Tratto dal romanzo "Una vita incompiuta" di Mark Spragg

 

LETTURA DEL FILM  a cura di Teresa Braccio

 

 

La trama

 

Dalla sceneggiatura originale di Mark Spragg, scritta insieme alla moglie Virginia e ispirata a un loro libro, il regista svedese Lasse Hallstróm realizza il film Il vento de1perdono. Un affresco delicato e intenso che si dipana sul filo del perdono, perdono verso gli altri ma anche e soprattutto verso se stessi. Siamo in Wyoming, in una fattoria immersa nel verde, dove vive solitario Einar Gilkyson. Dopo la morte del suo unico figlio, egli ha eretto un muro nella sua esistenza che lo separa dal resto del mondo. La sua casa è a pezzi così come la sua vita. La sola persona presente nell'isolato cosmo di Einar è il fedele aiutante e amico Mitch, infermo e bisognoso di cure. Ma un giorno arriva alla fattoria Jean e la figlia undicenne Griff, in cerca di un riparo per sfuggire ai maltrattamenti del nuovo convivente. Jean è stata la moglie dell'unico figlio di Einar, morto in un incidente stradale, di cui egli la ritiene responsabile e per questo non vede di buon occhio il suo ritorno e la sua presenza in casa. Col passare dei giorni però e con l'aiuto dell'amico Mitch e della giovane Griff, la nipote di cui non conosceva l'esistenza, il vecchio riuscirà a ricucire i rapporti con Jean e a saldare i conti con quel passato che pesa sul suo cuore come un macigno.

 

Ripercorriamo le tappe

 

Il film propone due vite parallele che s'incrociano tra loro: quella di Einar Gilkyson che insieme all'amico Mitch vive in una fattoria come un cowboy di altri tempi, e quella di Jean, in fuga con la figlia Grìff dalla sua casa per allontanarsi dal compagno che la umilia picchiandola selvaggiamente. Tutta la narrazione si costruisce basandosi su due tipi di legami opposti: l'affetto tra il nonno e la nipotina e l'ostilità tra il suocero e la nuora.

All'interno di queste combinazioni troviamo Mitch nel ruolo di mediatore e consigliere e la piccola Griff a far da polo di attrazione tra i due antagonisti.

 

 

Alcuni significati

 

-  Mìtch: amico di Einar da tutta la vita, rappresenta la sua coscienza critica.

           -  Il grìzzly: è la raffigurazione visiva delle angosce e paure che ognuno porta dentro.

-  La liberazione dell'orso: è una metafora ecologica di libertà e coraggio                                                                                                                                                                                                      

 

 

RIFLETTIAMO SULLE PAROLE:

 

-  del produttore Alan Ladd  jr.:

Penso sia un forte dramma familiare basato sul perdono. Il fatto che una famiglia possa essere distrutta e disgregata da una tragedia e poi riesca a tornare insieme di nuovo, è un tema molto commovente”.

 

-  del regista Lasse Hal1stróm:

La cosa che la maggior parte dei miei film hanno in comune è che sono i personaggi a guidare le storie e Il vento del perdono è uno di questi. Sono attratto dai film che parlano dì personaggi originali e famiglie disfunzionali. Non è solo un dramma familiare, ha anche elementi di suspense  e s’imbatte in cose con cui non mi sono mai confrontato prima, come grandi orsi e persone che hanno familiarità con le pistole. Mi sono confrontato con i personaggi e li ho riconosciuti come simili a me, almeno per come la vede uno svedese, anche se siamo nel selvaggio west.

Conosco questo genere di persone. Gli sono andato incontro, nonostante il fatto che la loro cultura sia molto diversa da quella da cui provengo. E penso di conoscere loro emozioni e i loro difetti. Penso di conoscere questa ragazza e cosa sente riguardo alla sua situazione. Quindi è una storia universale sul piano dei sentimenti”.

 

-         dell’attore Robert Redford:

          La vita degli allevatori è ormai diventata obsoleta e l’agricoltura, una delle fondamenta della nostra cultura, è stata messa da parte da cose come la tecnologia

ed il patrimonio immobiliare. I personaggi come quello che interpreto sono personaggi di cui conosco molto bene il carattere. Lasse inoltre era una persona con cui io volevo

lavorare. Mi piace la sua sensibilità nel fare un film. Ero certo che Lasse avrebbe lasciato molto spazio alla capacità di recitazione individuale perché è consuetudine farlo in un film ambientato nel West. E’ una vita senza molte parole, senza molte cerimonie nelle famiglie. Perché il lavoro è molto duro. Vivi per la tua parola ed hai un tuo codice d’onore. Einar batte in ritirata quando non può crescere o perdonare, il che crea un muro intorno a lui. Perdonare in questo caso significherebbe ammettere che potresti avere sbagliato, e questo p­er alcune persone è molto duro».

 

 Alcune domande:

 

Ö      Perché il titolo originale: Una vita incompiuta è più fortemente evocativo di quello italiano?

Ö      Che cosa fa supporre che la conversione operata dal regista sui vari protagonisti si affidi a una religiosità puramente umana?

Ö      In che modo il soprannaturale, mandato via… dalla porta, finisce per entrare dalla finestra?

Ö      Perché osservando la piccola Griffit ci troviamo a riflettere sulla presenza eloquente dei giovani in molte dinamiche familiari?

     

     

Interpretiamo l’opera

 

Il vento del perdono è una storia che si snoda attraverso un cammino di riavvicinamento tra persone. Gli eventi dolorosi della vita influenzano fortemente i nostri comportamenti e il nostro essere. Dietro ad una apparente serenità si nasconde spesso amarezza e risentimento. Einar non riesce a perdonare alla nuora di essere stata al volante dell'auto nel momento dell'incidente che ha causato la morte del figlio. La sua presenza in casa è come un pungolo che riapre quella ferita mai rimarginata. Un tormento scolpito nel cuore e nei volti dei protagonisti. Lo scenario in cui si svolge il film è quello dell’America rurale: le montagne innevate, i campi sterminati immersi nel verde, la vita contadina dura e faticosa. I percorsi narrativi presentano i cammini esistenziali di ogno uomo: la famiglia, il rapporto tra differenti generazioni, la memoria,

l’amore, lo scontro, la riconciliazione. La trama si sviluppa inevitabilmente su binari paralleli: il dolore della morte e il conforto deglia affetti, la rabbia del rancore e la pace del perdono.

Il tema è quello della riconciliazione, una sorta di parabola del pentimento e della redenzione che si propone agli spettatori. Ne Il vento del perdono l’incapacià di perdonare diventa tormento. Perdonare significa mettere da parte il risentimento per ricostruire un legame spezzato e fare pace con il proprio passato

 

 

CLOSE UP:

Il tema del perdono affascina e distoglie la nostra attenzione. Nelle nostre vite a volte si verificano eventi dolorosi, che non riusciamo a rimuovere e che condizionano i nostri comportamenti e il nostro essere. Quante volte abbiamo sentito proferire che non è facile perdonare, che odio, risentimento ed amarezza nascondono la serenità per continuare a vivere. Il narratore Mark Spragg e sua moglie Virginia hanno centrato su queste tematiche la sceneggiatura del Vento del perdono, film affidato alla regia del veterano Lasse Hallstrom, ed in uscita ora nelle sale dopo più di due anni di letargo, causa la crisi Miramax. In un ranch del Wyoming, Einer Gylkinson (Robert Redford) convive con il suo grande amico Mitch (Morgan Freeman), rimasto invalido dopo essere stato aggredito da un grizzly. Qui giunge Jean (Jennifer Lopez), nuora del figlio di Einer scomparso in un incidente d'auto, e la figlioletta Griff. In quest'ambito familiare, il mancato perdono diventa malattia, brutalità, sofferenza. Einer non perdona alla nuora di essere alla guida dell'auto con il figlio al momento dell'incidente, e l'accoglie in casa con fastidio. Perdonare significa ricostruire un legame spezzato, mettere da parte il rancore. E questo sentimento di sofferenza è stampato sul volto rugoso di Robert Redford, nelle ferite sul viso di Freeman, mentre osserva l'orso che lo ha assalito. Se da un lato le singole immagini sono significative, è l'insieme che lascia più di qualche perplessità. Il tema resta ossessivamente in primo piano, col risultato di rendere statica e prevedibile la trama, che si sviluppa inevitabilmente su binari già previsti. Non siamo di fronte ad un'operazione di pura furbizia, ma non sentiamo un solo soffio di vita. Si segue il classico schema offesa-scontro-obbligata convivenza-perdono, ormai abusato sul grande schermo, e che meriterebbe di essere aggiornato. Gli attori e il regista ce la mettono tutta per valorizzare lo script (eccellente la prova di Redford) ; Hallstrom, dal canto suo, ama storie (universali) su sentimenti familiari allo spettatore, ma questo dramma pecca di scarso appeal, costruito com'è su una suspence che non si riesce mai a vivere in fondo. Meglio lasciarsi andare, allora, ai divertenti duetti tra Redford e Freeman, insieme venticinque anni dopo Brubaker, capaci come sono di parlare con rocce, animali, natura, con la sola forza del loro sguardo. Lo stile classico di Hallstrom registra efficacemente l'ambientazione proviciale, ma non può correggere il piatto andamento degli eventi. Il melodramma richiede grande lavoro su miti e archetipi, rielaborandoli in forme nuove, originali. Così com'è, Il vento del perdono resta una prova di attori, una buona regia, un dramma tradizionale che naviga su acque sicure, ma troppo affollate.Il tema del perdono affascina e distoglie la nostra attenzione. Nelle nostre vite a volte si verificano eventi dolorosi, che non riusciamo a rimuovere e che condizionano i nostri comportamenti e il nostro essere. Quante volte abbiamo sentito proferire che non è facile perdonare, che odio, risentimento ed amarezza nascondono la serenità per continuare a vivere. Il narratore Mark Spragg e sua moglie Virginia hanno centrato su queste tematiche la sceneggiatura del Vento del perdono, film affidato alla regia del veterano Lasse Hallstrom, ed in uscita ora nelle sale dopo più di due anni di letargo, causa la crisi Miramax. In un ranch del Wyoming, Einer Gylkinson (Robert Redford) convive con il suo grande amico Mitch (Morgan Freeman), rimasto invalido dopo essere stato aggredito da un grizzly. Qui giunge Jean (Jennifer Lopez), nuora del figlio di Einer scomparso in un incidente d'auto, e la figlioletta Griff. In quest'ambito familiare, il mancato perdono diventa malattia, brutalità, sofferenza. Einer non perdona alla nuora di essere alla guida dell'auto con il figlio al momento dell'incidente, e l'accoglie in casa con fastidio. Perdonare significa ricostruire un legame spezzato, mettere da parte il rancore. E questo sentimento di sofferenza è stampato sul volto rugoso di Robert Redford, nelle ferite sul viso di Freeman, mentre osserva l'orso che lo ha assalito. Se da un lato le singole immagini sono significative, è l'insieme che lascia più di qualche perplessità. Il tema resta ossessivamente in primo piano, col risultato di rendere statica e prevedibile la trama, che si sviluppa inevitabilmente su binari già previsti. Non siamo di fronte ad un'operazione di pura furbizia, ma non sentiamo un solo soffio di vita. Si segue il classico schema offesa-scontro-obbligata convivenza-perdono, ormai abusato sul grande schermo, e che meriterebbe di essere aggiornato. Gli attori e il regista ce la mettono tutta per valorizzare lo script (eccellente la prova di Redford) ; Hallstrom, dal canto suo, ama storie (universali) su sentimenti familiari allo spettatore, ma questo dramma pecca di scarso appeal, costruito com'è su una suspence che non si riesce mai a vivere in fondo. Meglio lasciarsi andare, allora, ai divertenti duetti tra Redford e  Freeman, insieme venticinque anni dopo Brubaker, capaci come sono di parlare con rocce, animali, natura, con la sola forza del loro sguardo. Lo stile classico di Hallstrom registra efficacemente l'ambientazione proviciale, ma non può correggere il piatto andamento degli eventi. Il melodramma richiede grande lavoro su miti e archetipi, rielaborandoli in forme nuove, originali. Così com'è, Il vento del perdono resta una prova di attori, una buona regia, un dramma tradizionale che naviga su acque sicure, ma troppo affollate.Il tema del perdono affascina e distoglie la nostra attenzione. Nelle nostre vite a volte si verificano eventi dolorosi, che non riusciamo a rimuovere e che condizionano i nostri comportamenti e il nostro essere. Quante volte abbiamo sentito proferire che non è facile perdonare, che odio, risentimento ed amarezza nascondono la serenità per continuare a vivere. Il narratore Mark Spragg e sua moglie Virginia hanno centrato su queste tematiche la sceneggiatura del Vento del perdono, film affidato alla regia del veterano Lasse Hallstrom, ed in uscita ora nelle sale dopo più di due anni di letargo, causa la crisi Miramax. In un ranch del Wyoming, Einer  Gylkinson (Robert Redford) convive con il suo grande amico Mitch (Morgan Freeman), rimasto invalido dopo essere stato aggredito da un grizzly. Qui giunge Jean (Jennifer Lopez), nuora del figlio di Einer scomparso in un incidente d'auto, e la figlioletta Griff. In quest'ambito familiare, il mancato perdono diventa malattia, brutalità, sofferenza. Einer non perdona alla nuora di essere alla guida dell'auto con il figlio al momento dell'incidente, e l'accoglie in casa con fastidio. Perdonare significa ricostruire un legame spezzato, mettere da parte il rancore. E questo sentimento di sofferenza è stampato sul volto rugoso di Robert Redford, nelle ferite sul viso di Freeman, mentre osserva l'orso che lo ha assalito. Se da un lato le singole immagini sono significative, è l'insieme che lascia più di qualche perplessità. Il tema resta ossessivamente in primo piano, col risultato di rendere statica e prevedibile la trama, che si sviluppa inevitabilmente su binari già previsti. Non siamo di fronte ad un'operazione di pura furbizia, ma non sentiamo un solo soffio di vita. Si segue il classico schema offesa-scontro-obbligata convivenza-perdono, ormai abusato sul grande schermo, e che meriterebbe di essere aggiornato. Gli attori e il regista ce la mettono tutta per valorizzare lo script (eccellente la prova di Redford) ; Hallstrom, dal canto suo, ama storie (universali) su  sentimenti familiari allo spettatore, ma questo dramma pecca di scarso appeal, costruito com'è su una suspence che non si riesce mai a vivere in fondo. Meglio lasciarsi andare, allora, ai divertenti duetti tra Redford e Freeman, insieme venticinque anni dopo Brubaker, capaci come sono di parlare con rocce, animali, natura, con la sola forza del loro sguardo. Lo stile classico di Hallstrom registra efficacemente l'ambientazione proviciale, ma non può correggere il piatto andamento degli eventi. Il melodramma richiede grande lavoro su miti e archetipi, rielaborandoli in forme nuove, originali. Così com'è, Il vento del perdono resta una prova di attori, una buona regia, un dramma tradizionale che naviga su acque sicure, ma troppo affollate.Il tema del perdono affascina e distoglie la nostra attenzione. Nelle nostre vite a volte si verificano eventi dolorosi, che non riusciamo a rimuovere e che condizionano i nostri comportamenti e il nostro essere. Quante volte abbiamo sentito proferire che non è facile perdonare, che odio, risentimento ed amarezza nascondono la serenità per continuare a vivere. Il narratore Mark Spragg e sua moglie Virginia hanno centrato su queste tematiche la sceneggiatura del Vento del perdono, film affidato alla regia del veterano Lasse Hallstrom, ed in uscita ora nelle sale dopo più di due anni di letargo, causa la crisi Miramax. In un ranch del Wyoming, Einer Gylkinson (Robert Redford) convive con il suo grande amico Mitch (Morgan Freeman), rimasto invalido dopo essere stato aggredito da un grizzly. Qui giunge Jean (Jennifer Lopez), nuora del figlio di Einer scomparso in un incidente d'auto, e la figlioletta Griff. In quest'ambito familiare, il mancato perdono diventa malattia, brutalità, sofferenza. Einer non perdona alla nuora di essere alla guida dell'auto con il figlio al momento dell'incidente, e l'accoglie in casa con fastidio. Perdonare significa ricostruire un legame spezzato, mettere da parte il rancore. E questo sentimento di sofferenza è stampato sul volto rugoso di Robert Redford, nelle ferite sul viso di Freeman, mentre osserva l'orso che lo ha assalito. Se da un lato le singole immagini sono significative, è l'insieme che lascia più di qualche perplessità. Il tema resta ossessivamente in primo piano, col risultato di rendere statica e prevedibile la trama, che si sviluppa inevitabilmente su binari già previsti. Non siamo di fronte ad un'operazione di pura furbizia, ma non sentiamo un solo soffio di vita. Si segue il classico schema offesa-scontro-obbligata convivenza-perdono, ormai abusato sul grande schermo, e che meriterebbe di essere aggiornato. Gli attori e il regista ce la mettono tutta per valorizzare lo script (eccellente la prova di Redford) ; Hallstrom, dal canto suo, ama storie (universali) su sentimenti familiari allo spettatore, ma questo dramma pecca di scarso appeal, costruito com'è su una suspence che non si riesce mai a vivere in fondo. Meglio lasciarsi andare, allora, ai divertenti duetti tra Redford e Freeman, insieme venticinque anni dopo Brubaker, capaci come sono di parlare con rocce, animali, natura, con la sola forza del loro sguardo. Lo stile classico di Hallstrom registra efficacemente l'ambientazione proviciale, ma non può correggere il piatto andamento degli eventi. Il melodramma richiede grande lavoro su miti e archetipi, rielaborandoli in forme nuove, originali. Così com'è, Il vento del perdono resta una prova di attori, una buona regia, un dramma tradizionale che naviga su acque sicure, ma troppo affollate.

