PRIMAVERA - simbolo di nascita e fertilità, è la stagione della fioritura,

dell’apertura e della leggerezza.

(Gabriella Maruca)

 

 

 

A QUESTA STAGIONE SI ASSOCIA IL LEGNO

 

 

Prima che la mia anima mi consigliasse, dubitavo del valore del mio lavoro.

Ora ho capito che gli alberi fioriscono in Primavera e fruttificano d’Estate senza cercare lodi; e le loro foglie cadono in Autunno e i loro rami restano spogli d’Inverno senza timore di biasimo.

(K. GIBRAN, Pensieri e Meditazioni)

 

Esistono metafore che attraversano le epoche e risultano universali. Le metafore  rappresentano una delle forze più attive nella lingua, ci aiutano a fare dei collegamenti, funzionano da attraversamento.

Con l’attraversamento arriviamo a comprendere cose di noi che ci appartengono, con altri punti di vista.

Il film parla attraverso metafore e simboli.

 

Il regista  ha voluto illustrare attraverso il film la gioia, l’ira, il dolore e il piacere delle nostre vite attraverso quattro stagioni e attraverso la vita di un monaco che vive in un monastero circondato dall’acqua ed immerso nella natura.

Sono  raccontate quattro storie: del monaco bambino, monaco ragazzo, monaco adulto e monaco anziano e coesisteranno con le immagini di ogni stagione, il ritmo della vita umana con il ritmo della natura.

La parola ritmo, in greco rhytmos, deriva dal verbo reo che significa scorrere. Attraverso di esso il corpo e l’anima trovano equilibrio ed armonia nel movimento.

Il ritmo scandisce l’esistenza degli uomini, la nascita e la morte, la crescita del mondo vegetale ed animale.

La legge del ritmo ci insegna quanto è importante per la nostra vita il rispetto dei tempi, è il cardine attorno a cui ruota l’esistenza, è un principio attraverso il quale una parte è messa in relazione con il tutto: l’anima con il corpo ed entrambi con il cosmo. Il ritmo è la forma del divenire vita-morte-rinascita.

 

 

Il tempo dell’inizio, alla primavera della vita.

 

Un anziano monaco si occupa dell’educazione di un piccolo monaco, osserva attentamente ogni suo movimento.

Il bambino sperimenta la vita, apprende attraverso il gioco il suo significato.

Il bambino con la crudeltà dell’innocenza per gioco tortura il corpo di un pesce, di una rana e di un serpente, gioca, ride, è spensierato non si rende conto delle conseguenze delle sue azioni.

Un mattino, al risveglio, il bambino si trova la stessa tortura applicata su di sè, prega il monaco di risparmiarlo, gli fa male. Il monaco gli risponde  che lui ha fatto la stessa cosa al pesce, alla rana e al serpente. Il bambino capisce di aver sbagliato, ma non basta. Il monaco gli dice che al suo sbaglio occorreva porre rimedio e che se anche un essere vivente fosse morto per il suo gioco crudele, lui avrebbe portato un peso sul cuore tutta la vita. Il bambino corre per riparare, ma per alcuni bersagli dei suoi giochi è troppo tardi. È un pianto di disperazione quello che scoppia dentro di lui, di paura, le sue male azioni peseranno su di lui come macigni fino ma quando non riuscirà a dominare i propri istinti. Potrà avvenire tutto questo nel tempo dell’estate?

 

I fiori della primavera sono i sogni dell’Inverno

raccontati, la mattina, al tavolo degli angeli.

Kahlil Gibran

 

 

Il mondo esterno corrisponde al mondo interno. Non è un caso che troviamo riprodotto all’esterno ciò che sta invisibile nel nostro mondo interiore.

E’ necessario perciò riconoscere dentro di noi le ferite

della nostra vita intrauterina.

 

 

LA VOLONTA’ OMICIDA E SUICIDA.

Deriva dal nostro orgoglio smisurato ferito originato a sua volta dalla percezione assoluta ed onnipotente che abbiamo di noi fin dal concepimento.

Può emergere inaspettatamente in situazioni della vita quotidiana che sono vissute e percepite in modo drammatico e dove l’emotività è incontrollabile.

“Il desiderio genera la dipendenza e poi pensieri di morte”.

Il comandamento che ne deriva è: “Odia il prossimo tuo come odi te stesso”.

 

LA VENDETTA

Non mi sono sentito amato ed io non amerò nessuno, così l’individuo risponde a questa dolorosissima esperienza di deprivazione, è qui che ha origine la ferita narcisistica.

