IN FUGA PER LA LIBERTÀ

 

“Era l’estate del 1965, avevo 15 anni e la mia vita stava già andando in pezzi. Così tornai in Ungheria, dove tutto era iniziato.”

 

La storia inizia con una separazione, come tutte le storie.

Qui la separazione è da una patria, da una casa, da una bambina.

Ogni separazione lascia una traccia: una scarpina, un berrettino perduto.

Le separazioni a volte si replicano, come scatole cinesi. La nostra bambina va ora in una famiglia. Starà male? Molto probabilmente no, là la ameranno.

Si svolgono così, dopo le separazioni, storie parallele. Talvolta il dolore che si prova  si trasforma in aggressività e scontento. Bene o male ci si assesta nella nuova dimensione che si viene a creare.

Ora c’è chi vive di là dal mare oceano, chi nella dolce campagna ungherese.

 

Ma il passato un giorno o l’altro torna, è ineluttabile, bisognerà incontrarlo e guardarlo in viso. Non si può fare altro. Il passato poi fa le sue visite di notte, nei sogni, non si fa dimenticare.

 

Di là dal mare c’è una madre che non ha visto i primi passi della “sua” bambina, che non ne ha udito le prime parole. Nella dolce campagna d’Ungheria c’è una madre che le vicende della vita l’hanno fatta diventare tale, anche per lei è “sua” la bambina, può stringerla al seno e sentire quel contatto che l’utero non le ha permesso di sentire.

 

Accanto a queste due donne/madri vi sono due figure maschili, essi provano a contenere il dolore del femminile e a non farlo trasformare in angoscia. Il compito non è facile. Vi è una rappresentazione esemplare di quello che può essere l’essenza dell’amore maschile e di quello femminile.

La donna ha l’utero, è capace di far vivere ad un nuovo essere l’importanza che esista.

L’uomo non ha l’utero, il suo è un amore diverso da quello della donna, ma non per questo meno potente: bisogna esistere nel mondo delle cose e l’uomo guida il nuovo essere in questo mondo. Le separazioni, con a fianco figure maschili di questo genere, hanno tutto un’altro sapore, sanno di vita, anche per la donna.

 

Come il separarsi, anche il ritrovarsi non è facile, quando tanti spazi di vita sono stati vissuti senza la presenza di chi ora si va ad incontrare. “Mi amerà?” questa è la domanda che sta sotto alle varie ansie.

Poi il tempo passa, anche le persone desiderate, amate, ritrovate sono fonte di conflitti e di problemi quotidiani. Conflitti che crescono fino a sfiorare la tragedia. E’ qui che occorre fermarsi e ritrovarsi, è qui quel tempo, quell’estate del 1965, in cui “avevo 15 anni e la mia vita stava già andando in pezzi”.

 

Come uscirne fuori? Occorre toccare il proprio dolore profondo e l’odio. La madre non può aiutarla, è troppo intrappolata nelle sue angoscie, di cui non rivela l’origine.

Riemerge dalla memoria un patto fatto con il padre, c’è una richiesta e c’è un padre che mantiene la parola data alla sua bambina, ora che è grande: la sostiene nel reincontrare il suo passato, perchè è legge di vita.

 

Questa quindicenne si inoltra così nel suo passato, va a ricontattare i suoi “luoghi dell’Eden”. Le occorrerà coraggio, perchè c’è rischio di perdere tutto: il suo passato, il mondo felice della sua infanzia  era il sogno che la sosteneva.

 

Le persone del passato possono aver legato la loro alla sua esistenza, altre separazioni devono essere affrontate perchè il viaggio abbia un senso: la quindicenne non può appartenere a nessuno, può appartenere solo a se stessa, alla propria vita.

Il passato riprende il suo posto: il passato scorre, come tutte le cose, nulla rimane immutabile, se non nel ricordo. Ciò che è e rimane vivo e potente è l’amore ricevuto, tanto amore. Questo può rimanere dentro di sè, non occorre che resti legato alle cose del passato. Là conosce anche il dolore nascosto della madre e può provare a liberarsi del suo rancore verso di lei.

 

Giunge il tempo delle decisioni: “...io amo questa terra e amo voi...”. E’ l’addio con amore. E’ un transito di tutti dall’amore vissuto come possesso dell’altro, per essere sicuri di essere amati, all’amore come dono che si fa all’altro, che trae la sua sicurezza proprio dal gesto dell’amore che proviene da sè. Anche gli oggetti che ricordano il passato ora hanno un altro sapore: di amore e libertà.

E’ legge di vita: “...quello che siamo lo dobbiamo al nostro passato...”.