CENTRO EUNOMOS – CONGRESSO ALGHERO 2005

 

 

LA CRESCITA NELLA CONSAPEVOLEZZA DI COME SI CREA IL PONTE TRA

LA VITA INTRAUTERINA E LA VITA INTRACOSMICA

 

Sintesi ed elaborazione del lavoro dei membri del Centro Eunomos a cura di Giancarlo Ceccarelli

 

 

Nella nostra trattazione vi sono tre piani

1) la crescita: piano esistenziale

2) nella consapevolezza: strumenti conoscitivi

3) di come si crea il ponte: strumenti operativi.

 

Il concetto di ponte è in rapporto all vita intrauterina ed alla vita intracosmica (carattere bidirezionale del ponte).

 

 

A)    I COMPAGNI DI VIAGGIO

 

      

 

Iniziamo le nostre riflessioni riportandoci ad un grande padre del nostro pensiero, Parmenide, che ci ha trasmesso la conoscenza del profondo, inscindibile rapporto che intercorre tra gli esseri (τα ώντα - ta onta, i Viventi) e l’essere (τον εών - ton eòn, la Vita).

 

Ci siamo proposti di leggere la storia dell’Odissea in questa analogia:

gli esseri viventi stanno alla vita,

come i compagni di Ulisse stanno ad Ulisse nel suo viaggio ad Itaca.

 

Ulisse dunque non rappresenta solo un individuo, ma rappresenta molteplici individui.

 

Si può avere una doppia prospettiva per quanto riguarda i compagni di Ulisse: possono rappresentare sia le parti che dobbiamo perdere, lasciare andare (l’onnipotenza, l’impotenza, l’ideale di perfezione, l’assoluto, la voracità, l’invidia, l’odio rimosso ecc.), sia le parti che noi non abbiamo ancora integrato e che quindi sono da recuperare, che non ce la fanno ad arrivare al progetto (scarso amore di sé, scarso coraggio, scarsa intuizione, immaginazione, creazione, volontà, incapacità di affrontare la sofferenza, il dolore, incapacità di decidere, di ascoltare il sé, di avere coraggio, di affrontare l’odio rimosso, di mettersi in discussione, di ascoltarsi e di ascoltare l’altro, incapacità a liberarsi dai sensi di colpa ecc.).

Tutto questo rappresenta  il processo che dobbiamo attraversare ogni volta che dobbiamo morire a certe parti dentro di noi per poter rinascere. Questi  compagni si perdono perché vanno ad affrontare problematiche profonde: c’è chi riesce a rimanere vivo, chi rimane incastrato nelle problematiche, chi muore.

 

Compagni perduti e compagni che hanno accompagnato Ulisse.

Ciò che unisce l’unità e la molteplicità è  la coralità.

Ulisse arriva da solo alla meta, ma se Ulisse arriva è perchè nel suo progetto c’è la forza di tutti i suoi compagni. Ulisse non rappresenta solo un individuo, ma rappresenta molteplici individui, che sono presenti perché per quel progetto hanno partecipato nel modo  in cui hanno potuto partecipare dando a Ulisse la possibilità di arrivare.

Con una metafora: se pensiamo ai satelliti che vengono mandati nello spazio, noi vediamo che i serbatoi del carburante vengono uno dopo l’altro staccati e si perdono in un viaggio apparentemente senza senso, ma hanno contribuito al missile di arrivare nella stratosfera, sono fondamentali, senza di essi il satellite resterebbe un oggetto della terra, non dello spazio. Gli stadi di un missile sono per una navicella spaziale quello che per Ulisse sono stati i suoi “compagni di viaggio”. Per portare a compimento un progetto c’è bisogno di una coralità, c’è bisogno di una partecipazione attiva di tutte le persone che fanno parte di quel progetto. Vogliamo sottolineare con questo l’importanza di coloro che partecipano ad un progetto e magari non godono della sua realizzazione perché il loro compito si esaurisce in un determinato punto, prima della sua realizzazione.

