DOPPIO VIAGGIO

Storie da uno psicodramma

 

CENTRO EUNOMOS – CONGRESSO ALGHERO 2005

Contributo di Giancarlo Ceccarelli, Graziella Lopez,  Rosy Anania, Massimo Crescimbene, Roberto Giacoia, Laura Imbroisi,

Roberta Manfredonia, Rosa Paradiso, Eros Salustri, Marco Veronica e Enza Sirugo.

 

Elaborazione testo di M. Crescimbene e M. Veronica

 

Per spiegare come nasce questo testo occorre fare un salto indietro nel tempo.

Qualche anno fa, era l’anno 2002, partimmo per un viaggio, il viaggio del nostro gruppo di tirocinio in psicodramma. Eravamo otto compagni e due conduttori: Eros, Laura, Marco, Massimo, Rosa, Rosy, Renato, Roberta, Roberto, Giancarlo e Graziella. Il progetto del nostro viaggio era chiaro: formarci alla conduzione dello psicodramma analitico esistenziale, sotto la guida solida e sicura di Giancarlo e Graziella.

E così abbiamo provato a condurre il gruppo e ci siamo trovati davanti l’ideale di perfezione; l’abbiamo affrontato, combattuto, e abbiamo trovato il coraggio di andare avanti. Abbiamo affrontato l’invidia, verso gli altri, e la loro invidia verso noi stessi. Abbiamo navigato nel mare dell’odio e siamo scesi nei suoi abissi, e nell’oscurità abbiamo trovato il coraggio e la forza di rinascere per andare verso una nuova vita. Nell’oscurità abbiamo perduto un nostro compagno, e ne abbiamo trovato uno nuovo.

E proprio ora che questo nostro viaggio sta giungendo al termine, il Convegno di Alghero ci fornisce l’occasione di raccontarne l’inizio.

 

Il testo è liberamente tratto dalla prima scena di psicodramma del nostro gruppo:

Il chicco di caffè”.

 

La scena è interpretata dai personaggi di un Cilindro, una Bacchetta magica, un Tappeto volante, un Velo e un Guanto. Tutti i personaggi, dopo aver attraversato l’indecisione ed il travaglio della scelta, si ritrovano in un progetto condiviso e partono alla volta di un castello. Entrati nel castello, introdotti da un ponte levatoio che si apre magicamente al loro arrivo, scendono nelle sue cantine buie e profonde. Lì sentono che c’è qualcosa, cercano, e dentro la terra trovano un “chicco di caffè” che, dopo l’incontro, inizia a mettere radici e a crescere. Nella scena la magia dei personaggi è elemento centrale e il mago, pur essendo evocato da tutti i personaggi, non c’è. La scena che abbiamo riscritto ha inizio con Ulisse che non c’è, e con i personaggi che dovranno ricercare dentro di sé il loro progetto.

E a ben vedere il viaggio che i personaggi compiono verso il progetto è un viaggio che viene percorso in due direzioni. La direzione di chi, come il gruppo dei personaggi, si muove da un luogo per raggiungerne un altro, il castello ed il chicco di caffè. Dall’altro lato, la direzione di chi, come il chicco di caffè, pur non muovendosi affatto, compie comunque il suo viaggio, attendendo i personaggi che stanno andando verso di lui.

E così mentre ci avviciniamo al termine del viaggio ci accorgiamo che il nostro progetto è diventato PROGETTO DEL GRUPPO, che le nostre energie si sono trasformate, che il nostro universo individuale è entrato in comunicazione con l’universo dell’altro, che non abbiamo navigato solo per noi, e quel seme, che tanto ha aspettato, adesso è qui, e ha iniziato il suo viaggio verso la vita.

 

 

Antefatto:

Finita la guerra di Troia, sulla spiaggia dell’accampamento degli Achei, Ulisse non fa ritorno alla sua tenda. Nella tenda di Ulisse ci sono i suoi effetti personali: una Bacchetta magica, un Cilindro, un Guanto, un Tappeto volante, un Velo.