A causa della ferita narcisistica, per difendersi dal dolore che questa ha provocato, l'Io reagisce con odio, per il quale l'unica riparazione possibile è la vendetta, cioè la distruzione dell'aggressore e non più la soddisfazione del bisogno.

Già nell'utero, prende forma il  progetto vendicativo-distruttivo, omicida-suicida.

La ferita narcisistica che colpisce l'Io nello stato embrionale o in quello fetale impedisce all'Io di nascere totalmente, l'Io resta legato ad una realtà legata alla sua ferita e qualunque altra realtà, diversa da quella, o non viene percepita o, se viene percepita, viene annullata e distrutta. L'Io ferito ha orrore del vuoto che cerca di riempire e colmare in tutti i modi, manifesti o mascherati, ma, nello stesso tempo, non tollera di sentirsi pieno, perché ciò che vuole veramente, non è la soddisfazione del bisogno ma la vendetta, il risarcimento del torto subito.

 

L’ORGOGLIO

E’ una chiusura in se stessi, esalta la forza della persona singola e la sua capacità di esistere da sola, allontanandosi affettivamente da tutti e facendo a meno di chiunque, soprattutto di chi l’ha offesa. Dietro l’orgoglio c’è odio: non si chiede aiuto nessuno, dentro di sé. Si ha la convinzione di non aver bisogno di nessuno.

 

LA VOGLIA DI VIVERE

Imparare a vivere il dolore infantile che non si è potuto sostenere da bambini, accettare il dolore, dentro il dolore c’è energia.

 

LA CAPACITA’ DI AMARSI

Non si può amare veramente se prima non si perdona, ma cosa più importante è imparare a perdonarci ed accettarci per come siamo.

Così è per l’amore, dobbiamo imparare ad amare noi stessi altrimenti non si possono amare gli altri.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” lo troviamo scritto nella Bibbia.

 

 

 

 

 

L’ESTATE

(Laura Caccavo)

 

 Nella metafora della vita l’estate rappresenta la giovinezza, dove non c’è ancora il peso delle responsabilità della vita adulta, per cui l’essere umano agisce senza troppo badare alle conseguenze  delle sue azioni. La leggerezza e la superficialità del ragazzo, schiavo dei suoi desideri, lo porteranno drammaticamente a nefande conseguenze. Il desiderio sessuale genererà nel ragazzo l’avidità di possedere totalmente una ragazza, fino a conseguenze estreme, perché la passione-possesso non contempla limiti. Ciò nonostante nella stagione invernale  troverà il modo, grazie all’insegnamento del maestro, di riscattare la propria esistenza. La leggerezza, la mancanza di ponderazione, l’incapacità di centrarsi su di sé e di gestire le proprie emozioni, può spingere l’essere umano a sopprimere la vita altrui e a distruggere la propria. Può essere condotto per mano non dalla saggezza ma dai veleni che ha dentro di sé.

 

LA VISIONE BUDDHISTA

Descriviamo secondo il Buddismo i veleni esistenziali.

 

L’AVIDITA’

L’avidità è quello stato vitale, in cui l’individuo non riesce mai ad avere una soddisfazione completa, in quanto questo stato è strettamente legato alla bramosia di avere tutto e subito. Non si ha la pazienza di aspettare. Non si può riconoscere di aver ricevuto qualcosa ma si ha  la pretesa di volere sempre di più.

 

L’ANIMALITA’

Nello stato vitale di Animalità la persona segue costantemente i suoi desideri istintivi, e li realizza, ma senza un'azione controllata dall'intelligenza o dalla coscienza.

 

 LA STUPIDITA

La stupidità è un veleno strettamente collegato all’animalità in quanto noi ci  facciamo trascinare dagli istinti e non utilizziamo le energie positive della saggezza interiore.

 

LA COLLERA

La condizione di Collera si distingue dalle due precedenti( Animalità e Stupidità) in quanto è dotata di autoconsapevolezza: in questo stato la persona è focalizzata su se stessa. Non prende coscienza dell'esistenza di altri esseri individui, ma agisce esclusivamente per il proprio beneficio e per la realizzazione dei propri scopi egoistici. In questa condizione le emozioni ribollono interiormente come un magmatico fiume tumultuoso e si manifestano spesso sotto forma di rabbia, odio, animosità, gelosia.

Quale rispsta propone il pensiero buddista a tutto ciò?