Ulisse raggiunge Itaca e in qualche modo è il progetto di tutti che si realizza.

 

In una visione organismica o corale non può esistere la testa  se non c’è un corpo, Ulisse rappresenta  l’unità e i compagni di Ulisse sono le parti che lui  dovrà  perdere o che dovrà  recuperare dentro si sè.  Bisogna riportare le parti perdute al tutto, come i compagni ad Ulisse.

 

 

B) I COMPAGNI INTERNI

 

I compagni perduti lungo il viaggio avevano lo stesso progetto, ma forse non la stessa determinazione. Quelli che sono morti avevano la forza del progetto che poteva giungere ad una prima fase, altri avevano la determinazione del progetto oltre la prima fase, anche per una seconda, e così via. Ulisse rappresenta la determinazione più piena, giunge fino alla fine, fino all’obiettivo. I nostri compagni sono le nostre forze progettuali. Noi abbiamo le nostre forze che ci accompagnano ognuna fino ad un certo punto. Tutte le nostre componenti: la convinzione di un progetto, la determinazione, l’intelligenza, la volontà, l’intuizione e così via tendono verso un progetto, sono come i compagni di Ulisse. Possiamo interrogare i nostri compagni e chiedere ad esempio: quant’è la determinazione? Si può avere molta intuizione riguardo al progetto della propria vita ma non la determinazione, non la tenuta, la costanza e quindi si giunge fino ad un certo punto. Non che non si è fatto un viaggio, se ne è fatta una parte e questi compagni interni accompagnano fin dove sono in grado di accompagnare. Talvolta occorre fare dei salti, dei passaggi radicali perché ormai i compagni che hanno accompagnato fino a lì sono morti tutti: questa dimensione esistenziale fa appello ad un compagno di viaggio che è da scoprire nel mondo della vita intrauterina, di cui si parlerà più avanti.

 

Alcune potenzialità possono essere necessarie all’inizio di un progetto (l’energia e il desiderio di voler realizzare un progetto a qualsiasi costo, incoscienza, coraggio un pò avventato), poi queste potenzialità occorre che muoiano, che siano trasformate in maggiore aderenza alla realtà, maggiore capacità di capire le nostre potenzialità ecc.

L’onnipotenza iniziale deve essere modella dalla aderenza alla realtà, il coraggio avventato va supportato dalla saggezza dell’esperienza.

 

Quando si raggiunge un progetto, lo si raggiunge in una maniera piuttosto che in un’altra perchè? Dei nostri compagni interni, alcuni ci accompagnano fino alla fine e altri invece ci lasciano prima e il viaggio ne viene modificato, modellato. Perché delle forze erano più potenti in un senso che in un altro e il viaggio è stato configurato da esse. Il nostro viaggio ci assomiglia, è l’immagine di noi stessi.

Quali sono le potenzialità che noi mettiamo in atto che ci portano verso il progetto e qual è la parte nostra, qual è il nostro Ulisse che giunge al progetto finale? Qual è la nostra Itaca? Il nostro Ulisse che giunge al progetto si è semplificato, è diventato essenziale, tante altre parti si sono perse ma tutte hanno contribuito al progetto.

 

Un compagno perduto, fa parte della storia di ciascuno, segna interiormente. Permette di chiedersi, come se lo è chiesto Ulisse: perché accade questo? Perché si ha bisogno di questo? Quanto accaduto fuori è accaduto anche dentro di noi, fa parte della storia e possiamo raccontarlo come “nostra” storia .

Tutto quello che è accaduto è stato per Ulisse esperienza, conoscenza, un tragitto interiore, raccontato come in una seduta analitica all’analista Antinoo.

Ulisse narra dei suoi compagni, Ulisse è la storia dei suoi compagni dentro di sé.