 

MYMOVIES:

Due storie parallele, quella di Einar Gilkyson (Redford) che vive in una fattoria proprio come un vecchio cowboy, e di Jean (Lopez) che in un altro stato scappa di casa con la figlia Griff (la piccola Becca Gardner), perché maltrattata dal compagno.

La relazione tra i due episodi si scopre dopo pochi minuti, quando Jean dirà alla bambina: "stiamo andando da tuo nonno".

Einar infatti è il suocero di Jean, e Griff (stesso nome della bambina) era il figlio morto da anni in un incidente stradale. Einar imputa alla nuora, che era al volante, la morte del figlio, dunque il rapporto non può che essere difficile.

Morgan Freeman è Mitch, amico di Eimar da tutta la vita. È stato aggredito da un orso che lo ha reso praticamente invalido. Sopravvive grazie al sostegno dell'amico. Mitch è la coscienza di Einar. Insieme alla nipotina contribuirà al riavvicinamento tra il solitario cowboy e la nuora.

Il tema è portato avanti attraverso una serie di episodi inutili come una nuova storia d'amore fra Jean e lo sceriffo. "Utile" è invece, il litigio tra madre e figlia, che sceglierà il nonno. C'è anche la liberazione dell'orso (quasi) assassino, che era stato catturato, voluta dallo stesso Mitch: suggestiva metafora ecologica di libertà e coraggio, tanto cara al regista ma soprattutto a Redford. La presenza di Redford divora quella della Lopez, il cui successo è il più inspiegabile mistero del cinema moderno. Jennifer è sempre l'anello debole del film, insieme alle esplicite didascalie su temi come la morte, la solitudine, il perdono. Il vento del perdono propone tuttavia un "sentimento opportuno", in un momento in cui prevalgono "valori" diversi.

Una citazione: Alan Ladd junior (il produttore del film) e il Wyoming evocano qualcosa di mitologico nella storia del cinema, riguarda Alan senior.

 

Dopo una recensione come quella di Rossella, è ben difficile aggiungere qualcosa. Credo lo si possa fare soltanto in due modi: o dissentendo, e quindi scrivendo una 'propria' opinione, oppure, ed è questo che io farò, guardando il film e commentandolo da un più semplice e diretto punto di vista, quello dello spettatore. Va detto, che seppur approvi pienamente l'analisi inappuntabile di Rossella trapela dalle sue parole, o un'antipatia a 'pelle' per Jennifer, (fermo restando la verità espressa, sul suo dubbio talento recitativo), oppure, il non comprendere volutamente, e con una punta di cinismo, il fatto che nel mondo dello spettacolo oggi vi è ben di peggio. Cara Rossella, dovrai pur riconoscere a questa 'ragazza' nata e cresciuta nel 'Bronks!', di essere una vera forza della natura. Ottima ballerina-show-girl, cantante 'passabile', attrice non eccelsa, ma assolutamente passabile, aiutata in tutto ciò da una bellezza lontanissima dalla volgarità e che, mozza il fiato. Il fatto catastrofico se vogliamo, è che in questo film non si ritrova accanto a partner 'qualunque', ma a due fra i più grandi attori che il cinema americano ha l'onore di annoverare, (nonostante, il risaputo e giusto rifiuto dello star-sistem da parte di Redford). A giudicare dagli incassi USA, molti devono soffrire come te di una sorta di Lopez-fobia, poichè, è incredibile come un film così bello abbia visto al botteghino i soli 'parenti e amici dei protagonisti', o poco più. La pellicola è un grande, lodevole, struggento inno all'amicizia, (quella che esiste solo idealisticamente, tanto per intendersi), ed un documento di sconvolgente bellezza che grida, come probabilmente Redford ha voluto, lasciate in pace la natura!. Ed io mi unisco a lui, in questo mondo assurdo, sbandato, persosi nei valori, ottusamente inconsapevole dell'essere incanalato in un vicolo senza ritorno, io dico bravo Redford!. La storia, i temi che il film tocca sono svariati, e tutti degni di una attenzione massima. Quello che a mio avviso ne viene fuori, è uno struggente affresco di una natura che volge verso un'ultimo rantolo se la mano fratricida dell'uomo, non troverà una ragione per arrestarsi. Poichè è immenso l'attrito, improponibile la comparazione che il film restituisce allo spettatore: parlo come prima detto, dei tanti, troppi valori dissoltisi nell'aria, nei tempi, surclassati dalla demenzialità e l'effimeratezza della società odierna. L'orso risulta infine, il più grande messaggio del film. Come Freeman dice: 'siamo noi che ci siamo intromessi, volevamo portargli via ciò che era suo'. La delicatissima problematica della violenza in famiglia viene completamente volatilizzata, davanti a tutto il resto. Redford, un autentico, savio, raro idealista e grande interprete. Freeman un colosso incomparabile, che purtroppo spesso lavora in pellicole neppure lontanamente pensabili per tanto talento. Paesaggi indimenticabili, che sembrano quasi, abituati come siamo a ben altre visioni, irreali, tanta è la loro prorompente bellezza.

 

Prendete Jennifer Lopez e riempitela di botte. Prendete Robert Redford e fategli iniezioni di cinismo disilluso. Prendete Morgan Freeman e fatelo massacrare da un grizzly. Miscelate tutto con scenari del Wyoming e tonnellate di melassa e avrete solo una vaga idea del nuovo film di Lasse Hallström, passato dal chocolat al miele. La storia inizia con Jennifer malmenata dal boyfriend, incitata a mollare tutto dalla figlioletta petulante. E allora torna sui suoi passi, dal suocero Redford che non le ha mai perdonato la morte del figlio, per incidente d'auto con lei al volante. Redford sussurra alle vacche e grugnisce agli uomini, ma si prende cura amorevole di Morgan Freeman, suo sodale da sempre, malridotto in seguito all'attacco di un grizzly. Attacco che Robert non ha saputo respingere perché ubriaco. E allora sensi di colpa, rancori, deriva esistenziale. E scorza contadina ispessita, che non intende essere scalfita dall'arrivo imprevisto di nuora e nipotina. Anche perché Jennifer ha un'autonomia erotica limitata. Dopo qualche giorno deve farsi lo sceriffo, specificando che vuole sesso, niente storie. Poi però la bimba conquista il nonno, il grizzly ritorna per permettere di fare ordine nella storia, il sesso diventa love story e per tutti si profila un futuro fiabesco. Se non fosse targato Miramax sembrerebbe un film della Cannon, la società di Golan & Globus che negli anni `80 metteva sotto contratto nomi importanti con cachet adeguati, li costringeva a interpretare copioni illeggibili, poi lavorava di marketing per vendere il prodotto. Sembravano magliari del cinema. Ora larga parte del cinema made in Hollywood funziona così. Bisogna quindi dedurre che i metodi magliari siano al potere. Per fortuna il pubblico americano sembra avere capito il raggiro, così non ha preso in considerazione Il vento del perdono né come film, né come metafora.

