LA VALLE DELL’EDEN

 

di Giancarlo Ceccarelli

 

Genesi 4° capitolo

Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore».  Poi partorì ancora suo fratello Abele.

 

Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.

Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso.

 

Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.

 

(.......... uccisione di Abele .........)

 

Dio: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lontano da quella terra che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: errante e fuggiasco sarai sulla terra».

 

Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad Est dell’Eden.

 

 

 

Il titolo originale del film è “East of Eden”: “Ad Est dell’Eden”, come quella storia antica.

Cal, questo il nome del protagonista, è tenuto lontano dall’amore del proprio padre, il suo nome evoca quello di Caino. Suo fratello, il beneamato dal padre, ha nome Aron.

Tutto ciò che fa Aron è perfetto, tutto ciò che fa Cal è sbagliato.   La madre? Non c’è, ufficialmente defunta.

 

Questo film è un’opera d’arte di livello epico, rappresenta una colonna portante della storia del cinema. Parrebbe quasi una profanazione farne un commento.

 

Suggerisco soltanto  un aspetto da seguire: gli sguardi. E’ lo sguardo d’amore che è mancato, ed è uno sguardo d’amore che viene ricercato con tutte le forze dall’inizio alla fine del film.

 

Propongo alla riflessione, oltre al racconto biblico sopra citato, che ci presenta lo sguardo del padre distolto dal figlio, un altro testo in cui riecheggia la medesima tematica, quasi a testimonianza di un motivo che attraversa i secoli ed i millenni: il valore fondante dello sguardo della figura genitoriale sulla propria esistenza.

 

Dall’opera “Frankenstein” di Mary Schelley.

Frankenstein non è il nome dell’essere mostruoso che si conosce, è invece il nome del suo creatore. L’essere mostruoso è semplicemente chiamato la “creatura”, non ha nome, non gli è stato posto un nome e c’è un perchè. Quando il giovane Frankenstein giunge finalmente alla conclusione delle sue ricerche, l’essere che ha creato prende vita. Ma Frankenstein già ai suoi primi movimenti ne ha orrore e lo rifiuta, immediatamente. I due non si incontrano più.

 

Passa il tempo, ma, come Cal nel film, la “creatura” ha assoluto bisogno di incontrare Frankenstein, colui che gli ha dato la vita. Attende e crea l’occasione per l’incontro.

Inizia un dialogo.

 

...Tu, mio creatore, detesti e disprezzi me, tua creatura... Come osi giocare in questo modo con la vita?

...Sono una tua creatura, ricordalo: dovrei essere il tuo Adamo, e sono invece l’angelo caduto che tu hai allontanato dalla gioia senza colpa alcuna da parte sua. Dappertutto vedo beatitudine dalla quale io sono irrevocabilmente escluso.

...Credimi, Frankenstein, ero buono, il mio animo ardeva d’amore e umanità; ma non sono ora forse solo, spaventosamente solo? Tu, che pure sei il mio creatore, hai orrore di me; quale speranza posso riporre nei tuoi simili che non hanno nessun obbligo nei miei confronti?

...Lasciati muovere a compassione e non disprezzarmi. Ascolta la mia storia e solo dopo abbandonami o compiangimi, come ti sembrerà giusto. Ma ascoltami.”.

 

Frankenstein accetta di ascoltare.

La “creatura” gli racconta così i suoi primi passi nella vita, le sue prime scoperte, le sue prime conquiste: la luce, la notte, la luna, il fuoco, le parole udite. E via via le concatenazioni tra le cose, le relazioni tra gli esseri. La “creatura” ha un bisogno essenziale di ricostruire lo sguardo del suo creatore su di sè: quello sguardo che è mancato. Lo ricostruisce obbligando il suo creatore ad ascoltare il percorso dei suoi primi passi, glieli mostra con il racconto, così è come se li avesse visti.

 

Caino, Cal, la “creatura” di Frankestein: tutti e tre questi personaggi soffrono per una stessa ferita profonda, l’assenza di uno sguardo che trasmetta amore verso di loro.

Caino si allontana cupo nel suo dolore, va  ad Est dell’Eden.

Cal gioca tutte le carte che può avere a disposizione, anche quelle poco corrette, per attrarre a sè lo sguardo del padre.

La “creatura” di Frankestein mette con le spalle al muro il suo creatore, perchè vuole essere ascoltato, visto che quando è nato alla vita non è stato guardato.

Tre modi di dare risposta alla ferita antica, tre diverse scelte di vita.

 

Concludiamo con le parole che la fidanzata di Aron, fratello di Cal, rivolge a quel padre.

Lei capisce, sente, tocca la sofferenza di Cal.

Tenta di farla comprendere:

“E’ terribile non sentirsi amati, è la peggiore cosa del mondo.

Rende perfidi, violenti, crudeli e questo è ciò che ha provato Cal in tutta la sua vita.

Non gli è stato mai dato amore, non gli è stato mai chiesto il suo, non gli è stato chiesto nulla...

Voi dovrete fargli capire che lo amate, altrimenti non diventerà mai un uomo, continuerà a sentirsi colpevole e abbandonato, senza il vostro affetto.