Miracolo a Le Havre

di Luciana Palleschi

 

 

Ogni personaggio del film affronta un problema e affrontandolo per se se stesso lo affronta per tutti. Consideriamo dunque i vari personaggi come parti di noi.

 

Marcel il lustrascarpe

 

“I lustrascarpe e i pastori sono i soli che vivono

rispettando i precetti del discorso della montagna”, dice Marcel.

 

In questa frase è contenuta tutta la sua filosofia di vita, la dignità del suo vivere di pochi mezzi ma di grandi valori etici, la sua libertà e il suo saper decidere cosa è bene e cosa è male. Grazie all’aiuto di Arletty, ora sua moglie, Marcel ha posto fine ad una vita da “artista bohémien”, fatta di vino, divertimenti e scritti di scarso valore artistico, che lo portava a dormire per strada. Sotto l’ala protettrice di Arletty Marcel ha dato ordine e ritmo alla sua vita: il lavoro, la passeggiata col cane, l’aperitivo, la cena, il riposo. Marcel aveva bisogno di una madre accudente, forse c’era un buco nella sua infanzia. “E’ un bambino cresciuto” dice Arletty di Marcel. L’atteggiamento protettivo, nei confronti di Marcel favorisce la sua crescita e l’assumersi delle sue responsabilità. Marcel fa il suo lavoro con grande dignità ed ironia ed anche se non guadagna molto è soddisfatto di sé. Dal mondo senza regole e senza disciplina è passato ad un mondo più adulto e più consapevole.

 

 

Arletty, moglie di Marcel, ci fa riflettere a come affrontare il dolore.

 

Arletty è molto stimata dagli abitanti del  quartiere. Ha  conosciuto il dolore, il primo marito era un violento. Che non sia anche sua responsabilità? Ora la vediamo occuparsi della casa e del marito fino a notte alta, svolge il suo ruolo di donna di casa in maniera esemplare, non le si potrebbe dire nulla. Quando si ammala gravemente, anche lì deve essere perfetta e preferisce mentire che creare preoccupazioni al marito. Arletty prendendosi cura di Marcel impara a prendersi cura di sé. Non riesce ad aprirsi e a chiedere aiuto al marito, ma riesce ad affidasi al medico e a farsi aiutare da lui. Arletty ha un potere femminile sano che sa accogliere e trasformare, ma anche un potere fallico che esclude e sotto l’apparenza dell’amore, possiede. Dovrà passare attraverso il dolore per imparare ad  affrontare il suo ideale di perfezione e imparare a chiedere aiuto anche a Marcel. Ma è un processo lento, del dolore e della morte non si può parlare. Anche in ospedale, dove si deve ricoverare, continua a nascondere la verità, chiedendo al marito di non andare a trovarla durante la cura che dovrà fare perché, gli dice, “sarebbe dannoso per il mio equilibrio”.

A cosa può servire dunque ad Arletty la sua malattia?  Possiamo leggerla quella esperienza di malattia come la possibilità che la vita le presenta di affrontare il potere femminile fallico, legato al progetto vendicativo contro la madre, potere che deve morire per consentire la nascita di  una donna nuova che si dona e che si fa amare. Il percorso di trasformazione di Arletty si compie nel faccia a faccia con il dolore e con la morte: la sua malattia appare incurabile e non nutre nessuna speranza in un eventuale miracolo: “nel mio quartiere i miracoli non esistono”. Decide di attraversare il dolore e affrontare la morte da sola, senza condividere con le persone care il suo cammino.

 

 

L’incontro di Marcel  con Idrissa. Le opportunità che ad ognuno la Vita offre.

 

Chi è Idrissa?

E’ un bambino, di colore nero, solo uno dei tanti “morti viventi” che arrivano e ripartono da Le Havre in container, in fuga da condizioni di vita subumane e in cerca di una vita migliore. E’ solo ma non è disperato. Con Idrissa Marcel può fare il padre. Una figura calda, accogliente, ma anche autorevole. Lui che ha ricevuto amore da sua moglie Arletty ora può dare amore ad “un figlio”. Idrissa è diretto in una grande città del Nord Europa, per ricongiungersi con sua madre, ma il suo viaggio si è fermato a Le Havre. Perché? Forse la vita in questo modo  sta offrendo a lui e a Marcel la possibilità di un incontro?

Idrissa si affida a Marcel come un figlio fa col padre. Questo bambino solo, è aperto alla vita, si sente a “casa sua” cerca di aiutare in tutti i modi il suo “angelo custode “Marcel, va a fare il lustrascarpe, lava i piatti, si rende utile. E’ un bambino grato alla vita e coglie con amore tutte le opportunità che la vita gli offre. E’ Idrissa che porta ad Arletty il vestito più bello da mettere quando uscirà dall’ospedale. Ma nel breve dialogo tra di loro Idrissa porta una carica di vita e di verità, dice ad Arletty che deve guarire presto perché Marcel ha bisogno di lei: deve pensare alla vita. Il potere dell’amore quando è autentico può fare “miracoli”. Arletty ama Marcel, Marcel ama Idrissa, Idrissa ama Arletty. L’amore donativo è circolare, l’amore di uno rafforza e potenzia l’amore dell’altro e per l’altro.

 

 

Il dolore. Come possiamo trasformare il dolore in un ‘energia creativa’.