Ognuno di noi, attraverso la pratica buddistica può realizzare i propri sogni e desideri, risolvere i problemi e superare le sofferenze. Non c’è bisogno di fuggire dalla dura realtà quotidiana, isolandosi dal mondo. Non è richiesto di affidarsi ad un essere superiore. La pratica buddistica è una pratica da cui in qualunque situazione si può trarre beneficio sia quando siamo nella disperazione sia quando siamo nella serenità.   La soluzione ad ogni problema è già dentro di noi, ed è data dall’infinita potenzialità dell’essere umano e dall’inesauribile energia della vita che fluisce dentro e fuori di noi. Le cause dei malanni che affliggono il pianeta e la società attuale per il buddismo risiedono nei tre veleni di Avidità, Collera e Stupidità, che inquinano la vita delle persone.

A livello globale i tre veleni diffondendosi fra le persone distruggono i rapporti tra le persone perché si privilegiano gli aspetti egoistici, invece di quelli donativi. Entra qui in gioco la pratica buddista come forma di educazione chiara e costante. Educazione a individuare e trasformare le proprie tendenze distruttive in costruttive, Questo percorso ci accompagna per tutta la vita: occorre innanzitutto fare un lavoro su di sé. L'avvenire non si realizza spontaneamente ma occorre responsabilità e decisione nel voler scegliere percorsi positivi verso noi, verso gli altri e verso il Pianeta che ci accoglie e ci sostiene.

 

COME SUPERA I VELENI ESISTENZIALI IL BUDDISMO?

Li elabora e li trasforma attraverso “la pratica”.

La pratica buddistica è una continua ricerca su di sé che si esplica attraverso la riflessione, la preghiera e attraverso lo studio di testi e documenti. Tutto ciò dà modo di centrarsi su di sé e quindi prepara ad affrontare anche aspetti della vita difficili. Sono molto importanti l’allenamento, la disciplina, la costanza e la determinazione. Questa pratica giornaliera permette di introiettare anche inconsciamente aspetti positivi che influiranno sulla vita. Se si impiegano le energie a sviluppare la consapevolezza di quello che succede a se stessi e a costruire la propria formazione, questo inevitabilmente darà i suoi risultati positivi.

Ogni veleno esistenziale secondo il buddismo non ha un valore solo negativo, ma anche positivo, come se fosse una stessa  medaglia con due facce. L’AVIDITA’, per fare un esempio, non ha solo il significato che gli abbiamo dato, ma anche il suo opposto ovvero di essere avidi di conoscenze, di sapere, di ricerca.

 

LA VISIONE DELL’ANTROPOLOGIA PERSONALISTICA ESISTENZIALE

Ora esaminerò alcuni veleni esistenziali secondo Antonio Mercurio, fondatore dell’Antropologia Personalistica  Esistenziale come: l’invidia e l’avidità

Innanzi tutto diciamo che L’INVIDIA nasce dall’avidità.

 

Quando non si ha  mai la sensazione di avere qualcosa scatta L’INVIDIA per chi presumiamo ha più di noi . Questo nasce dall’incapacità di  darsi un  valore, di volersi bene, di riconoscere le cose positive che abbiamo.

 

L’AVIDITA’ è legata a un grosso sentimento di perdita. C’è una bramosia di accaparramento di qualsiasi cosa anche di cose che non  occorrono. L’avido si comporta come un sacco senza fondo, non è mai contento né di quello che è né di quello che ha. Non è mai contento di se stesso ed insegue quello che non è e quello che non ha ad ogni costo. L’avido non cessa mai di paragonarsi agli altri e di affermare con rancore che gli altri stanno meglio perché hanno quello che lui non ha. E’ come se non avesse niente e disperde tutto ciò che possiede per cui è sempre pronto a divorare.

L’avido è colui che non tollera la gioia, perché se l’accettasse dovrebbe rinunciare alla pretesa e al lamento e dovrebbe rinunciare  al piacere sadomasochistico e al piacere della vendetta. Ma questa rinuncia comporterebbe necessariamente  l’esperienza del vuoto e pochi sono coloro che accettano di fare questa esperienza. L’avido è colui che per non affrontare il vuoto, tra la gioia e il piacere malato sceglie sempre il piacere malsano

PARADOSSO vuole che, nella vita adulta, la pienezza si conquisti solo entrando nel vuoto ed attraversandolo. Finchè c’è l’orrore del vuoto, l’orrore riempie il vuoto e non c’è posto per nessun altro pieno. L’orrore del pieno e il lamento per il vuoto non conosce alcun pieno, (”Ipotesi su Ulisse” di A. Mercurio pag. 174)

 

COME POSSIAMO SUPERARE E TRASFORMARE QUESTI VELENI?

