AUSTRALIA

di Angelo Ernesti

 

Il film è ambientato alla vigilia della seconda guerra mondiale nel nord dell’Australia nella città di Darwin, nome del padre dell’evoluzionismo, luogo dove avverranno molte trasformazioni, dove si vedrà manifestarsi il conflitto di potere tra il più forte che vuole sottomettere il più debole e dove si svolgerà per la maggior parte tutta la storia. Questa narra le vicende di Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman), aristocratica inglese che nel 1939 dall’Inghilterra intraprende una lunga traversata verso Darwin per raggiungere e “riprendersi” il marito, che lì gestisce il ranch di Faraway Downs. Al suo arrivo la donna scopre una tremenda verità: il marito è stato ucciso e la sua proprietà cade a pezzi. L’unica salvezza consiste ormai nel condurre 1500 capi di bestiame da Faraway Downs a Darwin per venderli all’esercito. Qui Sarah incontra gli altri protagonisti della storia: lo scontroso e riservato mandriano Drover, mandato dal marito a prenderla al suo arrivo a Darwin.

 

I due, Sarah e Drover, appaiono l’uno l’opposto dell’altro. L’altezzosa e all’apparenza delicata Sarah, incontrandosi con la più cruda realtà del posto la affronta con forza e determinazione, facendo intravedere oltre che la sua femminilità doti di tenacia, caparbietà e istintività. Conosce anche un forte senso di maternità e di amore che esplode in lei dopo aver conosciuto, non appena giunta nella sua proprietà di Faraway Dowsn, il piccolo protagonista di questa storia, Nullah, un bambino aborigeno e meticcio. Questi erano bambini destinati ad un crudele destino, diventavano figli di nessuno: rifiutati dagli indigeni perché non erano state rispettate le tradizioni, rifiutati dai bianchi perché non erano “come loro”. A  quell’epoca, per le leggi colonialistiche e razziali vigenti, un bambino meticcio era ricercato e braccato, recuperato e affidato “per il suo bene” alle missioni cattoliche. Ma la vita ha risorse più grandi delle leggi umane: il bambino, pur non avendo ufficialmente un padre, ha però una figura di riferimento importante rappresentata dal nonno aborigeno King George. Egli con la sua saggezza e le misteriose conoscenze ancestrali profonde e tipiche di una razza che è e rimane forse una delle più antiche e primordiali razze umane presenti sul nostro pianeta che hanno ancora oggi la capacità di esplorare e contattare in profondità le leggi della vita, lo educa e gli insegna tutto ciò che potrà farlo diventare uomo. Un giorno, subito dopo l’arrivo di Sarah al ranch, per sfuggire all’ennesimo tentativo di cattura degli uomini di legge, si rifugia con l’aiuto della madre dentro la grande cisterna della fattoria dove lui riesce a salvarsi ma purtroppo perde la madre che nel tentativo di proteggerlo si era calata nella cisterna con lui ed annega nella stessa.

 

Il piccolo Nullah si ritrova solo con il suo dolore, non ha più sua madre, il bene più grande che aveva, che lo ha amato più di se stessa e gli ha dato la vita una seconda volta. Anche Sarah, che era andata “a riprendersi” il marito, quasi fosse una sua proprietà, è sola e deve affrontare il suo dolore. Sarah ha perso il marito e  Nullah ha perso la madre. Le due solitudini forse si possono incontrare. Entrambi non si chiudono, ma si aprono alle opportunità, alle cure, al sollievo che la vita offre loro. Nullah chiede qualcosa a Sarah e lei risponde, improvvisando una storia, spinta anche dal desiderio del bambino che vuole ascoltarla. Sarah, non può avere figli e le si offre l’opportunità di accogliere Nullah come fosse il suo bambino, lui non ha più nessuno. Il raccontare per Sarah e l’ascoltare per Nullah sono per entrambi come una medicina. Sarah si inventa una storia con l’aiuto di alcune parole lette su di un foglio di giornale e riesce, attraverso la storia a ridestare nel bambino, la fantasia e il sogno che lo aiuteranno a ricontattare il proprio progetto. Il bambino attraverso Sarah riesce a ricostruire la sua figura materna, e Sarah a sua volta attraverso Nullah riesce ad esprimere il suo desiderio di maternità, la sua dolcezza e il suo amore. A questo punto Sarah, dopo aver aiutato Nullah con la sua accoglienza è pronta ad affrontare il proprio progetto, che è quello di guidare la mandria attraverso un territorio aspro e difficile, ma anche di sfidare King Carney, l’onnipotente proprietario terriero che mira a distruggere Faraway Downs, se non può impadronirsene. Sarah è aiutata nella difficile impresa dallo scontroso e solitario mandriano Drover. Egli esprime con la durezza e la fermezza del suo carattere tutta la capacità di essere ben saldo nel principio di realtà fatto di regole e di capacità organizzativa. Egli dovrà superare la sua esigenza che tutto sia perfetto (il suo ideale di perfezione) affidandosi all’entusiasmo di Sarah che vuole comunque tentare la traversata della mandria. Con un gruppo di persone, non certamente capaci, quasi un branco volenteroso, decide di spostare la mandria. “Siamo quel che siamo” dice Drover. Con queste parole vuole dire: queste sono le risorse che abbiamo e occorre utilizzarle nel miglior modo possibile. Fra queste persone vi è anche un vecchio ubriacone, l’inaffidabile contabile della fattoria, che con un grande atto di coraggio decide di unirsi al gruppo e di uscire dalle sue menzogne.

