L’ARTE DI ESSERE GENITORI

D.ssa Graziella Maria Lopez

 

LA STRUTTURA PSICOLOGICA

Cercherò di descrivere  un modello ideale di un rapporto sano tra genitori e figli.

 

A)  NELLA VITA PRENATALE

          Occorre che il bambino venga desiderato, accettato, accolto e voluto bene fin dalla vita intrauterina. La prima accettazione il bambino/a la vive nell’utero materno. Fin dal primo istante del concepimento l’ovulo fecondato e poi l’embrione sente se la madre lo desidera e quindi lo accoglie, oppure non lo vuole e quindi lo rifiuta. Il bambino/a deve vivere fin dalla fase intrauterina l’accoglienza e l’accettazione. Idealmente possiamo dire che una gravidanza deve essere desiderata.

          Può non essere prevista, non programmata, può essere del tutto inattesa, ma è opportuno che dal momento in cui i genitori decidono di avere il figlio, la gravidanza sia desiderata e non solo da parte della madre, ma anche da parte del padre. Gli studi moderni hanno dimostrato che ogni elemento che influenza lo sviluppo del bambino prima dell’acquisizione della parola e di una stabile identità personale, cioè tutto ciò che influenza nella fase preverbale della vita, riveste un significato enorme. A maggior ragione, tanto più i vissuti risalgono ai primi tempi della vita intrauterina tanto più hanno un’incidenza e sono significativi per la vita futura del bambino.

          Se c’è stata un’ambivalenza nell’accettazione di  nostro figlio nella vita prenatale come possiamo fare, come possiamo rimediare? Possiamo far rivivere oggi l’accettazione che non c’è stata allora. E come? Proprio accettando nostro figlio o figlia in quanto esistono, in modo totale e incondizionato e pensare che il nostro amore di ora va a lenire un rifiuto o un abbandono di allora, quando era nell’ utero.

 

B)   NEI PRIMI TRE ANNI DI VITA

 

          Dalla nascita ai primissimi anni di vita, il bambino/a deve vivere un periodo di accettazione e accoglienza totale e incondizionata, in modo particolare da parte della madre che gli/le darà la sicurezza di “base”, una fiducia che gli/le permetterà di affrontare la vita. Questa è chiamata fase preedipica (dalla nascita ai tre anni circa). Attraverso il possesso della madre l’Io del bambino/a si accresce e si afferma. A tale proposito Fromm parla di “latte e miele”. Il latte è il simbolo del primo aspetto dell’amore, quello dell’accoglienza e delle cure; il miele simboleggia la dolcezza e la gioia di vivere. La maggior parte delle madri è capace di dare “latte”, ma solo una minoranza di dare anche “miele”. Per poter dare miele una madre non deve soltanto essere una “brava mamma”, ma una “donna  felice”. Le varie fasi del possesso sono necessarie per lo sviluppo del bambino. L’amore autentico delle figure genitoriali sviluppa la sicurezza dei figli ed essi nella sicurezza possono crescere e svilupparsi pienamente.

 

    C) DAI DUE AI QUATTRO ANNI

 

          Dopo la fase pre-edipica (rapporto con la madre), c’è la fase edipica che va dai due anni ai quattro anni circa, in questo periodo sia il bambino sia la bambina sono attratti dal genitore di sesso opposto e hanno bisogno di un rapporto possessivo, esclusivo e privilegiato con loro. Questo rapporto preferenziale gli/le consente di acquisire sicurezza e di sentirsi valorizzato/a. Facciamo l’esempio per la bambina. L’amore del padre la fa sentire bella, sicura di sé, capace e sicura delle sue qualità e ciò influirà in modo positivo sui rapporti che poi andrà a costruire con altre figure maschili. Se invece la  bambina non  vive pienamente il rapporto esclusivo con il padre si sentirà rifiutata, svalorizzata e abbandonata.

          Vediamo come avviene questo percorso: la bambina  deve prima distaccarsi, separarsi dalla madre e poi deve avere un rapporto speciale, intimo con il padre. La madre, a sua volta, deve lasciare andare la figlia verso il padre in modo che possa incontrarlo. Un problema potrebbe nascere se la madre non lascia libera la bambina per la paura di perdere il suo affetto. Altre volte, se c’è una madre-bambina, potrebbe scattare la gelosia della madre verso la figlia per il rapporto privilegiato che ha col padre. In questo caso la bambina dovrà barcamenarsi o rinunciare al padre o vivere il rapporto col padre con infiniti sensi di colpa, ma in questo ultimo caso non c’è il godimento e allora non è un amore che fa crescere e che  dà appagamento e serenità. Quindi è auspicabile che la bambina  possa viversi il rapporto col padre e soprattutto che se lo possa godere.