 

Possiamo considerare le nostre  parti interne in due dimensioni:

una che chiamiamo “spaziale”, le parti che occupano uno spazio dentro di noi (odio, distruttività, violenza, come anche le parti positive, amore costruttività, donatività, ecc.);

una che chiamiamo “temporale”, le varie tappe, i vari stadi che dobbiamo percorrere (Circe, Polifemo, ecc.) durante gli anni.

Un movimento, un approfondimento e un lavoro verticale dentro di noi e un movimento orizzontale o trasversale che scorre nel tempo e che si dirige nei confronti degli altri. È il movimento della introspezione e della interazione, del dentro e del fuori, della vita intrauterina e della vita intracosmica..

 

 

Immaginiamo che in Ulisse, nella lunga guerra di Troia, albergassero due istanze.

Una che lo spingeva a scegliere il falso sé, ovvero l’odio per se stesso, il rancore, la solitudine, l’altra quella che gli ha fatto decidere di rinascere alla vita. Per poter rinascere deve decidere di affrontare il viaggio, difficile, lungo e pericoloso, ha bisogno dei suoi compagni, da solo non ce l’avrebbe mai fatta. I compagni sono fondamentali per il viaggio, Ulisse non avrebbe potuto prendere una nave, partire e affrontare le difficoltà del viaggio da solo. Dove sarebbe arrivato senza i suoi compagni? Alla prima tempesta  sarebbe morto senza realizzare il suo progetto. Per ritornare  nell’utero, per ricontattare i nostri traumi intrauterini occorre essere insieme (in una coppia, in un gruppo, qualcuno che ci da una mano), occorre affidarsi al sé personale, ma anche al sé di coppia e al sé corale.

 

 

C)  LA SCELTA

 

Se, dunque, Ulisse non avesse scelto il ritorno ad Itaca, cosa sarebbe accaduto? Avremmo visto un Ulisse attaccato alla voglia di guerra che dice: “resto qua finchè non avrò vinto, finchè non avrò distrutto Troia o non sarò distrutto, e con me tutti gli Achei”.

È un Ulisse che dopo tanti anni di guerra non ha più voglia di vivere, di reagire, che si lascia morire a Troia, che non si ama, che non chiede aiuto e collaborazione ai suoi stanchi compagni, che non riunisce le forze per un altro ben più alto progetto che quello di fare la guerra.

Un Ulisse che può lasciarsi morire a Troia e l’altro che guarda  lontano il mare e decide di attraversarlo.  Un Ulisse che si ama, che ha coraggio, che sfida  il mare, la morte, per un progetto che è quello di reincontrare Penelope, che decide di incontrare il suo odio rimosso, di ritornare nell’utero.

In lui vi sono l’inganno, la menzogna, certo, ma anche la soluzione creativa, l’astuzia, l’intelligenza, l’immaginazione che permette di pensare a una soluzione diversa.  Entrare nel cavallo può essere letto da noi come un rientrare nella vita intrauterina in cui si può o rimanere distrutti o uscirne vincitori. Questo entrare nel mondo intrauterino e uscirne è una struttura che si ripete, è ricorrente in Ulisse: entra nel cavallo, entra a Troia e se ne esce per realizzare un progetto antico, entra nella caverna di Polifemo e ne esce, va nell’Ade incontra la madre e torna. Occorre coraggio per entrare nella vita intrauterina, come il coraggio che ha avuto Ulisse: poteva anche essere bruciato, dentro al cavallo, dai Troiani. Rischiamo, quando rientriamo nell’utero, di morire, di ricontattare l’odio e rimanerci,  di non decidere di liberarcene. Torniamo giù ma solo per riaccendere un fuoco sopito che invece di darci energia ci distrugge.

 

Per poter fare questo viaggio occorrono dei saldi presupposti che sono: la decisione, il progetto, la trasformazione, il coraggio.