Gli uomini di King Carney, dopo aver impaurito la mandria con il fuoco cercano di farla andare verso un precipizio. Nullah, il bambino, con il suo coraggio, la sua energia e la fiducia nelle conoscenze apprese dal nonno, affronta il rischio: riesce a salvare la mandria. La positività, fiducia e speranza possono far fronte unito di fronte alla parte distruttiva che è in ciascuno.

La mandria finalmente si arresta, è salva, ora è tempo di aprirsi ognuno all’altro. Sarah corre disperatamente verso il “suo” bambino lo raggiunge e proprio un attimo prima che cada all’indietro esausto e stremato, lo afferra e lo stringe a sè. Nullah si abbandona fra le sue braccia e c’è l’incontro tra una madre e un figlio. Più tardi tornati al campo, avviene l’incontro tra Sarah e Drover. Drover si apre a Sarah e le racconta la sua storia: è vedovo, la sua donna è morta perché essendo aborigena non è stata curata dalla comunità. Dopo questo incontro di due verità, il viaggio riprende e viene condotto “insieme” ed in una maniera nuova, più profonda.

 

C’è l’unione tra un “femminile” deciso, pronto a rischiare e c’è un “maschile” più statico, più conservatore ma che dà sicurezza. Un femminile che dice che le regole non devono imprigionare la vita, che si possono anche infrangere, quando servono per vivere e un maschile che dice che le regole occorrono, perché contengono e ci fanno essere ancorati alla realtà. 

Il piccolo Nullah anche lui si confida con Drover: sta cercando la sua identità, il SE lo chiama, il nonno gli è sempre vicino e lo guida attraverso le energie dell’esistenza, deve partire per fare il “suo viaggio”. Per Sarah è un dolore, non riesce ad accettare a capire il bisogno del bambino di diventare uomo e di partire per il suo viaggio, più di quanto non senta il suo bisogno di vivere i suoi sentimenti di madre. Drover, come una figura paterna, aiuta Sarah a separarsi dal “figlio” Nullah, dicendole che se non lo lascerà andare il piccolo non potrà mai avere il suo sogno, la sua storia, le sue radici. D’altro canto forte e determinata è la decisione di Nullah di separarsi. Sarah comunque non riesce ad accettare tutto questo e quando Nullah sparisce, lei parte senza alcuna esitazione alla sua ricerca, si scontra con Drover che le ripete convinto che il bambino sia partito per il suo viaggio, che non si può far nulla che è cosi.

 

SE NON HAI AMORE IN CUORE NON HAI NIENTE

NIENTE SOGNI, NIENTE STORIE, NIENTE

Drover, da parte sua, capisce che con la mandria da condurre lontano lui sta portando se stesso lontano dalla possibilità di vivere un amore con Sarah. Decide di tornare, deve affrontare il suo dolore e tornare alla vita, non può fuggire per sempre.

Finalmente i tre, dopo varie traversie, si ritrovano insieme ed uniti, l’amore circola tra loro e li cementa, sembra che la famiglia si sia ricomposta. Ma è il momento per Nullah di iniziare il “suo viaggio”, un viaggio che farà di Nullah un uomo, il viaggio della sua vita.

Occorre lasciarlo andare, è questo il momento, se da un bambino deve nascere un uomo.

 

 

Riflessioni

Dalla menzogna alla Verità, dal progetto di odiarsi e di odiare al progetto di amarsi e di amare.

L’ubriacone che decide di cambiare vita, decide di lasciare la menzogna, la slealtà per la lealtà e l’amore verso gli altri. Flatcher, rimane nel progetto di odiarsi e di odiare, dopo aver violentato la mammadi Nullah, uccide il marito di Sarah e rimane nell’odio. Antonio Mercurio scrive: “La Verità è come il Nord, fredda e pungente.