          Vediamo per il bambino come si svolgono questi passaggi: il bambino deve fare una doppia separazione,  come la bambina deve staccarsi dalla madre, poi il bambino deve identificarsi con il padre per acquisire le caratteristiche maschili e virili, quindi separarsi dal padre per conquistare la madre. Se il bambino non fa questo passaggio verso il padre, salta un passaggio importante del suo sviluppo, perchè rimane legato alla madre e non si godrà il rapporto con il padre che gli darà la sicurezza e la forza di conquistare la madre con la quale viversi  un rapporto amorevole e  privilegiato. E’ importante che sia la bambina che il bambino possano viversi la fase edipica in modo sereno e senza sensi di colpa, ovvero possano godersi il rapporto col genitore del sesso opposto, senza che l’altro genitore diventi il suo/sua  rivale. Il padre deve far dono al figlio della madre e la madre deve far dono alla figlia del padre.

          La vera coppia è la coppia genitoriale, perchè i figli poi dovranno andare per la loro strada e vivere la loro vita. Teniamo presente che oltre a un linguaggio esplicito c’è anche un linguaggio indiretto, sotterraneo, noi genitori trasmettiamo al figlio anche l’atteggiamento di amore o di astio che abbiamo verso l’altro partner. Per esempio guarderà l’altro genitore anche con lo sguardo che abbiamo noi stessi nei confronti del nostro partner. Occorre allora, come dice Antonio Mercurio, creare un amore circolare che dalla coppia genitoriale vada verso il figlio, senza che nessuno si senta emarginato o escluso.

          Occorre  che noi genitori per prima cosa amiamo noi stessi e ci accettiamo così come siamo, perché possiamo dare solo quello che abbiamo realizzato per noi. Se ci amiamo possiamo amare i nostri figli e il nostro partner, altrimenti non ne saremo capaci. Occorre poi che i due genitori si amino tra loro e questo è  una grandissima opportunità per il figlio, perchè tutto sarà più semplice e più armonioso per lui. Se vogliamo veramente bene ai nostri figli doniamo loro l’amore di due genitori che si amano. Questa è la cosa principale! Tutto il resto sarà facilitato.

          Il bambino e la bambina, divenuti adulti, se non hanno vissuto serenamente tutti questi passaggi avranno delle insicurezze, soprattutto nell’aprirsi agli altri. Teniamo presente che loro hanno bisogno di entrambi i genitori perchè mentre la madre dà accoglienza e contenimento, il padre oltre all’accettazione è colui che  apre le porte verso il sociale, verso la realtà, verso l’altro, verso la Vita.

 

     D) DAI 6 AGLI 11 ANNI (FASE DI LATENZA)

 

          Secondo Freud in questa fase il bambino non  vive forti emozioni,  non  affronta grosse difficoltà e non fa grossi passaggi nel suo sviluppo. E' il periodo in cui il bambino/a  socializza con i suoi amici e sviluppa  rapporti di amicizia soprattutto con quelli dello stesso sesso. Si interessa e si impegna nelle attività scolastiche e sportive.

 

    E)  PRE-ADOLESCENZA (11-14 ANNI)  ADOLESCENZA (14-19 ANNI)

 

          I problemi ri-iniziano nella fase pre-adolescenziale e poi nella fase adolescenziale vera e propria (14 - 19 circa). Dopo aver vissuto la fase preedipica e la fase edipica, occorre il superamento di queste  fasi psichiche, cioè il superamento del possesso simbiotico e di quello edipico. Il ragazzino e la ragazzina in prospettiva devono diventare autonomi, devono possedere in loro tutto quello che è loro essenziale, non devono più dipendere in modo necessitante dal padre e dalla madre. Man mano che il bambino, l’adolescente cresce sperimenterà  processi di fusione e identificazione con le figure genitoriali e processi di distacco e di separazione.

          Nella fase pre-adolescenziale e nella fase  adolescenziale si rielaborano le problematiche della fase intrauterina e dell’infanzia. Se c’è stato qualcosa che non è andato nel verso giusto ritorna il vissuto, proprio perchè venga accolto, trasformato e colmato. Tutti i nodi tornano al pettine. Per un genitore è importante questo, perchè può colmare alcune lacune affettive, può far vivere occasioni di crescita, può creare o incrementare rapporti di intimità e profondità.  Il genitore deve essere in grado di assorbire questi cambiamenti profondi che avvengono nel figlio adolescente.