Occorre che gli esseri umani imparino ad amarsi autenticamente, ponendosi con umiltà nei confronti della vita, apprezzando i doni generosi che questa elargisce, vincendo l’invidia e superando l’avidità.

A. Mercurio ci fornisce 2 strumenti per  curare la propria invidia.

 

Il primo è l’arte di giocare il lamento, perché se è grande l’avidità che ci divora come anche  la rabbia e il dolore per l’invidia che proviamo nei confronti degli altri, di sicuro lo sarà anche il nostro lamento. Se non possiamo fermare subito l’avidità o l’invidia, possiamo fermare il lamento, attraverso il gioco e l’autoironia, che ci permettono di  concentrare le nostre energie in senso creativo e trasformativo. Enfatizzare il proprio lamento ci consentirà di passare dal lamento all’autoironia. “L’autoironia permette il distacco dal legame con le proprie ferite e dal piacere sado-masochistico. Ogni vittima si trasforma sempre in carnefice. Una volta deciso il distacco, dobbiamo scegliere se rimanere legati al dolore e distruggersi o se vogliamo utilizzare l’energia del dolore per creare.(A. Mercurio, “Ipotesi su Ulisse”, p.162-163)

 

Il secondo strumento è il  dialogo tra l’Io Persona ed il SE’

 

Il SE’ è il centro più importante e più profondo della persona.

E’ fonte inesauribile di energia positiva per la vita. Esso rappresenta  tutto ciò che è legato ai valori più profondi dell’esistere, alla saggezza della persona.

L’Io Persona è la parte spirituale (distinta dalla componente psichica) che rappresenta in modo particolare la dimensione decisionale.

 

Per coloro che fanno riferimento alla realtà del Sé non ci sono eventi casuali nell’Universo, ma c’è una sincronicità e una progettualità. Il Sé spinge affinché l’Io Persona decida di fare i superamenti che lo fanno passare da uno stadio evolutivo inferiore ad uno superiore.

Questo pensiero può essere accolto da chi si ritiene capace di migliorarsi e non da chi si ritiene perfetto. Occorre abbandonare l’ideale di perfezione, nostro persecutore interno, che è pretesa di perfezione e sviluppare la nostra capacità di amarci. Al dialogo tra l’Io Persona ed il SE’, può essere interessato solo colui che vuole costantemente migliorarsi e non colui che già si crede di essere arrivato alla perfezione e si sente minacciato da chiunque non sia d’accordo con lui. L’altro non è una minaccia alla nostra identità ma una ricchezza. Per questo motivo qualunque cosa accada, nella mia vita io mi chiedo:

Cos’è che il SE’ vuole da me?

E’ chiaro che la risposta non arriva subito, all’istante, ma se io persisto  nella domanda e sono disponibile ad accogliere la risposta per quanto scomoda possa essere, a volte, è certo che la risposta mi arriverà sempre….. La liberazione  non avviene mai in senso lineare, ma dialettico: bisogna prima mettere in atto in qualche modo il veleno, poi assumerlo e sviluppare una profonda consapevolezza che quel veleno è nostro e di nessun altro e solo dopo sarà possibile decidere di eliminarlo dalla nostra vita, tutte le volte che è necessario.

 

Nel dialogo con il SE’, io apprendo come sconfiggere le sostanze cancerogene e dare spazio ai processi vitali che permettono di accrescere il mio essere, di raggiungere la pienezza dell’essere, e di farne dono a me e all’Universo intero.”(op. cit p.163-164)

 

 

UNA SINTESI DELLE DUE VISIONI

Quello che emerge con evidenza così nella visione buddista come in quella di A.Mercurio, è che i veleni, in particolare l’avidità, per quanto potentemente distruttivi nella vita degli essere umani, hanno molti antidoti, soprattutto quello di poter essere riconosciuti come  appartenenti alla propria vita e quindi di essere qualcosa di cui assumersi la responsabilità, che quindi possono essere accolti e trasformati attraverso il riconoscimento dell’enorme loro valore e potenzialità per la propria esistenza.

 

 

 

AUTUNNO

(Annarita Persiani)

 

 

 

il tempo dell'odio rimosso,

della volontà suicida e

dell'assunzione di responsabilità

Quando pensiamo che siano gli altri, o persino le situazioni in cui ci troviamo, a renderci folli di rabbia, felici, tristi o spaventati, ci consegniamo nelle loro mani, rinunciando a tutto il nostro potere.