 

 

Quando Ulisse ed i suoi compagni stanno per arrivare ad Itaca e tutto potrebbe essere ormai tranquillo, viene aperto l’otre del dio dei venti, e nella tempesta muoiono molti per invidia.

Perché devono riaffrontare la tempesta, che cos’è che non hanno affrontato prima? Giungono alla meta agognata, l’amata Itaca, ma non basta, devono invidiare qualcosa di ancora più grande del loro desiderio, e proiettano questa loro insoddisfazione nell’otre chiuso del dio del vento, la loro rovina. Ulisse ed i suoi compagni vanno anche nell’isola dei cannibali, non è bastato che fossero stati mangiati da Polifemo, come se non bastasse una madre divorante, si ha bisogno di più persone divoranti. Ulisse non soltanto deve raggiungere Itaca perché l’aspetta Penelope, ma lui è il re di Itaca, quello è il suo posto.

 

 

D) LA VITA INTRAUTERINA

 

 

Possiamo considerare il viaggio nostro e quello di Ulisse come un ritorno nell’utero per andare a sciogliere i legami perversi di odio, di rifiuto, di non accettazione, ecc. per poter riappacificarsi con l’utero e con noi stessi.

Ma la vita intrauterina come facciamo a conoscerla?

È la vita intracosmica che ci permette di capire la nostra vita intrauterina.

 

Abbiamo le relazioni modellate secondo il nostro mondo interno, se abbiamo un mondo legato e strutturato nella vita intrauterina le relazioni le avremo in quella maniera.

È  anche nei vissuti di coppia che possiamo trovare tracce di quel tempo. In un rapporto di coppia intrauterino in cui si ri-creano le dinamiche intrauterine il tu non esiste, il rapporto con l’altro è un rapporto con un Tu che è un prolungamento dell’Io.

 

Per trasformare la nostra vita intracosmica bisogna scendere prima nella vita intrauterina e affrontare l’odio rimosso e il dolore di non essere mai nati, da lì il ritorno alla vita intracosmica è la vera nascita, il cardine esistenziale.

 

Si entra nella vita intrauterina per poter entrare nella vita intracosmica, se stiamo nel mondo di realtà, dentro al cosmo, ma con le strutture della  vita intrauterina, noi non stiamo nel cosmo, stiamo ancora laggiù. È quindi importante rientrare nell’Ade, incontrare la madre vestita di nero, vivere il lutto della madre, separarsi, disciogliere i legami e così tornare a vivere nella vita intracosmica.

 

Alcuni traumi nella vita intrauterina possono in parte venire superati costruendo un utero buono ma una parte occorre accettarli, ciò permette di non restare legati a quei traumi ma di uscirne fuori perdonando la madre, l’utero rifiutante, che non ci ha accettato immediatamente.

 

Finché rimaniamo nella dimensione della vita intrauterina non abbiamo comunque una dignità personale. È essenziale la compresenza del polo della vita intracosmica, altrimenti è un’esistenza monca quella che si vive.

 

Il ponte tra mondo intracosmico e mondo intrauterino ha carattere bidirezionale.

Questo continuo interscambio è un necessario processo dialettico, ineludibile per ciascuno di noi.

Si rientra dunque nel mondo intrauterino per sciogliere legami che non permettono di vivere la vita intracosmica, per meglio affrontare la propria storia.

Non solo, vi è un altro motivo: si rientra nel mondo intrauterino soprattutto per ricontattare il potenziale vitale esistenziale.

Il nostro potenziale esistenziale, alla stessa maniera delle cellule staminali, può assumere molte forme esistenziali. Storicamente poi, lo sappiamo, il potenziale si incanala in alcune forme e non in altre di esistenza.

