che ti ho fatto e per quello che ho fatto a Blanca”, dirà Esteban.  Egli si rende conto del male fatto alla figlia e alla moglie: come ho fatto a non capire..come ho potuto sbagliare!  E chiede perdono anche alla figlia.

La parola, la decisione di comunicare, rende possibile riprendere il dialogo e perdonare.

Silenzio e parola sono quindi due momenti della comunicazione che possono equilibrarsi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra due partner e tra le persone.

Quando si parla di perdono occorre dare voce a questa parola, quando un partner della coppia o chiunque altro desidera essere perdonato è importante che esprima ciò in modo chiaro con la parola: ti chiedo perdono, mi puoi perdonare?

Allo stesso modo è importante rispondere con forza e con chiarezza alla persona a cui si perdona o si accantona l’offesa dire: ti perdono.

Infine la persona che viene perdonata, si deve rendere conto del dono gratuito ricevuto dall’altro, del tentativo di un ravvicinamento e di un superamento delle difficoltà per ricominciare un dialogo che si era interrotto. E quindi è importante anche questa volta dire in modo chiaro: ti ringrazio perché mi hai perdonato. (G. Sorrenti)

Questi sono tutti passaggi fondamentali perché chiedere di essere perdonato, ricevere il perdono e ringraziare del perdono ottenuto, vanno a interiorizzare dei processi, a costruire dentro ciascuno di noi una struttura di consapevolezza e di autostima.

L’orgoglio spesso ci impedisce di dire: ti chiedo perdono, a volte noi diciamo ma è scontato che ti perdono oppure che ti chiedo scusa, ma non è così. Occorre veramente dare voce e dire delle parole per esprimere quello che si è vissuto.

Occorre coltivare il coraggio e l’umiltà per chiedere e ricevere perdono.

 

BIBLIOGRAFIA

Antonio Mercurio, AMORE E PERSONA, 2° Ed.Costellazione di Arianna, Roma 1993

Antonio Mercurio, TEORIA DELLA PERSONA  Metapsicologia personalistica,  Ed. Bulzoni Roma 1978

Antonio Mercurio, AMORE, LIBERTÀ E COLPA, Ed. Bulzoni Roma 1980

Antonio Mercurio, IPOTESI SU ULISSE, Ed. SUR Roma 2007

Antonio Mercurio,  REGOLE PER LA NAVIGAZIONE NOTTURNA DEGLI ULISSIDI, Allegato al n. 3 de”GLI ULISSIDI”

Giampiero Ciappina, L’AMORE E LE RELAZIONI DI COPPIA,  Ed.  Solaris Roma 2007

Louise Hay, GUARISCI IL TUO CORPO, vol. e CD

Lumera Daniel, I 7 PASSI del  PERDONO, Ed. BIS Editore

Domenico Bellantoni, RIVISTA RICERCA DI SENSO, n. 3 2011, Ed. Erikson Trento

Da Internet, Sito: www.edarling.it    

Da Internet, vari siti: “La vendetta”

Da Internet conferenza su”Un tempo per perdonare”di Sabino Chialà

Conferenze sul perdono della Prof.ssa G. Sorrenti

Film: La casa degli spiriti