Siamo i soli responsabili delle nostre emozioni. Nessun altro può farci provare alcunchè. Le nostre emozioni sono un riflesso di come noi percepiamo il problema.

Non appena le sperimentiamo, le riconosciamo, le accettiamo e le amiamo incondizionatamente quali parti di noi, acquistiamo la piena padronanza di lasciarle andare o di aggrapparci ad esse. Tale comprensione ci conferisce particolare potere giacchè ci consente di capire che i problemi non sono là fuori, ma qui dentro, in noi. Grazie a tale intuizione compiamo il nostro primo passo avanti, allontanandoci dalla vibrazione dell'archetipo della vittima.

Quando, ormai adulto, il non più giovane allievo torna all’isola della sua infanzia è folle di rabbia e spaventato. E, soprattutto, è colmo di dolore.

Ha fatto del male alla donna che amava; la gelosia lo ha travolto e un dolore incontenibile ha soffocato la sua consapevolezza. Cerca rifugio e tregua dallo strazio di questo dolore tornando “a casa” dal monaco che lo ha accolto e cresciuto nella sua essenziale dimora al centro di un lago di montagna. Ma l’incapacità di affrontare la grande sofferenza che proviene da antiche ferite ed i profondi sensi di colpa per il male procurato fanno emergere con forza la volontà suicida di questo giovane uomo che ha ormai “perso il filo” della propria esistenza e rinunciato a tutto il suo potere.

L’anziano monaco sa che deve intervenire con determinazione per restituire consapevolezza al ragazzo che persiste nel non vedere, non ascoltare e non esprimere il male che ha dentro e che ha agito. E’ impietoso quando lo colpisce per rendere concreta la sua sofferenza e “ricondurre così sulla terra” l’uomo che ha smarrito la strada. Ed è “pietoso”, quando comprende la potenza del suo dolore e della sua rabbia e lo invita ad incidere nel legno dell’impiantito i segni del Prajna-paramitrasutra che egli ha già inizialmente tracciato per lui.

Cosa sono e cosa rappresentano quei segni? Il Prajna-paramitrasutra, secondo il pensiero buddista, è il libro della saggezza che aiuta nella ricerca della conoscenza trascendente ed allontana il buio dell’ignoranza. L’anziano monaco all’arrivo dei poliziotti, venuti per arrestare il giovane, gli dice “…non reagire, devi ancora incidere, placa la rabbia del tuo cuore, interiorizzane il significato…

E quale può essere il significato della rabbia? Cosa c’è dietro?

A. Mercurio, fondatore della Antropologia personalistica esistenziale, ritiene che la rabbia e la volontà omicida ubbidiscono all’orgoglio ferito. A partire dalla vita intrauterina, e poi a seguire fino all’adolescenza, il nostro inconscio esistenziale è segnato da traumi più o meno significativi che incidono sul nostro agire e limitano la nostra creatività. Le ferite inferte all’orgoglio inducono a scelte di odio piuttosto che di amore, di menzogna piuttosto che di verità e finiscono con il costringerci entro i confini mortiferi di in un progetto vendicativo che limita la nostra capacità rigenerativa e di trasformazione agendo un enorme e micidiale potenziale autodistruttivo. L’io fetale, fragile e al contempo onnipotente, non può sopportare la forza devastante del dolore, è costretto a rimuoverlo, ma questo a sua volta genera una rabbia ed un odio sconfinato. L’onnipotenza alimenta l’orgoglio, l’impotenza alimenta l’odio e la vendetta.

Nel film il mondo in cui vivono il monaco ed il suo allievo è un luogo isolato, il loro spazio è distante e distinto da quello esterno, mondano. Si può fare la fantasia che il loro posto ed il loro tempo siano il luogo e il momento dell’interiorità.

L’isola è una superficie mobile, impermanente come qualsiasi altro fenomeno della vita che si trasforma e si evolve in continuazione, le stagioni si susseguono così come le fasi della vita, la natura si modifica in accordo con i cambiamenti del clima in un’alternanza di vita e morte che rispecchia il percorso ed il significato dell’esistenza umana.