 

Tornare al tempo della vita intrauterina è per ri-assumere altre potenzialità che non abbiamo sviluppato nella nostra vita. Tornare al punto potenziale, alla staminalità esistenziale, in cui tutto può ri-accadere. È un contatto con l’energia originaria di ciascuno di noi. È come scendere in un pozzo e attingere acqua, acqua vitale. È perciò un concetto dinamico e propositivo, è andare proprio alla fonte della vita, là dove non sono presenti le figure genitoriali, è un ritornare ad una dimensione in cui tutte le scelte sono nuovamente possibili, è un ritornare ad un punto primordiale, alla staminalità esistenziale.

Possiamo anche dire che il mondo intrauterino ci attende, che molte delle potenzialità inespresse ci attendono laggiù, attendono che noi le andiamo a cogliere per farle vivere nel mondo intracosmico.

Il ritorno al mondo intrauterino, non nega la funzione di teràpeia di questo viaggio, anzi questa funzione può essere preliminare all’altra: se le nostre energie sono incapsulate dalle nostre decisioni di odio e di non amore verso noi stessi, quando noi riusciamo a liberarci, a sciogliere il legame di odio, a scapsulare queste energie, esse possono liberarsi e fluire.

È il vissuto nel mondo intracosmico, con le sue problematiche a volte gravi, con i suoi cul-de-sac in cui ci andiamo a ficcare, che ci fa capire quando è tempo di dire basta e tornare al mondo intrauterino. Tornare là dove è possibile attingere altre possibilità, ricostruire un’altra storia, dare all’immenso nostro potenziale un’altra possibilità.

 

Il ritorno al mondo intrauterino ha anche la funzione di metterci in contatto con il dolore esistenziale. Quale può essere la qualità del dolore esistenziale? Un dolore può essere collegato al fatto di non avere sviluppato il proprio potenziale esistenziale: questo è un dolore legato non al rapporto con la propria madre, con l’utero, ma al rapporto con la Vita, è un dolore esistenziale. Un altro dolore esistenziale è connesso ai passaggi di separazione e trasformazione che la Vita richiede: la nascita, i passaggi evolutivi intermedi, il passaggio della morte.

 

 

E)  COME LEGGERE UNA STORIA

 

La meta che attende (Itaca , il mondo intrauterino) vive nell’essere e nel divenire, allo stesso modo di colui che compie il percorso verso di essa.

 

Ulisse va verso Itaca.

Itaca attende che Ulisse torni.

Un viaggio non può costituirsi di una parte soltanto (di colui che va verso), se non c’è l’altra parte (la meta) non c’è viaggio, non c’è storia.

 

Se non ci fosse Itaca il viaggio di Ulisse avrebbe senso?

Itaca è il luogo destinatario del viaggio ostinatamente voluto da Ulisse, ed è il luogo che con altrettanta fermezza ed ostinazione lo attende. Sono in tanti ad attendere, con maggiore o minore pazienza, il fedele cane Argo sancisce l’incontro tra le due parti (l’attesa e l’arrivo) facendo coincidere l’arrivo di Ulisse con la fine della sua attesa.

Le due parti di un viaggio costituiscono gli elementi di un processo dialettico che deve assumere caratteristiche strutturali, come le strutture fisse di un ponte, che permette la bidirezionalità.

 

 

 

 

F)  IL PONTE

 

C’è un duplice passaggio su questo ponte:

A) dalla vita intracosmica andiamo nella vita intrauterina

B) dalla vita intrauterina torniamo alla vita intracosmica.

 

Il ponte, nella sua caratteristica di bidirezionalità, è nello stato d’essere di necessità esistenziale: non solo si decide di andare verso la vita intrauterina, è essa stessa che ci attende-attrae con la sua immensa forza.

Il concetto di ponte ci indica una struttura stabile, un metodo e non un evento unico.

 

E’ come se vi fossero due viaggi paralleli.

Con una metafora presa dall’esistenza di un albero: quando il seme decide di intraprendere il viaggio della vita, inizia per lui un viaggio che ha due direzioni contemporanee ed inscindibili: verso le radici (direzione intrauterina) e verso la chioma (direzione intracosmica).