Da Il Manifesto, 18 novembre 2005

 

Robert Redford (classe 1937) finalmente smette di atteggiarsi a giovanotto e si cala in un ruolo coetaneo, un cowboy quasi settantenne. E nemmeno saggio, e nemmeno vincente. L’anziano Einar Gylkinson ha creduto di saper dominare gli eventi fino al giorno della morte del figlio. Ufficialmente un incidente stradale. Ma Einar ha rifilato ogni colpa alla nuora Jean (Jennifer Lopez). Però nel suo inconscio, è lui il vero responsabile. E non potendo capire, non potendo perdonarsi, s’è lasciato andare. Non si cura più del suo ranch, ora quasi sepolto dalle erbacce. Nè del resto dell’umanità. L’unica persona che tollera è un coetaneo nero (Morgan Freeman) mal ridotto per essere stato quasi sbranato da un grizzly.

Così Einar non accoglie granché bene l’arrivo della nuora. Jean s’è portata con sé la figlia undicenne. Jean sta scappando. Dopo la morte del marito, ha cercato conforto nelle braccia del primo uomo che le capitava. Il guaio è che questo primo uomo è un fior di psicopatico sadico. Jean è venuta a cercare rifugio e protezione presso il ruvidissimo suocero.

Eirnar come s’è detto crede di avere ottimi motivi per non amare la nuora. La vicinanza della ragazzina però non lo lascia indifferente. Il vecchio pian piano si scioglie. Arriva a perdonare Jean (ma di che?) e soprattutto a far la pace con se stesso, dopo molti anni e dopo molti esaurimenti nervosi. Einar però è‘uomo d’azione. Per una terapia intensiva gli occorrono avvenimenti violenti e scioccanti: come l’intrusione del grizzly e deI brutale amante della nuora.

Piacerà a chi ama le storie di sentimenti belli e forti campite sullo sfondo dei grandi spazi. Redford è uno specialista del film all’aria libera. Si muove nelle praterie del Wyoming come se fosse nato da quelle parti. E il regista Lasse Hallstrom (Le regole della casa del sidro, Shipping news) è la sua anima gemella. Jennifer Lopez, certo, è evidentemente metropolitana, però fa la sua figura in un ruolo di donna (apparentemente) sconfitta che da lei esige di più della solita esibizione di labbroni e di popò.

Il vento del perdono accontenta anche i cacciatori di profondi significati. Il grìzzly è la rappresentazione dei fantasmi e delle paure con cui tutti presto o tardi dobbiamo fare i conti. La differenza è che il fantasma di Redford pesa una tonnellata.

Da Libero, 18 novembre 2005

 

Per una volta, sul titolo italiano (quello originale suona An unfinished life) c'è poco da discutere. Il vento del perdono è tutto un catalogo di perdoni: suoceri che perdonano le nuore, nipotine che assolvono i nonni, amici che perdonano gli amici; con in più una metafora (un tantino disneyana) di mutilati che perdonano l'orso mutilatore. Per non dire di coloro che perdonano se stessi.

Tutto questo perdonismo ha per teatro il Wyoming nord-occidentale, dove il vecchio cowboy Einer Gylkison sopravvive alla morte del figlio, con la sola compagnia di un invalido, Mitch, che l'orso di cui sopra ha ridotto a Fantasma dell'Opera.

A turbare la dolente quiete dei due anziani, arriva Jean, statuario pezzo di nuora con figlioletta undicenne al seguito, perseguitata da un boyfriend caratteriale che la faceva sana di botte. Einer non la vorrebbe ospitare, considerandola responsabile della morte del suo rampollo; poi, a scadenza limitata, accetta di dar riparo alle fuggiasche. Chiaro che la bimba scioglierà il ghiaccio avvolto intorno al cuore del nonno.

Ecco, Il vento del perdono è un diligente catalogo di stereotipi, dove ciascuno copia se stesso: Redford rifà l'"uomo che sussurrava ai cavalli"; la Lopez la donna maltrattata e malmenata (Via dall'incubo), Freeman l'amico consolatore e filosofeggiante (Million dollar baby). Sappiamo che gli stereotipi corrispondono a un sentire diffuso e sottendono un'ideologia. Qui, però, l'ideologia è scaduta da qualche decennio. E il film odora di muffa.

Da La Repubblica, 18 novembre 2005

 

Ingordo di buoni sentimenti, Hallstrom li versa sui paesaggi super del Wyoming e sul cowboy-nonno ritrovato Robert Redford, incapace di accettare la morte del figlio e quindi di accogliere con affetto nuora e nipotina giunte nel ranch. Dove egli cura le ferite dell' onnipresente Morgan Freeman (lo si incontrerà anche al supermarket?), facendogli punture sul sederino plissé: fu colpa di un grizzly e qui sta il dramma psico-ecologico. Jennifer Lopez nei film prima o poi serve a tavola, e infatti va così, pur mentre le ronzano intorno un nevropatico e lo sceriffo. Un quadretto di famiglia che finisce pensando a Spoon River, tutto previsto. Simpatica la piccola Becca Gardner (unico ruolo sfuggito a Dakota Fanning) che maliziosa accusa il nonno di essere cow boy gay come ai bei tempi di Butch Cassidy. Molto rumore di nuvole e foglie per quasi nulla: la malinconia del tempo. VOTO: 5,5  Da Il Corriere della Sera, 18 novembre 2005

 

Si sa che pubblico e critica vanno raramente d'accordo e lo confermano le opinioni contrapposte che si raccolgono su Internet a proposito di «Il vento del perdono». Trattato freddamente dagli scribi, il film di Lasse Hallström sembra apprezzato dai comuni spettatori. Soprattutto per quanto riguarda Robert Redford, che suscita un plebiscito di consensi includenti una candidatura all'Oscar a furor di popolo. E davvero l'attore se lo meriterebbe, non fosse che per il coraggio di presentarsi con tutte le sue rughe di quasi settantenne nei rustici panni di un farmer del Wyoming incapace di risollevarsi dal dolore per la scomparsa in un incidente d'auto del figlio campione di rodeo. Poche volte si è visto un divo tanto convincente nell'adempiere ai gesti della quotidianità rurale, nel mungere la mucca, nel montare a cavallo o nel prendersi cura con burbera affettuosità del suo assistente Morgan Freeman ridotto fra letto e poltrona dopo l'aggressione di un orso.

Qualche critico ha deplorato che il rapporto fra Redford e Freeman ricorda troppo quello dell'attore nero con Clint Eastwood in «Million Dollar Baby», ma la verità è che il film di Hallström è stato girato prima ed è rimasto fermo due anni per la rottura fra la Disney e i Weinstein in uscita dalla Miramax. La vita semplice di Robert è turbata dall'arrivo della nuora Jennifer Lopez, da lui messa al bando dopo esser stata la causa involontaria della morte del marito. Il protagonista accoglie male la nuova venuta, in fuga da un amante manesco, e non sembra neppure troppo commosso dalla presenza della nipotina undicenne che ignorava esistesse. Ma si sa come vanno a finire queste cose sullo schermo e anche nella vita.

Definito «un film sul perdono», «An Unfinished Life» lo è a metà: se è vero che Morgan assolve l'orso che lo ha reso invalido, il persecutore di Jennifer si prende un sacco di botte. Il tutto un po' da «cinema di papà», ma in un'ambientazione di ampio respiro, misurato nelle emozioni, ben recitato; e con la bimba Becca Gardner veramente deliziosa.   Da La Stampa, 18 novembre 2005

 

A furia di vivere a Sundance, nello Utah, Robert Redford è diventato proprio un cowboy. E riesce a rendere molto bene l’asprezza caratteriale, il dolore inespresso e (a rabbia repressa che caratterizzano Einar Gilkynson che, dopo La morte del figlio, ha lasciato andare in rovina il suo ranch nel Wyoming e passa gran parte del tempo a curare con la morfina l’amico Mitch (Morgan Freeman), rimasto invalido dopo un cattivo incontro con un grizzly. La rancorosa solitudine dei due uomini viene spezzata dall’arrivo di Jean (Jennifer Lopez), vedova del figlio di Einar, che approda al ranch con la figlia adolescente Griff (Becca Gardner), per sfuggire al suo ultimo boyfriend, Gary (Damien Lewis), violento e psicopatico. Solo l’entrata in scena di due predatori (Gary e l’orso, ma l’orso è più simpatico) riuscirà a spezzare tutti i meccanismi di rancore e rimpianto che legano i protagonisti. Tutto è ampiamente prevedibile (dal rapporto nonno-nipote al destino dello psicopatico) in Il vento del perdono. Fortunatamente Lasse Hallstrom - che in passato ha avuto a disposizione perfino John Irvin, mentre qui lo script èdecisamente povero - è bravo a raccontare La grande provincia e possiede un buon stile classico. E, ad alzare il livello, contribuiscono Redford (convincente) e Freeman (sempre molto naturale) che, nei loro dialoghi davanti al ranch, aggiungono sincerità aLLa generale atmosfera da melodramma molto tradizionale.