In quel mondo gli insegnamenti del maestro - in accordo con l’etimologia della parola “in-signare”, lasciare un segno – non limitano la libertà dell’allievo, vogliono invece “incidere” simbolicamente (e talvolta anche concretamente) una traccia nell’animo del ragazzo. Anche la parola “educare” ha un’etimologia che può aiutarci a comprendere il percorso da svolgere – “e-ducere”, condurre da, togliere – attraverso l’eliminazione degli impulsi autodistruttivi e distruttivi. Gli “insegnamenti” si realizzano attraverso un processo di responsabilizzazione; per compiere la nostra crescita dobbiamo accettare il nostro odio, agirlo ed assumercene la colpa e la responsabilità. Non è facile intraprendere questo cammino, il nostro io psichico oppone le più strenue resistenze; dobbiamo incontrare e sopportare un gran dolore, ma lo possiamo fare se perseguiamo la realizzazione di un progetto positivo per la nostra esistenza, l’incontro con la vita e l’amore: la creazione della bellezza.

La strada da seguire non è rettilinea, ha un andamento a spirale. Le ferite ricevute hanno lasciato dei segni profondi e l’odio rimosso che si materializza va affrontato in tutti i mostri attraverso i quali si manifesta. Il bambino aveva realmente compreso l’insegnamento del maestro quando durante la sua “primavera” era stato chiamato a portare nel cuore il peso del sassolino con cui aveva procurato la morte del pesce e del serpente, eppure da adulto darà di nuovo spazio al suo odio rimosso compiendo un crimine ancora più grave. E ancora più tardi dovrà assumersi la responsabilità di un’altra morte e il peso del sasso diventerà quello di un macigno.

 

QUALCHE RIFLESSIONE SULL’ODIO RIMOSSO,

IL SENSO DI COLPA, LA COLPA REALE, IL PERDONO

 

L’odio rimosso

Già nella vita prenatale siamo chiamati a far fronte a traumi più o meno profondi derivanti da minacce alla sopravvivenza del feto piuttosto che dalla mancata accettazione della nostra identità sessuale e, più tardi da bambini, da ripetute frustrazioni di bisogni o ancora da abbandoni subiti. Da feto prima, da neonato o da bambino dopo, ci troviamo in una condizione di dipendenza totale dalla figura materna a cui è affidata realmente la nostra vita. E’ per ciò che la reazione alle minacce ed ai traumi è grandiosa, colpiti nelle nostre fragilità non possiamo far altro che odiare. Da bambini non siamo in grado di sopportare il grande dolore che proviamo e scegliamo la chiusura per proteggerci; ci chiudiamo all’amore e alla vita e accade spesso che da quel momento la cosa più facile sia continuare a vivere in posizione difensiva. Allo stesso tempo però a causa della nostra condizione di estrema vulnerabilità non possiamo permettere che il nostro odio colpisca e distrugga colei o colui cui è affidata la nostra esistenza in vita. Quell’odio smisurato, commisurato alla condizione di impotenza, deve essere assolutamente negato, rimosso, pena la stessa sopravvivenza propria e altrui.

Diventati adulti l’odio rimosso di cui non siamo consapevoli, perché è inconscio e perché è stato represso, può tornare ad avvelenare la nostra vita. Se non ne siamo consapevoli come possiamo venirne in contatto? Attraverso i nostri comportamenti, le nostre azioni e attraverso quello che ci facciamo capitare (un incidente, una malattia ecc.). Questo odio noi lo possiamo avere sia verso di noi sia verso gli altri. L’odio rimosso è come una bomba dentro di noi che può esplodere da un momento all’altro, occorre disinnescarla e prenderne consapevolezza per liberarsene. Occorre contattare questo odio, viverlo, sentirlo come parte di sè.

 

Il senso di colpa

Il bisogno assoluto che da bambini abbiamo di essere amati ed accuditi dalle figure genitoriali, ed in particolare dalla mamma, ci pone in una condizione di estrema dipendenza. Innanzitutto siamo dipendenti dalla loro approvazione, un loro giudizio negativo si trasforma rapidamente nella negazione dell’amore materno e paterno e nel loro abbandono. Finiamo presto per provare sensi di colpa per ciò che siamo, facciamo o esprimiamo e che riteniamo, a volte anche pregiudizialmente, non sia apprezzato da mamma e papà. La separazione dai nostri genitori, dalle loro proiezioni, per essere semplicemente noi stessi è fonte di senso di colpa.

Anche l'ideale di perfezione, che si sviluppa in ragione della necessità di essere amati - se sarò perfetto non potranno non amarmi! - non fa che aumentare  i nostri sensi di colpa. (E' pressoché impossibile riuscire ad essere perfetti!!)

E anche l’odio rimosso è fonte di sensi di colpa, nella nostra cultura cristiana, ed in generale in quella occidentale, il bene ed il male sono scissi: il male, l’odio, non può essere riconosciuto, non ha libero accesso alla nostra consapevolezza. In una parola non possiamo accettare le nostre parti negative, l’odio che proviamo. La società, così come i nostri genitori, non approva.