La Verità è il frutto della decisione di voler guardare in faccia le nostre maschere e le nostre menzogne ed è anche il frutto della conoscenza acquisita attraverso l’esperienza” (pag. 12, Regola IV° delle Regole per la navigazione notturna degli ulissidi).

La Verità a volte è troppo crudele, può anche uccidere e allora va supportata dall’amore: una verità amorevole che infonde fiducia nei confronti dell’altro e dona libertà di scegliere. Un amore senza Verità non può essere un vero amore. Quando vogliamo aiutare una persona in difficoltà abbiamo bisogno prima dell’Amore e poi della Verità. L'Amore fa sì che possiamo accogliere, amare, rispettare la persona, perché se un individuo non si sente amato non può neanche affrontare la sua distruttività e il suo odio. Poi però abbiamo bisogno del coraggio della Verità che non ci fa rimanere in un utero caldo che non fa crescere, ma ci permette di aggredire la menzogna e il male. Entrambi portano all’impotenza e all’onnipotenza. La Verità non può stare nascosta per molto tempo, la sua forza prima o poi la fa uscire fuori. A volte non riusciamo ad affrontare in tempi stretti un problema o perché non ne siamo abbastanza consapevoli e non abbiamo elaborato il problema o perché non riusciamo a prendere una decisione. Abbiamo bisogno di tempo. Se si aspetta "troppo" ci può essere il pericolo che un problema non affrontato dentro di sé lo si affronta poi inconsapevolmente con i fatti, venga “agito”. Occorre darsi il tempo, perché darsi il tempo è volersi bene, è rispettarsi e rispettare l'altro, darsi il tempo, di riflettere e di prendere delle decisioni. Occorre però ugualmente non "farsi prendere" dal tempo, ad un certo punto occorre “sentire” il tempo opportuno, occorre scegliere e prendere una decisione. Poter scegliere vuol dire essere liberi.

 

Dal dolore che annienta alla trasformazione attraverso il dolore.

Drover perde la moglie meticcia, per colpa della comunità che non vuole curarla. Egli si chiude e poi si apre a nuovi amori e alla vita. . E’chiuso nel suo dolore, la scorza di duro gli serve per proteggersi, ha perso il senso della vita. Non c’è più niente per lui per cui valga la pena di combattere, vivere, amare.

Se nel passato abbiamo preso decisioni distruttive e di odio, siamo anche capaci di cambiare queste decisioni e di prenderne altre, ispirate all’amore per noi stessi e alla saggezza profonda del nostro Sè (pag.123, Teoria dell’inconscio esistenziale, A. Mercurio).

Noi abbiamo molte possibilità di risposta di fronte ad un evento della vita. Possiamo scegliere di porsi di fronte alla vita come artisti e non come vittime.

Poter utilizzare le energie che sarebbero servite per "farsi vittime" per agire in modo creativo, poter trasformare quella energia di sconforto, di sofferenza, in qualcosa che serve a costruire dentro di noi un'identità "nuova”. Porsi come vittime fa sì che si perdano le nostre migliori energie, le stesse che ci occorrono per uscire fuori da una situazione difficile. Ci fa rimanere nella gabbia della nostra rabbia e del nostro dolore coltivando progetti vendicativi e nutrendoci di un dolore malsano che porta solo all’impotenza. Quando la vita ci fa incontrare con il nostro odio, con il nostro dolore, con la nostra violenza non dobbiamo mai darci per vinti, non dobbiamo mai lasciar cadere nessuna pur piccolissima possibilità di poter cambiare la realtà, ma pensare che c’è sempre una soluzione ad ogni situazione. Non dobbiamo mai perdere la speranza. “Attraverso il dolore possiamo alimentare e scoprire la nostra creatività, farci più astuti, mettendo da parte il nostro narcisismo. Solo attingendo alla nostra capacità creativa possiamo dare un valore diverso a tutto ciò che non abbiamo avuto e che non c'è stato”. (Roberta Manfredonia, trascrizione del dibattito del film "Le ali della libertà", presso il Centro Eunomos, 2004). E continuiamo con Louise Hay: "Il passato è passato, non possiamo più cambiarlo, possiamo però cambiare il nostro atteggiamento e i nostri pensieri riguardo al passato. La rabbia è solo odio per noi stessi, quando siamo in collera con noi stessi perdiamo la nostra gioia, la spontaneità, la creatività, perdiamo la libertà" (Guarisci il tuo corpo, su CD).