          In questo periodo c’è un forte desiderio di autonomia e di indipendenza e questo è un segnale di crescita e di sviluppo. C’è anche ambivalenza perchè c’è anche un desidero di rimanere nel mondo dell’infanzia, con scambi affettivi e coccole. Il progetto di noi genitori è quello di far sviluppare i figli affinchè acquisiscano sicurezza affettiva, autonomia e libertà. Questi tre concetti sono collegati e strettamente uniti e formano l’integrità dell’Io.

          Se non c’è la sicurezza affettiva, non si può essere liberi di oscillare tra rapporto di unione e rapporto di distacco. Se non si è autonomi e quindi liberi, perché si  dipende dai propri bisogni affettivi, quando si dovrebbero attuare delle separazioni per crescere e svilupparsi non se ne sarà capaci.

         

 

I  VISSUTI E LE ESPERIENZE PASSATE DEI GENITORI

INFLUISCONO   SUL MODO DI EDUCARE I PROPRI FIGLI?

 

          L’arte di essere genitori è un percorso, quindi diventare genitori non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza e occorre tutta la nostra vita per imparare ed affinare la nostra capacità di amare i nostri figli.

Teniamo presente che noi genitori inevitabilmente tenderemo a ripetere i modelli educativi interiorizzati, sia positivi che negativi, delle nostre figure genitoriali. Potremmo essere consapevoli di modelli che noi riteniamo positivi e decidere  di metterli in atto, invece per quanto riguarda i modelli negativi, che noi comunque abbiamo vissuto e a volte subito e criticato, potremmo tirarli fuori e agirli sui nostri figli anche se non lo vogliamo consapevolmente. Faccio l’esempio, se io madre ho avuto un padre poco espansivo, chiuso, incapace di tirare fuori le proprie emozioni, mi verrà naturale, anche se non lo voglio, comportarmi come lui. Perché? Perché quel modello fa parte di me e quindi io trasmetto quello che sono. Noi diamo quello che siamo e dobbiamo conquistare la capacità di dare quello che vorremmo noi. Tanto più noi non siamo consapevoli di questi meccanismi tanto più noi li ricreeremo con i nostri figli, inevitabilmente.

Ci sono dei passaggi che ci possono aiutare nell’elaborazione di questi meccanismi.

          In un primo momento, e questo è un meccanismo quasi obbligato, ripetiamo nostro malgrado i modelli genitoriali interiorizzati. Si ha quindi bisogno di metterli in atto, in modo da poterli vedere e contattare, a volte occorre entrare nel dolore, e poi se riteniamo che non sono buoni, non adeguati, occorre separarsene per trovare altre soluzioni, altri modelli, altre elaborazioni, altri aiuti ecc.

Il genitore deve mettere nel conto che può sbagliare, quindi è necessario che  sviluppi per prima cosa l’umiltà: accettiamo che non siamo “genitori perfetti”. Un altro aspetto che dobbiamo sviluppare è il coraggio, che ci permette di metterci in discussione per fare delle trasformazioni su di noi perché la nuova realtà di genitori ce lo richiede. Un genitore che si mette in crisi è un genitore che dà coraggio ai figli.

 Il terzo aspetto che dobbiamo sviluppare che è strettamente legato agli altri due  è l’onestà interiore, che è quella di non pensare che tutto ciò che noi facciamo è giusto, è saggio, è intelligente e quello che fanno gli altri, compresi i nostri figli, è non giusto, non saggio ecc. Una onestà interiore che ci permette quindi di essere disposti al cambiamento. A volte vogliamo e pretendiamo di essere dei genitori “perfetti”, ma tanto più vogliamo questo, tanto più andremo incontro a frustrazioni e delusioni. Se non siamo perfetti ci possiamo rivelare così anche ai nostri figli e se sbagliamo possiamo chiedere anche scusa e perdono. Molte volte si può sbagliare, ma l’importante è  dare amore e il meglio di noi, poi anche se sbagliamo proviamo ad essere indulgenti verso di noi e a perdonarci senza cadere in inutili sensi di colpa. Innanzitutto ricordiamoci che gli aiuti più importanti vengono proprio dai nostri figli. Se noi li ascoltiamo, se noi li accogliamo, se noi ci mettiamo nei loro panni possiamo trovare soluzioni insieme a loro. Inoltre possiamo sempre chiedere aiuto a persone o a professionisti. Occorre creare un’atmosfera accettante, permissiva, in cui ogni membro della famiglia possa manifestare le emozioni sia negative che positive, il proprio pensiero, i propri bisogni, le proprie aspettative.