 

Cilindro

Ulisse non è tornato. Ho perso la speranza. Che sia morto? Ed ora io, che sono il cilindro, che farò senza di lui? Quando ero su di lui, poggiato sul suo capo, fiero, ero padrone del mondo. Ettore, Achille, persino Agamennone erano miei pari ed io potevo guardarli dall’alto in basso perché alta era la considerazione che essi avevano di me. Io sono il cilindro. Tra voi quello che è stato più vicino alla sua mente eccelsa. L’intelligenza, cos’è l’intelligenza? L’intelligenza può tutto, io posso tutto. Vedrete, inventerò qualcosa. Vedrai Bacchetta. Tu sarai anche magica, ma io sono astuto, furbo, eccelso. Cogito ergo sum. Se non è tornato certamente aveva un piano, un progetto. Se scoprissi il suo progetto rincontrerei Ulisse, ma forse, anche se non lo incontrassi, potrei fare a meno di lui e avrei comunque un progetto. Qual è il progetto? Qual è il mio progetto? Certo che la magia sarebbe un grande potere unita all’astuzia.

 

Bacchetta magica

Ulisse non è tornato. E questo dannato Cilindro si è messo in testa di sostituirlo, si crede Ulisse. Sì, sarà pure intelligente, furbo, astuto perfino. E allora? Vediamo dove lo porterà la sua intelligenza. Un progetto, un progetto non è fatto di sola testa, ci vuole cuore e il cuore dell’uomo è magia. Io sono magia. Non una semplice bacchetta, ma una bacchetta magica. Una bacchetta che può dare la vita, una bacchetta che può far scaturire la vita dalle cose più semplici. Tuk, ed ecco qua un bel coniglio. Tuk, ecco la sua coniglietta. Tuk. Ed ora amatevi. Ah, l’amore, che magia. Però, concordo con lui, con quell’altezzoso Cilindro, ci vuole un progetto. Un progetto capace di esaltare la sua intelligenza. Un progetto capace di esaltare la mia magia. Un progetto!

 

Tappeto volante

Progettate, progettate pure, ma senza di me non si va da nessuna parte. Io sono il “mezzo”. Io sono il Tappeto volante. Il volo è la mia conquista. La terra, mia madre. Il cielo, mio padre. Quante volte ho accolto Ulisse nella mia morbida tela, stanco, ferito. Quante volte ho cullato il suo sonno, accompagnato i suoi sogni, le sue fantasie, i suoi progetti. Ma questo non è bastato, questo non sarebbe bastato senza il volo. E allora abbiamo volato. Volato sul mare, volato sulla terra, sull’alta cima di quelle montagne avvicinandoci al sogno. Sogno della realtà. Realtà del sogno. Quale scegliere? Senza di me non è possibile scegliere perché io sono il “mezzo”. Io sono quel ponte che unisce l’immaginazione alla realtà del progetto.

 

Velo

Io sono il velo. Io sono il mistero. La bellezza della vita. Intelletto, magia, mezzo, ma cosa resta in fondo dell’uomo? Il mistero, solo il mistero. Il mistero e la sua bellezza. E allora portatemi con voi e scoprirete il mistero della vita, la bellezza della vita. Cos’è la vita, un percorso cromatico, un insieme di colori cangianti. Il buio del nero, il viola della scelta, il rosso della nascita, il giallo del sole, l’arancio del tramonto, il blu del cielo, e di nuovo il blu del cielo cangiante nel mare, e il verde dell’acqua che si fonde col sole e nasce la terra, bruna, marrone di vita, bruciata dal giallo, bagnata dal blu, che lascia posto al viola putrido, per arrivare nuovamente al nero, al mistero del nero. Portatemi con voi o le vostre vite e la mia perfino non avranno senso.