Libertà è darsi il coraggio per attraversare il vuoto, la solitudine, la morte, per poter trovare una nuova strada, una nuova vita.

 

Dall’amore come possesso all’amore come dono

Nullah è chiamato dal nonno, perché è arrivato il momento di tornare tra la sua gente ed entrare a far parte dei grandi. Egli è determinato sa ciò che deve fare e Drover lo aiuta a portare a termine il suo progetto. Egli però deve affrontare il dolore  della separazione. Sarah non vuole, si dispera, vuole trattenerlo a sè. Deve superare la fase del possesso per dargli la libertà di crescere. Ogni madre deve affrontare questo dolore.

 A volte nell’amore ci può essere la simbiosi e il possesso, non c'è libertà. Mentre cerchiamo di proteggere qualcuno, lo imprigioniamo: questo non è amore, ma è strumentalizzare qualcuno per i propri bisogni, ci proiettiamo sull'altro e amiamo noi stessi spostati sull'altro.Soffochiamo l’altro, così non ha più nessuna autonomia e libertà. Possiamo passare dall’amore come possesso all’ amore come dono, facendo il dono della libertà. Amare l'altro significa accettare l'altro, senza imporre le nostre idee e senza pretendere che sia perfetto, valorizzarlo e credere nelle sue capacità. Amare è donarsi nella libertà.

 Alla fine del film Nullah ritorna al suo popolo e la madre, proprio perché lo ama  accetta di lasciarlo andare.

 

Dalla chiusura all’apertura verso la vita

Nullah vive un grande vuoto e infatti dice: io non sono di nessuno, non appartengo a nessuno né ai neri, né ai bianchi, nessuno mi vuole.

 Quando non abbiamo più un riferimento, occorre affidarsi a qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, che non c’è familiare. Occorre affidarsi al nostro Sé, che ha infinite possibilità e aprirsi alla vita e aprirsi alla vita per trovare aiuto e opportunità. Dobbiamo volerci bene. Per amarci occorre la tolleranza verso di noi e la fiducia: la prima ci permette di accettarci così come siamo, la seconda di poterci trasformare. Un'altra qualità, il coraggio, ci darà la forza di affidarci alle leggi della vita. "Non siete soli e non navigate solo per voi…. L'universo sa di cosa avete bisogno….E ogni giorno vi darà ciò che vi serve." (p. 16, Regola VII). Con Louise Hay sappiamo che quando decidiamo per il nostro bene l'universo è con noi e “appoggerà” il nostro progetto, ma “se scegliamo di pensare che siamo delle vittime, senza alcun aiuto, senza alcuna speranza, allora l'universo appoggerà questa nostra convinzione e non potremo che discendere la china”. L'Amore per se stessi e l'amore per l'altro sono due aspetti della stessa medaglia. Se non si è capaci di amare se stessi non è possibile amare gli altri. Annullarsi per l'altro non è amore.

Volersi bene significa: rispettarsi e farsi rispettare, chiedere aiuto quando si ha bisogno, considerarsi un valore, pensare di aver fatto sempre il meglio e comunque il possibile, non farsi schiacciare dai sensi di colpa, perdonare e perdonarsi, affidarsi al ritmo della vita e così via. Occorre acquisire la capacità di lasciarsi andare al nuovo, al rischio e all’imprevisto della vita con fiducia e con amore. “Darsi il tempo per superare il rancore, l’invidia per incontrare il dolore e scoprire l’amore e per perdonarsi il male che ci si è fatti nell’assolutizzare e nell’esasperare il proprio dolore” (XVI Week sulla coppia, 2002, foglio di lavoro).Quello che è impossibile fare da soli è possibile farlo con l’aiuto di un tu o di un gruppo.

Come un artista può utilizzare e trasformare anche i materiali più poveri riuscendo a fare un'opera d'arte, così l'individuo può trasformare gli avvenimenti, le esperienze, i traumi, la gioia, il dolore per far sì che la sua vita sia creativa. La storia di ognuno, in tutti i suoi aspetti sia belli che brutti, è comunque una ricchezza ed è il materiale che deve essere trasformato, non ve ne sono altri.

Antonio  Mercurio ipotizza che questo tipo di Bellezza, che è molto simile all’opera d’arte che non muore, ma che comunque è legata alla incolumità o alla distruzione dell’opera d’arte stessa, è immortale. Solo se si crea questo tipo di Bellezza si lascia un segno nell’universo, altrimenti è come se non lasciassimo nessuna traccia, come se non avessimo mai vissuto.