 

La colpa reale

Se viviamo la nostra vita condizionati dai sensi di colpa, aderendo alle aspettative dei nostri genitori e agendo quei ruoli che incosciamente ci hanno assegnato, incapaci di compiere le sane separazioni che ci aprirebbero piuttosto la via ad una vita piena e "nostra", ecco quello è il caso in cui noi siamo nella "COLPA REALE" nei nostri confronti.

La colpa reale è la colpa che abbiamo verso noi stessi per la nostra incapacità ad amarci. Quando non possiamo amarci, perché questo (pensiamo) si tradurrebbe in non amore per i nostri genitori ed automaticamente in senso di colpa, siamo realmente in colpa verso la nostra vita.

 

Il perdono

L'odio che proviamo non è mai proporzionale al torto subito. (Ricordiamoci della nostra condizione di estrema fragilità e dipendenza!) Possiamo perciò distinguerlo in una parte adeguata e in una in eccesso. La prima parte, quella giusta per intenderci, può essere agita attraverso l'aggressività, l'altra, quella sproporzionata, dobbiamo eliminarla attraverso il perdono.

Il perdono implica la propria liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio. Odio verso gli altri, ma innanzitutto verso noi stessi. (Perché? Magari semplicemente perché non corrispondiamo all'ideale di perfezione che abbiamo, no?) L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente,  l’odio crea una dipendenza.

E’ fondamentale perdonare le figure genitoriali e perdonare se stessi. Il perdono è la capacità di potersi amare profondamente e per questo è anche la capacità di decidere di perdonarsi sia dell’odio che si è coltivato verso di sè che di quello provato verso le proprie figure genitoriali.

Dal punto di vista etimologico perdono, perdonare significa concedere un dono: è così in varie lingue, dall’inglese ‘for-give’ al francese ‘par-donner’ ed al tedesco ‘ver-geben’.

Attraverso il perdono e il sacrificio del nostro orgoglio ferito facciamo dono a noi stessi della libertà e, in fondo, della vita. Solo se abbandoniamo la hybris, (arroganza, onnipotenza, superbia) e scegliamo l'umiltà, se accettiamo i nostri dolori e il nostro odio e decidiamo di scioglierlo attraverso il perdono degli altri e principalmente di noi stessi, diventiamo capaci di comunicare profondamente con il nostro Sè e con gli altri e diventiamo capaci di incontrare l'amore.

 

 

 

 

INVERNO

(Rosy Anania)

 

FRAMMENTO (da Eraclito)

Dalla terra nasce l'acqua, dall'acqua nasce l'anima...
È fiume, è mare, è lago, stagno, ghiaccio e quant'altro...
è dolce, salata, salmastra,
è luogo presso cui ci si ferma e su cui ci si viaggia
è piacere e paura, nemica ed amica
è confine ed infinito
è cambiamento e immutabilità ricordo ed oblio.

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L’INVERNO è il tempo della metamorfosi, della trasformazione, il tempo della sintesi.

È il tempo in cui l’acqua si solidifica e il giovane non ha più bisogno della barca per arrivare al tempio, ma può usare le sue gambe.

È il tempo in cui il bianco copre tutto e la porta che separa i due mondi ora può rimanere aperta, il dentro e il fuori s’incontrano, non esistono due mondi ma un unico mondo che contiene entrambi.

 È il tempo in cui il figlio incontra la madre.

 Il tempo in cui la MORTE incontra la VITA e viceversa.

Il tempo dell’Immaginazione, della creazione: da un blocco di ghiaccio prende forma il Buddha, prende forma la consapevolezza del proprio Io e del proprio progetto.

È tempo in cui l’uomo prepara il suo corpo e la sua anima alla Grande Impresa: RIAPPROPRIARSI della PROPRIA VITA.

In questa impresa  non è solo, anzi la natura lo aiuta. L’acqua nelle sue molteplici forme è sua compagna. Lì dentro il ghiaccio l’uomo trova un piccolo  tesoro, piccole pietre che completeranno l’opera, il Buddha è pronto, il progetto ora è un po’ più chiaro.  Deve però scavare ancora, ed ancora ed è di nuovo nel ghiaccio che prende forma il suo dolore, prende forma la meta.  Non può più rimanere fermo, ora ha la responsabilità di un altro, la vita gli chiede di essere padre di se stesso e di un bambino. Continua il viaggio, quel viaggio iniziato in Primavera, continua con  un nuovo tesoro. L’uomo ormai ha la consapevolezza di avere dalla sua parte la terra, gli alberi, le montagne, il serpente, la rana, i pesci, il sassolino, il maestro e lo sguardo della madre. Ora  può entrare ed uscire  dall’odio, dalla sua volontà omicida e suicida, dal suo egocentrismo, dal suo vittimismo, da una simbiosi divorante. Ora può immaginare e creare.