 

 

A)   LE REGOLE 

 

          Un genitore, oltre all’accoglienza e all’accettazione, deve saper dare delle regole e questo è un atto di amore verso il bambino perché le regole contengono e anche se danno sofferenza fannocrescere”. Il bambino sarà rafforzato dalle regole, se queste verranno supportate dall’amore, perché le regole lo proteggono, gli indicano una strada, gli mettono dei limiti, dei confini, dove egli non è ancora in grado di metterli da solo. Se ciò non avverrà il bambino si sentirà fragile, non avrà punti di riferimento e gli mancherà questo sostegno. 

          L’amore  da solo, senza le regole, può essere impotente.  Se il bambino non riceve regole  si disorienta, non sa mai quando deve fermarsi, non ha  punti di riferimento, non ha termini di paragone. E’ l’adulto che deve dare tutto ciò. Se una madre o un padre non danno al figlio regole e limiti, poi il figlio ne sentirà la mancanza. Questo influirà in modo negativo sul suo sviluppo e inficerà la sua capacità di darsi valore e di volersi bene, perchè le regole lo proteggono anche dai suoi sentimenti distruttivi. Se non si danno regole è come se i figli devono gestire aspetti anche negativi di sè da soli. Le ricerche ci confermano come uno stile educativo “autorevole”, aiuti il bambino a contenere la sua frustrazione per le regole, facendo diminuire in loro il livello del famoso “ormone dello stress. Occorre dare poche regole, chiare e precise.

          Possiamo ipotizzare che il disagio giovanile, la mancanza di valori, di ideali, di senso della vita, l’alcolismo, la droga, gli abusi di vario genere dipendano anche da un’educazione permissiva o assente. Così non si dà la possibilità ai giovani di orientarsi. Possiamo quindi dire che  l’amore va supportato anche da un’autorità, che insieme all’amore diventa “autorevolezza”. Se invece si danno  regole, divieti e a volte imposizioni con uso di violenza fisica senza amore, il bambino tenderà a rifiutare l’autorità, perché non  supportata dall’amore. In questa maniera otterremo il risultato opposto, ovvero che non sarà recepita nessuna regola. Mai usare violenza, astio, rabbia per far comprendere,  per far capire qualcosa ad un bambino o ad un adolescente: gli si susciterà sentimenti di rancore e di odio e scorderà quello che gli si voleva insegnare.

          Tra genitori e figli se non si riesce a stabilire un rapporto buono, affettuoso, alla fine il figlio può diventare per essi “il persecutore”, colui che dà fastidio, che chiede, che pretende, che fa sempre i capricci, per cui un genitore si può vivere il figlio come una persona  fastidiosa, frustrante. Ma tanto più il genitore si vive questa frustrazione e quindi allontana il figlio da sé, tanto più il figlio diventa insistentemente“ fastidioso”.   Se infatti un figlio ha  bisogno di affetto e il genitore non è in grado di darglielo egli chiederà in tutte le maniere perché quel vuoto venga colmato, perché quel bisogno  venga soddisfatto. Si può entrare in una spirale in cui il bambino che non si sente accettato rifiuta il genitore e il genitore rifiuta il figlio. A  volte pur di essere visti si “cercano” le botte, pur di non essere ignorati. Il bambino diventa più irrequieto, il genitore sempre meno capace di contenerlo, si entra in una spirale senza fine. A quel punto noi genitori dobbiamo chiederci che cosa sta succedendo.  Occorre fermarsi e riflettere. Occorre decidere di parlargli  in modo positivo, in modo pacato, forse abbracciare nostro figlio e dirgli quanto lo amiamo. Se un genitore pensa di non avere  gli strumenti per educare ed amare i propri figli deve farsi aiutare, confrontarsi con altri genitori, chiedere a figure professionali come lo psicologo, lo psicoterapeuta, il counselor, l’educatore ecc. Noi genitori possiamo chiedere di essere aiutati!

 

B)  LE BOTTE

 

        Facciamo l’esempio di un bambino che viene educato attraverso la violenza fisica (con le botte).