Da Ciak , n. 11, novembre 2005

 

FilmUp - Diego Altobelli:

Elegante storia sulla capacità di assolvere i propri peccati e quelli degli altri: "Il vento del perdono" è firmato dalla nomination all'Oscar per "Chocolat" Lasse Hallstrom, regista posato dalla non comune sensibilità descrittiva. Con toni sommessi Hallstrom racconta la parabola di Einer Gylkison, un anziano e scorbutico cowboy che vive nel suo ranch con il suo miglior amico Mitch, nel Wyoming. Einer ha perso il figlio qualche anno prima dall'inizio della storia in un incidente stradale e, per questa ragione, non si dà pace. Quando un giorno sua nuora e sua nipote giungono al ranch Gylkinson per una visita inattesa e "forzata", Einer sarà costretto a fare i conti con il suo passato.

Ispirato dal romanzo "Where rivers change direction" dello scrittore "western" Mark Spragg, "Il vento del perdono" è un film gradevole. Una regia lucida e volutamente priva di eccessi sostiene una sceneggiatura sincera scritta a quattro mani dallo stesso Spragg e dalla moglie Virginia.
Hallstrom, dopo "Chocolat" e "Buon compleanno, Mr. Grape", conferma di essere un regista capace di tenere alta l'attenzione del pubblico senza scendere a compromessi con facili soluzioni hollywoodiane; forse anche grazie a un ritmo narrativo che ricorda, cautamente e con le dovute distinzioni, alcuni film di Clint Estwood come "Gli Spietati" o "I ponti di Madison Country".
Insomma una classe narrativa davvero gradevole.

A nobilitare "Il vento del perdono" ci sono poi le ottime interpretazioni di Robert Redford e Morgan Freeman, mostri sacri del Recitare e ottimi interpreti in ruoli perfettamente calzanti:
la loro amicizia nel film, che sembra riflettere quella più autentica al di fuori di Hollywood, convince, commuove e diverte. Irriducibili.
Jennifer Lopez, insieme alla giovane attrice Becca Gardner, fa da contro altare ai due protagonisti maschili: la ritroviamo, dopo "Via dall'incubo", ancora nei panni di una donna maltrattata e in fuga dal suo ex, ma questa volta con meno voglia di vendetta e più desiderio di lasciarsi alle spalle il passato. Guerriera.
Il resto del cast fa da contorno con l'unica eccezione della poc'anzi citata Gardner:
un talento.

"Il vento del perdono" è insomma un buon film: sincero, raffinato e pulito.

La frase: "…Troppa gente è convinta che gli sia capitata la mano sbagliata…".


SPIETATI - Matteo Catoni            Inutile o quasi

Il regista Lasse Hallström, famoso per i suoi precedenti lavori “Chocolat” e “Le regole della casa del sidro”, ambienta la sua nuova opera nel Wyoming, rappresentato ancora come una terra di confine, dove il rapporto con la natura è ancora vitale e reale, un luogo in cui esistono ancora gli uomini di una volta. Robert Redford si cala nei panni del burbero cowboy Einar, rimasto traumatizzato dalla morte del figlio, che ha come unico amico il suo collega Mitch (un Morgan Freeman stagionato) rimasto vittima dell’aggressione di un orso (che sarà l’elemento ricorrente della narrazione) ed ora costretto alla quasi immobilità. L’apparente routine di tutti i giorni viene interrotta dall’arrivo della nuora Jean (una monolitica Jennifer Lopez) che guidava l’auto nell’incidente in cui il marito perse la vita, e della nipotina, che sarà l’elemento catartico della vicenda. Il problema di base che si porta dietro questo film è la mancanza d’ispirazione e soprattutto di coraggio del regista, che avrebbe potuto, e dovuto, sfruttare meglio il materiale filmico che si trovava a disposizione, invece di virare la rotta, in maniera decisa, verso le tranquille acque del lieto fine e del trionfo dei sentimenti. Nei dialoghi tra Redford e Freeman, che a tratti decisamente funzionano, affiora tutto il potenziale inespresso di una produzione che aveva le carte in regola per essere vincente, e che invece, pietosamente, rimane bloccata su una soglia di mediocrità evidente, uscendo sconfitta dalla sua stessa messa in scena, rinunciando consciamente ad ogni sviluppo narrativo che l’avrebbe resa diversa da quello che alla fine appare: un film inconcludente, svogliato e melenso. Da ricordare qualche botta e risposta dei due vecchi cowboy, che tentano di tenere a galla, con il loro carisma e la loro bravura, l’intera baracca; ma risulterà una battaglia persa, visto che il melenso finale suonerà come un omicidio delle pur minime aspettative del malcapitato spettatore.

MOVIEPLAYER - Alessandro Guerra 

: Perdonare è continuare a vivere

In una fattoria del Wyoming, quattro persone si ritrovano insieme a condividere rancori, paura e voglia di ricominciare. Attraverso la difficile via del perdono recupereranno la fiducia nel futuro.


Jean (Jennifer Lopez) e sua figlia Griff fuggono da una difficile situazione di abuso familiare. Alla ricerca di una nuova sistemazione, Jean decide alla fine di rivolgersi a Einer (Robert Redford) il padre del suo defunto marito, che la piccola Griff non ha mai conosciuto. Einer vive col suo amico Mitch (Morgan Freeman), insieme al quale manda avanti una fattoria nel Wyoming. Mitch è tormentato nel fisico e nella psiche dalle profonde ferite infertegli da un grizzly, Einer si strugge nel ricordo del figlio perso quando era ancora giovane, individuando nella nuora un capro espiatorio.

Questo atipico melodramma western di Lasse Hallström relega l'amore (tutto ha inizio dalla drammatica storia di Jean e Griffin, il figlio di Einer) sullo sfondo, esaltando il tema del perdono, che tenta faticosamente di declinare in varie versioni.
La piccola Griff ha un'intera adolescenza da perdonare alla madre, colpevole di non aver saputo reagire alla frustrazione causata dalla perdita dell'amato, e di averla costretta a una vita di incertezze e precarietà affettive, priva di soddisfazioni e di ambizioni.
Einer non riesce a perdonarsi di essere sopravvissuto a suo figlio e si autopunisce con la solitudine e il rancore verso ciò che lo circonda. Alla comparsa della nuora le vecchie ferite si riacutizzano e il dolore prende la forma della rabbia, indirizzata verso chi ritiene, a torto, la causa del suo lutto.
A sua volta si ritiene colpevole del terribile incidente capitato al suo aiutante, ossessionato da un incontro avvenuto tempo prima con un orso grigio del quale conserva ancora i dolorosi segni, e si dedica pazientemente a curarlo, giorno dopo giorno, con metodica costanza.
Da parte sua Mitch sente che solo rielaborando il suo incontro con la bestia alla luce del perdono riuscirà a superare, fisicamente e psicologicamente il suo grave trauma.