Non costruisce prima una cosa e poi l’altra, ma man mano che affonda le radici allarga la sua chioma, è una crescita dove non c’è un prima ed un dopo, è una crescita in parallelo.

 

Continuamente si va dalla vita intracosmica alla vita intrauterina, non ci si va una volta sola ma ci si ritorna più volte. Riteniamo che si debba attraversare sistematicamente il ponte di cui parliamo: dalla situazione esistenziale ci riferiamo alla vita intrauterina, come se si trattasse di una situazione unica, di un continuum. Dalla vita intrauterina ri-costruiamo la vita intracosmica per trasformare, per creare bellezza, per entrare nella nella bellezza della vita.

 

Possiamo sintetizzare con uno schema quanto fin qui detto.

 

Il continuo dialettico passaggio vita intracosmica                         vita intrauterina è volto ad attingere

alle capacità inespresse del potenziale intrauterino (come le cellule staminali totipotenti).

Attingere e sviluppare poi nella vita intracosmica.

 

vita intracosmica: necessità di nuove soluzioni a problemi

$

passaggio alla vita intrauterina

 

vita intrauterina: attingere alle potenzialità inespresse

$

ritorno alla vita intracosmica

 

 

 

 

G)  LA MAGIA

 

Come si crea in concreto il ponte “vita intracosmica – vita intrauterina”?

Abbiamo trovato una strada, tra tante che si possono scoprire, dalla nostra esperienza di lavoro nello psicodramma.

 

Vi sono due momenti fondamentali dello psicodramma:

il primo è la verbalizzazione, dove è prevalente la parte dell’Io, il livello della coscienza,

il secondo è il momento della scena, dove si entra maggiormente nell’inconscio.

 

IL MOMENTO MAGICO

Nella prima parte, il momento della verbalizzazione, emerge la capacità di mettere a fuoco le problematiche, i progetti, si mettono in comune le storie. Ognuno conosce storie dell’altro, si crea in ognuno una nuova storia fatta di tante storie, è un movimento orizzontale, trasversale, anche transferale, tra i vari componenti del gruppo.

Nel momento della scena si va in direzione di una ricerca interiore, in profondità, in verticale. È l’immagine che viene creata nello psicodramma che collega questa parte orizzontale, della consapevolezza e della relazione, con la parte verticale della profondità dell’inconscio.

È essa che crea questo ponte: si crea una immagine e successivamente si crea una scena, si lancia un ponte che ci permette di lasciare il mondo della ragione, del discorso, e di  entrare nel mondo intrauterino attraverso l’immaginario.

 

Dal piano di realtà, questa forma di magia che si serve dell’immaginario, crea un ponte che lega e col-lega il mondo intracosmico ed intrauterino. Si passa da un piano all’altro.

 

L’immaginazione e la creazione sono in rapporto stretto tra loro, come la vita intrauterina e la vita intracosmica. Non c’è creazione (piano del mondo intracosmico) senza immaginazione (piano delle potenzialità intrauterine).

 

Il momento della magia non si ferma al formidabile potere della immaginazione,  uno strumento (che denominiamo genericamente “l’immaginario”) che permette il passaggio dal mondo intracosmico al mondo intrauterino, che va ad esplorare le tante altre possibilità esistenziali.

 

Vi è un altro più radicale momento magico ed è la “decisione dell’Io Persona”, è la seconda magia necessaria. Si può contattare con la magia dell’immagine il mondo intrauterino, aprire la porta, vedere e chiuderla, senza che accada nient’altro. La decisionalità dell’Io Persona è l’altro momento magico che fa passare da uno stadio d’essere ad un altro, che fa passare da una posizione all’altra, che rende possibilile la trasformazione.

Nel momento della decisione si entra magicamente in un’altra dimensione, mentre la crescita, l’evoluzione e la trasformazione sono processi lenti.