La violenza fisica è da bandire in modo categorico per molti motivi. Il primo motivo è che la violenza porta sempre altra violenza, rancore, rabbia e odio, che vengono ingranditi in maniera esponenziale. Tutto ciò che noi vogliamo far capire attraverso la violenza non avrà alcun effetto, anzi si svilupperà per reazione il desiderio di fare tutto il contrario di quello che noi volevamo trasmettere. Quindi possiamo affermare che la violenza è deleteria ed inutile. Ci dobbiamo chiedere a questo punto: allora perché alcuni genitori  la usano per educare i propri  figli, vedendo che non hanno risultati? Possiamo ipotizzare ad esempio che probabilmente dietro a quel comportamento genitoriale violento ci possono essere altre motivazioni. Potrebbe essere che si ripete un modello che si è introiettato dalle proprie figure genitoriali e quindi  si ripete ciò che è conosciuto senza pensare che ci possano essere altre strade, altre modalità. Usare la violenza potrebbe essere  un modo per scaricare la propria rabbia e insoddisfazione. Se si ha  questo bisogno, di cui non si conosce la motivazione, quindi inconscio, ogni motivo sarà buono per picchiare i propri figli. E’ importante per noi genitori guardarci dentro, vedere che cos’è che ci impedisce di amare i nostri figli e da che dipendono le nostre difficoltà, perché spesso i nostri figli reagiscono male ad un nostro comportamento sbagliato. Una difficoltà può essere, diventare un’opportunità perché ci permette di interrogarci, di cambiare e di migliorare il rapporto con i propri figli. Un genitore che si mette in crisi è un genitore che dà coraggio ai figli. Non diamo mai le responsabilità di ciò che accade esclusivamente ai nostri figli. Questo non vuol dire che loro, anche se in maniera minore, non siano responsabili. A noi  interessa la nostra responsabilità di genitori e come possiamo fare per cambiare la situazione. Ricordiamoci sempre che al di là delle parole quello che rimane ai nostri figli è  l‘esempio che abbiamo dato.

 

C)  ASPETTATIVE DEI GENITORI  E SENSO DI COLPA

 

          Il bambino che non ha l’amore della madre, pensa che ha fatto qualcosa per cui non è meritevole di amore, pensa che egli sia colpevole, che egli sia cattivo e quindi si sente in colpa. Non ha sentimenti positivi verso se stesso ovvero non si ama.  Non ci si sente degni di essere amati e quindi colpevoli. Sentirsi in colpa da parte dei figli è un modo di rispondere a qualcosa in un certo senso più grande di loro. Ad esempio, ci sono bambini che quando due genitori si separano pensano che è per colpa loro, si sentono abbandonati, quindi cattivi, quindi colpevoli e quindi non meritevoli di amore.

          Occorre che un genitore nel rapportarsi con il proprio figlio lo apprezzi e lo incoraggi, lo valorizzi. Ciò gli darà la sicurezza affettiva e la fiducia nelle sue capacità. Se noi valorizziamo le parti positive dei nostri figli questo permette a loro di tirarle fuori, di diventare sicuri di sé, di potersi esprimere e di potersi aprire con fiducia. Se noi gli diciamo: non sei capace, devi fare meglio” e non siamo mai soddisfatti di quello che fanno, comunichiamo sfiducia, insicurezza e negatività. I figli si identificano con quello che noi pensiamo di loro. Se noi pensiamo che è bravo egli si sentirà bravo, se noi pensiamo che è incapace si sentirà incapace. Accettiamo e accogliamo i suoi sentimenti e le sue emozioni sia  positive che negative, questo è un modo perché possa  imparare a conoscersi e ad accettarsi così come è. Non lo giudichiamo e non lo critichiamo. Se noi  critichiamo e svalorizziamo il bambino, egli svilupperà una scarsa stima di sè e sfiducia nelle sue capacità e si sentirà sempre inadeguato. Tutto ciò spingerà il bambino a fare sempre di più ed essere estremamente critico verso se stesso oppure a non mettersi in gioco, per paura di essere criticato e non accettato. Avremo quindi o un bambino sempre teso per far contenti i genitori o un bambino che perde la speranza di essere considerato”bravo” per cui farà l’opposto di quello che gli verrà richiesto. Si introietta dentro di sè e si struttura questo vissuto per cui  non ci si sente mai all’altezza, mai adeguati, perché  si è fatto proprio questo controllore interno, che  rimprovera al posto dei genitori. Questi vissuti di rimprovero e di non accettazione non permettono al bambino di darsi un valore, di volersi bene e penserà, con le parole di Louise Hay: “però non ho fatto abbastanza, non sono abbastanza bravo, non me lo merito”. Sentirà di non essere degno di amore e si sentirà sempre in colpa per non essere all’altezza delle aspettative proprie o di altri. E, sempre con Louise Hay, diciamo:Le persone che provano sensi di colpa e odio per loro stesse non possono godersi la vita, spesso sono tesi ed “arrabbiati”e non sono capaci di amarsi.