E' evidente come accostare il perdono di un uomo per la morte del figlio al perdono di un altro uomo nei confronti di un orso sia operazione a forte rischio di ridicolo. Cosa che, puntualmente si verifica. Morgan Freeman sfoggia la sua vasta gamma di espressioni abbacchiate (chi si ricorda di averlo mai visto sorridere senza almeno un velo di malinconia?) in un improbabile delirio panico naturalistico che ci si guarda bene dal giustificare. Come possa un bovaro del Wyoming orientare in tal modo le propre ossessioni è arduo da capire. Mitch è nero, quindi per definizione umile - chi sia il "padrone" non è mai in discussione, malgrado i due si scambino pacche amichevoli sulle spalle e si sfottano con giovialità - capace al più di una saggezza pratica e banale, calmo, giudizioso, la battuta salace sempre pronta a bacchettare i difetti dell'altro. Se la tristezza di Einer ha un inizio ben determinato, gli occhi molli di Mitch si inumidiscono in una recondita condizione di rassegnazione esistenziale. Un padrone bianco che cura benevolmente le ferite di un "aiutante" nero con ripetuti lavacri dall'aspetto simbolico sa già molto di croce espiatoria; la cosa diventa insopportabile quando è lo stesso Mitch a rivelarci di saper bene che le assidue cure dell'altro sono conseguenza anche di un senso di colpa irrisolto nei suoi confronti.

La sceneggiatura, d'altronde, ci regala altri numerosi esempi di eclatante incredibilità: la piccola Griffin, appena sfuggita alla violenza e al disagio della casa del compagno della madre, ci mette circa due giorni a capire che il terribile orco che confina lei e la madre in uno scantinato polveroso è in realtà una pasta d'uomo. Le basta una colazione al bar e l'essere lasciata da sola ad assistere un vecchio coperto di piaghe. La madre, dal canto suo, crede bene di alleviare l'umore rivolgendo sfacciate attenzioni sessuali verso il primo venuto e andandosene subito dopo di casa sbattendo la porta, incapace di sopportare oltre le ire del suocero (che a quel punto appaiono più che comprensibili) e abbandonando la figlia.

Nel frattempo si susseguono momenti francamente esilaranti: per sottolineare l'irreparabilità del dolore per la perdita di figlio, la si accosta nientemeno che al disappunto che Einer prova nel vedere la suocera rompere un piatto, un piatto a cui teneva molto e che non potrà più riavere, perché "non tutto si puo' rimpiazzare"; Einer, il vecchio triste e malinconico che picchia due bifolchi cowboy come fossimo in un saloon del vecchio west, Einer che va a liberare un orso feroce dalla gabbia portandosi dietro come aiutante - al volante del pick-up - la nipote adolescente, Einer che si improvvisa detective dall'occhio aguzzo esaminando cicche di sigaretta lasciate in giro a bella posta durante appostamenti assolutamente gratuiti.
Ci sarebbe da consolarsi con i magnifici paesaggi, con le vedute nebbiose dei boschi e delle valli, con le bestie che corrono selvagge, ma la mesta mano di Hallström è incapace persino di attingere a un repertorio così consolidato, incerta e traballante - mai un guizzo, mai un'idea che sappia anche lontanamente di regia - fino al più telefonato dei finali.

Cosa rimane da salvare? La bella prova della giovane Becca Gardner, tenera e maschiaccia al tempo stesso, capace di passare da una giocosa fiducia alla rabbia malinconica nella stessa inquadratura, a piacimento. Nulla puo' invece la pur dignitosa Jennifer Lopez che pure si sforza nell'evidente tentativo di dare dignità scenica al suo squinternato personaggio.

Data di pubblicazione: 16.11.2005

 

35 mm:

"Il vento del perdono": Nascita di una famiglia 

Il film di Hallström parla di grandi sentimenti, ma li racconta attraverso i piccoli gesti, i minuscoli cambiamenti interiori. La storia non riserva molte sorprese: come nella migliore tradizione narrativa, i burberi non possono che finire per intenerirsi davanti all'affetto e alla spontaneità. Ma a parte la prevedibilità di certi meccanismi, il film procede piacevolmente mescolando con successo il genere sentimentale e la commedia, aggiungendoci persino un tocco di suspense. Nell'America dei ranch, le storie di tutti i protagonisti sono collegate da due elementi insoliti: un personaggio assente (quell'"unfinished life" del titolo originale), scomparso troppo presto dalle loro vite, ma più che mai presente nei loro ricordi, immaginazioni, rimorsi... e un grande orso grizzly. In questo film, in cui tutti hanno qualcosa da perdonare e da farsi perdonare, persino il feroce orso troverà assoluzione. Una sorta di Moby Dick ribaltato in cui la capacità di perdonare gli altri e se stessi porta alla riscoperta del senso della vita e dei legami affettivi. Hallström si conferma un regista di qualità firmando un'opera curata nei dettagli, dalla fotografia alla scelta degli attori. Davvero godibili i duetti tra il bravo Robert Redford e lo straordinario Morgan Freeman. Peccato per qualche spruzzata di zucchero di troppo.  Valeria Vitale

 

FILM.IT - di Adriano Ercolani - 16/11/2005

Nuovo melodramma hollywoodiano per lo svedese Hallstrom, cineasta che ormai sembra essersi specializzato nel genere. Nel cast Robert Redford, Morgan Freeman e Jennifer Lopez

L’incidente che gli ha portato via suo figlio ha distrutto la vita di Einar Gilkyson (Robert Redford); l’anziano cowboy adesso vive nel suo ranch con la sola compagnia del vecchio Mitch (Morgan Freeman), suo fido aiutante che è rimasto invalido dopo l’assalto di un orso. Einar ha sempre incolpato la nuora Jean (Jennifer Lopez) della tragedia, così quando questa si ripresenta da lui per chiedere aiuto ed ospitalità il vecchio non le cela il suo rancore. La donna però porta con sé sua figlia Griff (Becca Gardner), la nipote di Einar, di cui egli non sapeva l’esistenza. 

La convivenza tra i tre non è certo semplice all’inizio, ma col passare del tempo l’amore del nonno per la piccola inizia ad incrinare il muro di dolore che Einar si era costruito per tenere fuori gli altri dalla sua vita.. Anche Jean inizia ad ambientarsi nuovamente in città, fino ad iniziare una storia con lo sceriffo Crane (Josh Lucas). Il fatto è però che Jean è tornata per sfuggire al suo manesco ex-fidanzato Gary (Damian Lewis), che ne ha seguito le tracce fino ad arrivare a lei…

Nuovo melodramma hollywoodiano per lo svedese Hallstrom, cineasta che ormai sembra essersi specializzato nel genere. Se però i suoi lavori passati come “Le regole della casa del sidro” (The Cider House Rules, 1999) e “Chocolat” (id., 2000) possedevano l’eleganza visiva e soprattutto la necessaria struttura narrativa per conquistare il pubblico, a partire dallo scombinato “The Shipping News” (id., 2001) il regista sembra aver perso quel tocco che lo aveva reso popolare alla fine degli anni ’90, portandolo addirittura a sfiorare l’Oscar con il lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di John Irving.

Questo melenso “Il vento del perdono” conferma senza mezzi termini la parabola discendente sia dell’autore che del genere che ha sempre sentito nelle sue corde: la storia non riesce mai a segnalarsi per originalità, così come i personaggi del tutto retorici. Il grosso difetto sta poi nella sceneggiatura del film, che non riesce ad esprimere con pienezza la storia portante della vicenda, lasciando che venga troppo presto soffocata da un’invasione inutile di sotto-trame, dannose in quanto poco interessanti e troppo invasive.

Oltre a tali deviazioni narrative, il film presenta anche un cast decisamente mal amalgamato: i due protagonisti principali, Redford e la Lopez, recitano come se loro per primi non credessero ai propri personaggi. A far loro da contorno un gruppo di validi caratteristi, con in testa Freeman, i cui ruoli però non hanno la necessaria consistenza per risollevare l’interesse. Vedere poi un ottimo attore emergente come Damian Lewis – grande protagonista della serie TV “Band of Brothers” (id.., 2001) – relegato a fare il povero e del tutto inerme psicopatico è davvero avvilente.