Immaginiamo di poter dare una forma al nostro dolore e al nostro progetto. Immaginiamo che il nostro dolore sia grande come un macigno e lo portiamo lì sulla schiena. Ora immaginiamo di tenere nella nostra mano un piccolo Buddha, il nostro progetto. Il viaggio inizia con un macigno da una parte e il Buddha dall’altro. La meta è la cima di una  montagna. Ciò che si può vedere lì dall’alto, ciò che si può provare dopo tale impresa è difficile dirlo perché molteplici sono le possibilità e molteplici le visioni, l’unica forse certezza è che dopo un viaggio così intenso e faticoso  non può che iniziare una Nuova Primavera.

 

GLI ANIMALI SIMBOLO NEL FILM

 

 RANA  La rana richiama immediatamente la simbologia dell’acqua, proprio perché essa nasce,si sviluppa e vive nell’acqua per tutta la sua vita, non rimanendovi però vincolata.

Rappresenta l’evoluzione psichica, affettiva e spirituale che compie ogni uomo nella sua vita; é un processo lento e difficile come quello che fa la rana nelle sue molte metamorfosi: uovo, girino, batrace e infine rana!

Le rane sono creature adattabili che sanno adeguarsi ai più diversi ambienti nel corso della loro evoluzione. In questo senso esse sono simili al genere umano.

In Giappone si crede che la rana attiri la felicità e si dice anche che essa ritorni sempre al suo punto di partenza, anche se si porta lontano.

La parola “giapponese” per rana (kaeru) significa anche ritornare. Essa è diventata una sorta di protettrice dei viaggiatori. Le culture Precolombiane attribuiscono alla rana il simbolo della vita.

Nelle tradizioni dell’America centrale si riteneva che la rana portasse salute eliminando l’energia negativa e tenendo lontano il male.

I primi Cristiani, nelle loro chiese, avevano lampade con la forma di una rana, per significare che il battesimo con l'acqua conduceva all'immortalità.

 

 

 

gallo GALLO  Il gallo strettamente legato al sole, di cui annuncia il sorgere, è il simbolo della rinascita ed è un alleato delle forze benefiche e protettrici. Svolge la funzione di sorveglianza scacciando gli spiriti del male. Sacro al dio solare Apollo, nella mitologia greca è associato anche a Persefone, il principio luminoso degli inferi, e a Ermes il messaggero degli dei. Il gallo incarna il principio maschile, la virilità e l’aggressività del combattente.

 

 

 

  SERPENTE  (serpenti o naga) quale simbolo di immortalità intesa come rinascita ed eterno perpetuarsi della vita, segna il distacco definitivo dall'età dell'innocenza.

Nella nostra cultura (soprattutto in seguito all'influenza di Freud) è prevalsa la tendenza ad associare il serpente alla sessualità maschile. ...nella mitologia il serpente ha natura sia maschile che femminile... era considerato simbolo dei poteri di procreazione e di rigenerazione... In quasi tutte le culture il serpente finì per simboleggiare la vita stessa, che circola (proprio come il serpente) attraverso tutta la natura. Il potere procreativo e rigenerante... era inoltre considerato fonte della capacità di guarigione dell'organismo... Il serpente divenne così ancora più significativo a livello simbolico, perché rimandava sia alle "correnti" sottili del corpo, sia alla "tortuosità del cammino spirituale dell'anima".

 

  PESCI  Rappresentano  la fertilità e l'abbondanza grazie alla loro capacità di riprodurre in termini di velocità e volume. Furthermore, in Buddhism , the fish symbolizes happiness and freedom. Inoltre, nel buddismo, il pesce simboleggia la felicità e la libertà, rappresentano il superamento di tutti gli ostacoli, la vittoria su tutte le sofferenze e il raggiungimento della liberazione.

 

 

 

 

Lastly, in Norse and ancient European cultures, the fish had symbolic meanings of adaptability, determination, and the flow of life. In antiche culture europee, i pesci avevano significati simbolici di adattabilità, la determinazione e il flusso della vita.