 

D)   AMORE PER UN FIGLIO

 

          Essere capaci di amare i propri figli ed essere dei bravi genitori è un’arte. Se l’amore è un’arte, come dice Fromm,  noi come genitori abbiamo bisogno delle stesse qualità che ha un’artista. Abbiamo bisogno di conoscenze, di pazienza, di tenacia, di allenamento e di molto impegno. Quando arriva un figlio dobbiamo essere pronti come genitori, a fare un lavoro su di noi, e  quindi pronti ad utilizzare anche le difficoltà, i conflitti e le problematiche che spesso ci sono per attuare delle trasformazioni e far sviluppare i nostri figli. L’amore per i figli è una decisione  che ci  coinvolge profondamente  e che trasforma la nostra vita.  

 Occorre amare nostro figlio in modo donativo e disinteressato pensando solo al suo bene. E’ importante rispettarlo e quindi accoglierlo ed accettarlo così come è, senza pretendere di volerlo cambiare. Come dice A. Mercurio occorre che noi genitori creiamo un ambiente in cui l’amore possa passare in modo circolare dalla coppia genitoriale al figlio senza che nessuno si senta emarginato o escluso. Ogni volta che noi genitori non saremo in grado di attuare questo “amore circolare”, avremo perso un’occasione non solo per la nostra coppia, ma anche e soprattutto per il figlio. Il figlio essendo la parte più fragile e anche la meno consapevole sarà quella che ne risentirà di più.

          Non illudiamoci, mi riferisco soprattutto a noi  madri, di fare tutto da sole ma aiutiamoci vicendevolmente con il nostro partner cercando di creare unione ed armonia. 

          Non esercitiamo il nostro potere con ordini e costrizioni, ma spieghiamo a nostro figlio sempre quello che noi pensiamo mettendoci nei suoi panni. Creiamo un’atmosfera tranquilla e accogliente in modo che possa esprimere  i suoi sentimenti, i suoi dubbi, le sue preoccupazioni, senza che si senta giudicato o criticato.

Non cerchiamo di possedere nostro figlio perché possa soddisfare i nostri bisogni affettivi e non creiamo alleanze contro l’altro genitore.

 

A volte potrebbe accadere che noi genitori vogliamo risolvere il problema della nostra solitudine legando a noi i figli, non permettendo a loro di diventare adulti. Se non abbiamo raggiunta una sicurezza affettiva, non potremo darla a loro perché possiamo dare solo quello che siamo. Se siamo preoccupati di restare soli, consciamente o inconsciamente condizioneremo nostro figlio, legandolo a noi e rendendolo dipendente da noi.” (da “Amore e Persona” di Antonio Mercurio)

 

          Questo tipo di amore possessivo non è un amore che fa crescere. Noi madri soprattutto  dovremmo  aiutare nostro figlio a separarsi da noi, in modo che possa incontrare il padre e quindi  possa essere avviato verso l’autonomia e l’ indipendenza. Non annulliamoci per amore di nostro figlio, perché questo tipo di amore non è autentico e a volte può essere un modo per dominarlo e controllarlo e legarlo a noi. Non sviluppiamo forti aspettative e non pretendiamo troppo da nostro figlio perché in questa maniera non si sentirà amato per se stesso. Non lo soffochiamo con il nostro amore possessivo.

          Dopo aver dato la vita biologica, occorre che la madre e il padre  diano la vita spirituale, occorre che il figlio diventi una persona distinta, distaccata e separata e che possa vivere la propria vita. Possiamo dire che i nostri figli non sono figli nostri, ma figli della Vita perché noi siamo i trasmettitori della Vita, ma non siamo la Vita, con le parole di K. Gibran:

 

“Voi li mettete al mondo, ma non li create, vivono con voi ma non sono cosa vostra. Potete donare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno le proprie idee. Potete dare una dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime, poiché esse abitano nella casa del domani, dove voi non potete entrare neppure in sogno…”.

E per finire,

“Voi siete gli archi con i quali i vostri figli vengono lanciati nel mondo come frecce viventi”.

 

Avviciniamoci a loro con umiltà e con amore,  ascoltiamoli, cerchiamo di capirli e aiutiamoli nel  migliore modo possibile.