“Il vento del perdono” non possiede alcuna freccia in grado di colpire lo spettatore ed interessarlo: cosa più grave di tutte, è un melodramma che mai sa commuovere. Peggio di così…

unmute.net :  di Calogero Messina

Ad ogni suo nuovo film la domanda è sempre la stessa: ma che fine ha fatto quel regista sensibile, sinceramente poetico, dallo sguardo umano e curioso che tanto ci aveva rapito ed incantato con quel suo indimenticato capolavoro che è stato (siamo nel 1985) “La mia vita a quattro zampe”? Svedese di nascita ma d’adozione oramai americana, Lasse Hallstrom – pur continuando ad essere apprezzato e seguito da un pubblico fedele e dagli studios sempre pronti ad accogliere nuovi e raminghi talenti europei – continua a non convincerci ad ogni sua nuova prova: così dopo i melensi “Chocolat”, “The Shipping News” e “Le regole della casa del sidro” eccolo ritornare sul luogo del delitto per l’ennesima pellicola “buoni sentimenti”: “Il vento del perdono” interpretato da un legnoso Robert Redford, da una monoespressiva Jennifer Lopez e dal sempre grande Morgan Freeman. Una storia basata sul valore del perdono dove ognuno dei protagonisti (c’è anche la ragazzina in crisi adolescenziale!) ha da farsi perdonare – da se stessi e dagli altri – le scelte di una vita non sempre governata da un benevolo destino. Ma motivazioni spicciole e ragioni irrisolte, interpreti poco convinti ed in disparte ed una regia che ama i maestosi panorami piuttosto che gli sconfinati paesaggi dell’animo umano fanno del nuovo film di Hallstrom il ripetuto polpettone “romantico” adatto ad un pubblico dai capelli imbiancati! Da statistica la presenza di Morgan Freeman che anche dopo il successo del film “Million Dollar Baby” sembra essere scelto e prediligere ruoli da spalla che alla fine si risolvono sempre però nei momenti più azzeccati e riusciti dell’intera pellicola! 

 

Filmfilm.it

A volte è difficile perdonare chi ci ha fatto soffrire (volontariamente oppure no), ma è ancora più difficile riuscire a vincere i rimorsi che ognuno può provare verso sé stesso.

La vita di Einar Gilkynson, dopo la morte del figlio perde spessore e consistenza. La sua esistenza si trascina, egli non ha voglia di andare avanti, non ha voglia di sperare, di vivere. Stare accanto ad un uomo così non è facile: anche la moglie lo lascia. Lui si ritrova solo, con la sua angoscia e i suoi ricordi. Diventa più facile parlare con la pietra tombale del figlio che con gli amici. L’unico che gli resta accanto è il suo vecchio amico-aiutante Mitch, il quale, nonostante gli acciacchi è fra i due quello di gran lunga più in salute.

La banale routine quotidiana si interrompe con l’improvviso arrivo della nuora e della nipote (fino a quel momento sconosciuta). La vicinanza con la ragazzina, gli restituisce la dignità di una volta, lo rende più malleabile e più propenso alla vita, lo rende di nuovo “umano”, e lo riavvicina anche a colei sulla quale, fino a quel momento, aveva riversato tutte le sue frustrazioni e la sua rabbia.

Il perdono a cui fa riferimento il titolo, è non solo quello nei confronti degli altri, ma anche e soprattutto quello nei confronti di se stessi.

Un film senza infamia e senza lode. Grande prestazione di Redford e Freeman, meno “calda” la tanto acclamata Lopez. La storia è ovvia e risaputa, e difficilmente qualcuno potrà dire che fosse così necessario raccontarla ma dopo un inizio poco avvincente, ci si lascia trasportare da questa storia di vita “quotidiana”.

Rimangono però delle perplessità nello spettatore. Non si capisce bene perché la Lopez, che tenta di fuggire da un brutto ceffo, si rifugi proprio dal suocero che la odia: ma le ambientazioni sono così spettacolari, che si può resistere anche a questo.

Un po’ banale anche l’avvicinamento fra il burbero nonno e la timida nipotina, così come risulta già visto il ruolo di coscienza, “grillo parlante”, interpretato da Freeman (sembra rifare lo stesso personaggio interpretato in Million Dollar Baby).

(Teresa Lavanga)

TEMPI MODERNI:

Un cast sicuramente interessante quello presente ne “Il vento del perdono”: Robert Redford torna sul grande schermo, insieme a Morgan Freeman, per vestire i panni di un burbero anziano alle prese con un amico da curare e un passato da dimenticare.

Einer e Mitch sono due amici di vecchia data ormai anziani che vivono insieme in un ranch nella zona nord-occidentale del Wyoming. Einer è scontroso e demotivato, ma fondamentalmente buono e forte. Quando il suo mite amico Mitch rimane vittima dell’aggressione di un grizzly, Einer gli dà cure appropriate e lo accoglie a casa sua senza batter ciglio. Einer, rimasto vedovo, deve però anche convivere con il rimorso d’aver perso il suo unico figlio in un incidente stradale: l’anziano incolpa sua nuora Jean per l’accaduto e rifiuta con lei ogni tipo di rapporto. Quando però un giorno Einer trova Jean e sua figlia Griff bussare alla sua porta cercando riparo da un amante violento, in Einer si risveglia il senso di protezione e di giustizia da tempo sopiti. Fare pace con il suo passato sarà solo questione di tempo…

Su sceneggiatura originale di Mark Spragg, realizzata a quattro mani con la moglie Virginia e ispirata a un loro vecchio libro, lo svedese Lasse Hallstrom, già autore de Le regole del casa del sidro e Chocolat, dipinge un affresco delicato e passionale, forte di un copione privo di eccessi e supportato dalla presenza autorevole di due mostri sacri come Redford e Freeman.

 

SENTIERI SELVAGGI:

Le regole della casa del sidro e Chocolat, tra gli ultimi lavori di Lasse Hallström, erano irrimediabilmente segnati da scelte stilistiche enfatiche: facile etichettarli come film di maniera. The Shipping News era invece appesantito da una storia piena di tracce e sottotracce, così affollata di entità naturali e soprannaturali da finire irrimediabilmente ingolfato. Con Il vento del perdono Hallström ritrova una misura equilibrata, quanto tradizionale, composta di campi lunghi su una natura inviolata, di campi medi che uniscono singolari e conflittuali umanità, di primi piani di volti che trattengono nella loro riservatezza storie irriferibili. L’attenzione è posta, ancora una volta, sulla recitazione più che sulla ricercatezza delle soluzioni tecniche; anche lo stesso Oliver Stapleton, direttore della fotografia di tanti film di Stephen Frears e alla terza collaborazione con Hallström, deve aver compreso il carattere sobrio ed intimistico della storia, evitando l’effetto patinato che spesso lo ha contrassegnato.

Una donna che fugge, una bambina che cerca un padre, un uomo che piange un figlio mentre accudisce un amico malato, sono gli elementi di una storia semplice. Attorno ad essi, la presenza massiccia quanto fantasmatica di un enorme orso grizzly, agente irrazionale che riconduce ogni personaggio al confronto con la spietatezza e l’ineluttabilità del caso e della natura. La coppia Redford/Freeman è il vero fulcro del racconto, anche se è una Jennifer Lopez in versione opportunamente moderata a dare movimento alla storia; la loro essenza di grandi vecchi del cinema si confonde idealmente con l’interpretazione di due amici altrettanto anziani, creando una eco contemporaneamente commovente ed austera. La sacralità del contesto naturale ha neutralizzato il rischio di verbose banalità, ed il film è riuscito a conservarsi come storia di visioni della vita, di sguardi incrociati, di pensieri di uomini alle prese con i dolori dell’esistenza e con quell’incompletezza che corrode ogni essere umano, quando non sa fare i conti con sé stesso e le proprie debolezze.

 

QUELLI CHE IL CINEMA:

Nostalgia per il vecchio West declinato nei colori più vividi e freddi del Wyoming; con il nuovo film di Lasse Hallström (in realtà nel cassetto della Miramax da un paio d'anni) i sentimenti classicheggianti rimpiazzano la durezza di alcuni dei suoi precedenti lavori. In uno dei più recenti, The Shipping News, il conflitto e i drammi familiari salivano a galla esattamente come in questo "Il vento del perdono", immersi in un'ambientazione altrettanto - o forse più - suggestiva, fra i ghiacci dell'isola di Terranova. The Shipping News e "Il vento del perdono" hanno più di un punto in comune; ma nel primo le radici del dramma affondavano in terreni più solidi con robustezza, la ruvidezza del dolore non sbavava nel sentimentale; e bastava poi lo sguardo di una protagonista come Julianne Moore al suo meglio per sciogliere il ghiaccio e scaldare il cuore.