 

Guanto

Le sue mani, quanto mi mancano le sue mani. Così belle, forti, impazienti, mai ferme. Quanto si può leggere nelle mani di un uomo. La sua vita, il suo lavoro, i suoi affetti. Il suo amore soprattutto. Perché un uomo che ama ha delle mani che amano. Tutto ciò che tocca, sfiora, prende, dice tutto di lui e del suo amore per la vita. Ulisse era così ed io ho potuto impregnarmi di lui, del suo tocco, della sua pelle, della sua forza. Questo è il progetto. Avvicinarci, sfiorare per arrivare a toccare ciò che amiamo, un filo d’erba, un fiore, la corteccia di un albero, la sua anima infine. Cerchiamo un seme, cerchiamo una terra, che sia fertile, adatta ad accogliere la vita. E tocchiamo, il seme, la terra, un tenero virgulto, una piccola pianta. Tocchiamo l’anima della vita. Questo è il nostro progetto.

 

 

 

Ponte levatoio

Li vidi arrivare da lontano. Una ben strana compagnia. Trasportati da quello che sembrava essere un Tappeto volante, un Guanto, un Velo, una Bacchetta e un Cilindro. Una strana compagnia ma soprattutto male assortita. Il cilindro dritto e impettito che sembrava capire e pensare ogni cosa. Ma a cosa mai pensava ancora me lo chiedo. Una bacchetta, piantata a mo’ di timone a poppa del Tappeto, pronta a tutto ma incapace di governare la nave. E poi quel velo così futile, inutile, quasi disinteressato ad ogni cosa. Solo bello, cangiante di colori, di una varietà indescrivibile di colori che a guardarlo intensamente ci si poteva perdere. E forse mi persi, perché quando il guanto con sicurezza mi disse: “Buongiorno, Ponte levatoio. Lasciaci entrare nel castello, perché lungo e periglioso è stato il viaggio”. Io non dissi nulla. Mi abbassai come per magia e pensai: “Che mistero è la vita”. E fu così che assistetti a tutto quello che accadde dopo. Entrarono nel castello e subito, magicamente, si diressero nelle cantine più profonde dove mai nessuno, almeno fino ad allora, aveva mai avuto accesso. Ma la cosa ancora più incredibile fu quello che trovarono nelle cantine. Un profumo, un odore, un piccolo rumore, un contatto. Un piccolo seme che subito, sentendosi scoperto, trovato, ritrovato, amato, li accolse.

 

Chicco di Caffè

Sono il Chicco di caffè.

Tanto tempo ho passato in questa terra, e a volte è stato difficile, sarei voluto uscire fuori.

Ma sapevo che dovevo aspettare.

Ho attraversato la paura di non attecchire, la paura di non crescere, lo sgomento dei giorni senza luce. A volte avrei voluto morire pur di porre fine all’attesa.

Ma sapevo che dovevo aspettare.

Sentivo i giorni che passavano, le forze dentro di me aumentavano, e con le forze l’impazienza di diventare pianta.

Ma sapevo che dovevo aspettare.

Ho sentito l’acqua che mi dava da bere, ho sentito il calore della terra nella quale crescevo, ho sentito il tempo che passava. Volevo uscire fuori e diventare pianta.

Ma sapevo che dovevo aspettare.

Sentivo le radici che uscivano dal mio corpo ed entravano nel corpo di questa terra che mi ha nutrito e protetto come una madre. Sarei voluto uscire per farle vedere che bella pianta aveva allevato.

Ma sapevo che dovevo aspettare.

Poi ho sentito che stavate arrivando, e ho capito che avevo fatto bene ad attendere, che era arrivato il momento giusto per metter fuori le prime foglioline, che con voi accanto il gelo non mi avrebbe ucciso, il vento non mi avrebbe strappato via e che con il vostro aiuto e le vostre cure sarei diventato quella stupenda pianta che devo essere, come è scritto nel mio destino da sempre, da quando le stelle sono apparse nell’universo e quella chiamata sole ha cominciato a scaldare questa terra.

Non lo sapevo, ma dovevo aspettare voi.