 

Con la malattia il dolore diventa il motore di una trasformazione di Arletty. Marcel  affronta il dolore senza abbattersi anzi il dolore gli permette di aprirsi e di prendersi cura di Idrissa. e come un padre amorevole e severo compie i passi necessari per “far nascere” questo figlio della Vita. Marcel usa tutta la sua energia, ironia e creatività per raggiungere il suo obiettivo. La promessa al nonno di Idrissa, che ha incontrato, di non permettere che il ragazzo sia rispedito nel paese d’origine, è un impegno che metterà in moto le migliori energie di Marcel. Non ha molto curato la sua di vita, ora può diventare garante dell’esistenza di quel bambino. E’ il suo riscatto.

Per realizzare il suo progetto Marcel si deve assentare da Le Havre e ciò non gli consente di essere accanto ad Arletty, ma Marcel è sicuro di aver fatto la scelta giusta: scegliere la vita e l’amore è sempre la cosa giusta”.

 

 

Gli altri, la coralità. Aprirsi agli altri e chiedere aiuto. Avremo sempre una risposta.

 

La malattia di Arletty e la presenza di Idrissa a casa di Marcel mette in moto la solidarietà della gente del quartiere. E’ una gara di generosità mossa forse dalla convinzione che un mondo migliore è possibile e se Idrissa ce la farà a raggiungere sua madre la sua gioia sarà la gioia di tutti. Come un organismo, con un movimento corale che sembra una danza, tutti concorrono alla riuscita del progetto, eludendo le forze avverse (il delatore, la polizia) con creatività e genialità.

Per aiutare Idrissa serve del denaro. L’idea è la raccolta di fondi con un concerto di un idolo del quartiere.

Ma l’idolo non canta più, la sua donna se ne è andata e, senza di lei, non ha più la forza per tirare fuori tutta l’energia necessaria per un concerto rock, Little Bob non può cantare, la sua voce non ha sostanza e Mimi è la manager della sua anima.

Marcel capisce che se non ricompone la coppia per farne esplodere di nuovo l’energia, il suo progetto non può andare avanti, farebbe inevitabilmente naufragio.

Si ripresenta il tema della coppia maschile e femminile come generatori di energia e di armonia. E’ Marcel che opera il ricongiungimento e rende possibile la magia.

Con la sua creatività e la sua positività Marcel  con l’aiuto degli altri riesce trovare i soldi per il progetto, che è diventato corale. Tutti concorrono alla realizzazione del “sogno”.

 

 

Il lustrascarpe vietnamita. Quando per essere amati si rinuncia alla propria identità.

 

“Uno che non ha un nome è difficile da espellere.”

“Ho pagato anni per avere questa identità, ora posso votare, posso mantenere la mia famiglia, posso essere felice, ma non sono io.”

 

E’ così che rinunciamo alla nostra identità: per non essere espulsi, non accettati, ci mettiamo in regola…. Ho accettato il documento d’identità che mia madre ha voluto darmi: c’è il mio nome, la mia foto, le mie caratteristiche, ma non sono io…. Mi hanno perfino cambiato nazionalità, non più cittadina dell’Universo… non più … Ho lasciato che questo accadesse per poter nascere in questa terra, come forse fanno gli immigrati, con la speranza che un giorno avrei potuto riprendermi ciò che veramente era mio e solo mio, il mio valore e la mia identità, pensando: un giorno vedrai chi sono veramente…. Ho rinunciato anche a questo. E’ difficile uscire allo scoperto perché rischio ogni volta di essere  espulso, di essere indagato criticato e annullato…

 

La malattia di Arletty è il prezzo che dobbiamo pagare per aver rinunciato alla nostra identità, per la colpa dell’odio, del rancore e della vendetta. E’ possibile guarire, l’amore guarisce, la decisione di amarsi e di amare fa sì che la vita possa ri-fiorire.

La nascita alla libertà di uno è la nascita di tutti, se uno solo può farlo, tutti  lo possono fare.

 

Questo film  possiamo vederlo come una rappresentazione e una parabola  dell’esistenza di ciascuno di noi, perché un’esistenza migliore è possibile, è possibile che qualcuno ci accolga, non ci allontani soltanto perché siamo femmina invece che maschio, perché siamo neri invece che bianchi, prima ancora di aver “ascoltato” la nostra anima.

 

E’ la parabola dell’uomo che aiuta l’uomo, della vita che ha bisogno dell’uomo per creare ciò che da sola non può creare. Un grande affresco di Bellezza corale.

 

 

Il Miracolo. La fiducia nel nostro Sé, che ci può accogliere  dandoci amore.

 

La Vita ha dato a Marcel l’opportunità di trasformarsi, di diventare uomo.

Idrissa va verso la sua nuova vita grazie a Marcel, al commissario di polizia  e a  tutta la coralità che lo ha sostenuto, protetto e accompagnato.

Arletty ha attraversato il dolore e l’angoscia di morte e ha dato la morte al femminile fallico. Il miracolo avviene, il potere fallico è morto e lascia spazio al potere creativo femminile e maschile di dare la vita e godere della vita.

Il ritorno a casa di Marcel e Arletty è l’inizio di una nuova vita, che può finalmente fiorire, così come rifiorisce la natura nel suo sempre rinnovato ciclo, Dopo il freddo e la neve il ciliegio può ri-fiorire!