Qui invece il racconto indulge al sentimentale a riprese multiple e regolari. Jean (Jennifer Lopez) fugge con la figlioletta Griff (Becca Gardner) dal fidanzato violento, per rifugiarsi nel ranch dell'ispido cowboy Einer (Robert Redford), che altri non è se non il padre del suo defunto marito, mai riuscito a superare il dolore per la morte del figlio. Qui, insieme all'amico Mitch (Morgan Freeman), Einer accoglierà riluttante la nuora, scoprirà il rapporto con la nipote, e ognuno riuscirà a guardare in faccia i propri fantasmi.

Buona prova di regia, "Il vento del perdono" ascolta gli echi di un cinema che vuole piazzare sullo schermo la realtà nella sua essenza più cruda e immediata; e lo stile classico di Hallström, sempre solido, maneggia senza imbarazzo una materia dal retrogusto così forte.

E' l'effetto melassa a frenare un film potenzialmente valido, quel finale a conti fatti conciliante che la butta sul metaforico in modo piuttosto affrettato (un grizzly come immagine dei problemi irrisolti nel passato di ciascuno). Il regista riesce a intrecciare senza nodi le fila di tre storie parallele (Jean e il nuovo amore con lo sceriffo del posto, Einer che elabora il lutto nel conoscere la nipote, Mitch che rivede l'orso da cui è stato ferito rimuovendolo dalle sue ossessioni), vive e crea empatia con le figure che popolano l'universo narrativo, ma incespica nel gestire la patina melassosa sciolta in modo poco organico.

Film sul perdono che sa sacrificare quest'ultimo alle esigenze del business, con un cattivo - l'ex fidanzato di Jean - che, come da copione, non può averla vinta e deve fare la fine che si merita. Perdono? O istinto di sopravvivenza, che smussa gli spigoli del dolore?

Validi restano i propositi e una confezione curata e sgranata ad arte; belle sono sia la fotografia di Oliver Stapleton che la colonna sonora di Deborah Lurie. Sfida nel talento virtuoso fra Redford e Freeman, tanta arte (ma quanto cuore?) in due prove che sfoggiano bravura, ora istrionica ora compassata.        Alessandro Bizzotto

 

CINEMA 4 STELLE:

Il titolo originale della pellicola è “An unfinished life” (letteralmente “una vita incompiuta”) e tutto quello che s’intuisce, meglio, si paventa dal titolo scelto per la versione italiana, puntualmente si verifica. Morgan Freeman interpreta per la seicentesima volta il saggio, in questo frangente anche in debacle fisica dopo l’attacco di un orso. Siamo nel Wyoming, profonda e ruvida America da cow boys (a gennaio gli stessi scenari regaleranno ben altre emozioni con “Brockeback Mountins”) e Robert Redford è un introverso e brusco uomo delle montagne dedito al sarcasmo (sono sue le battute più dissacranti e sincere, come quella sui venditori di bibbie ai quali non si sognerebbe mai di aprire la porta: vendono merce scaduta), alla manutenzione della fattoria e all’ossessione per il figlio morto in un incindente. Convive con l’amico-aiutante bisognoso di cure dopo l’aggressione. Gli piombano tra capo e collo, la nuora (Jennifer Lopez, alla sua seconda incursione nel mondo delle donne maltrattate ma questa volta fa volare le parole e non i calci) che porta con sé la figlia (Becca Gardner, giovanissima esordiente dallo sguardo vispo) in fuga da un compagno manesco e in cerca di protezione. Dissapori, rancori, segreti e bugie decotti nell’effetto cinema più classico: porte che sbattono, malumori, assennati consigli (chissà chi li impartisce?) contro asperità amabili e comprensibili. Dolori dell’anima maturati nel silenzio che vengono a galla scoppiettando come pallottole nelle frasi accusatorie e nel vetriolo dell’amarezza. Ma la natura ci mette lo zampino - anzi la zampata del Grizzly - e la libertà e gli affetti familiari vincono. Lasse Hallstrom dopo “Chocolat” annega il tema più sviscerato e sviscerabile del mondo come il perdono in una struttura di narrazione classica e circolare il cui esito è manifesto prevedibilmente sin dal primo fotogramma. Ne risulta un dramma nemmeno troppo compiaciuto anche se sdrucito e senza il mordente cui certo cinema amabilmente logoro ma monumentale (si veda Clint Eastwood) riesce a soddisfare sguardo e lecite aspettative. (di Daniela Losini)

 

IL PERDONO PSICOLOGICO 

1) floriterapia.com:

Non mi è facile dichiararmi, ma ho voluto ugualmente cogliere questa opportunità. Le parole che leggerai esprimono il mio autentico desiderio. Ho compreso solo ora il potere del Perdono e, come molti maestri illuminati ci hanno indicato, non e' mai troppo tardi per perdonarsi e per chiedere Perdono. Ti invio questo messaggio non come tentativo, bensì come atto di consapevolezza per quello che è stato. Ho compreso che perdonare non significa condonare un'azione ma riconoscere una mancanza, ed in quella mancanza sostenere ugualmente, perdono, se stessi o gli altri. Ti invio ora questo dono a colmare quella mancanza. La nostra vita terrena è così breve che non ha senso chiedersi se sia io a chiedere perdono o sia tu a dover essere perdonato. Esistono fatti che solo una Mente Divina può comprendere. Il Vero Perdono molte volte non è umano. Quello che possiamo cercare ora è l'intima riconciliazione tra i nostri cuori. Non ci si salva da soli. Siamo tutti uniti, per cui la tua sofferenza è anche la mia sofferenza. La tua solitudine è la mia solitudine. La nostra incomprensione è la nostra tristezza. Liberiamoci dalle colpe e scegliamo di amare. Il dono del Perdono nasce da un atto d'amore. Tanto più piccolo sarà l'amore iniziale tanto più grande sarà il nostro dono. Oggi ho deciso di amare. Ora permetto di curare e perdonare collettivamente e singolarmente tutti gli aspetti di me che ti possono aver leso in qualsiasi modo consapevole ed inconsapevole, permetto di perdonarti e curare tutti coloro che in qualche modo hanno partecipato a questa limitazione, perdono e curo anche tutti i luoghi e pensieri che ci hanno visto infelici. Ora, non aver fretta nel rispondermi. Potrai anche non rispondermi mai. L'incontro tante volte è lasciarsi. Il mio intento è stato raggiunto lo stesso. Se hai letto questo messaggio, mi hai permesso di parlare comunque al tuo cuore.


A parte il fatto ovvio che molti fenomeni non sono ancora comprensibili scientificamente come in passato altri non lo erano, io credo che nei "fenomeni di guarigione", quando sono veri,  molte volte si verifica un processo psicosomatico.
Già Freud parlava di come tante sofferenze psichiche attraverso un processo di conversione isterica si somatizzavano, si incorporavano in dolori, paralisi, di arti, cecità temporanee ecc. ( si pensi solo al famoso caso di Anna.O, che non muoveva più il braccio). In particolare avveniva in soggetti con una forte dipendenza affettiva o in donne in pieno conflitto edipico frustrate nel bisogno di riconoscimento del padre. I sintomi si acutizzavano quando tali persone non erano al centro dell'attenzione.
Molte persone "guarite" affermano di aver pregato, fatto un percorso spirituale e che sono riuscite a perdonare con l'aiuto di Dio visto come fonte di amore e pace.
Io in questo perdono, per alcuni casi, ci credo ma non come fenomeno magico. Penso che  talvolta si somatizzano forti conflitti affettivi-relazionali con marcate istanze aggressive. In altre parole siamo arrabbiatissimi con qualcuno di importante nella nostra vita da cui in qualche modo dipendiamo. Ci è rimasto un "sospeso" emotivo-affettivo che crea un blocco energetico. Non sempre ne siamo pienamente consapevoli.
Inoltre l'aggressività trattenuta si retroalimenta e si somatizza per esempio in ulcera, gastrite ecc. Quando un conflitto la mente umana non riesce ad accettarlo, a riconoscerlo, ad affrontarlo a rielaborarlo, a simbolizzarlo e verbalizzarlo allora ha due possibilità: o impazzisce (deliri, allucinazioni) o somatizza per salvare il rapporto con la realtà. Diceva Woody Allen alla fine del film "Io e Annie" quando viene lasciato: "Non capisco cosa mi sta succedendo, so solo che mi sta venendo un tumore".
Non è un caso che gli schizofrenici in genere non si ammalano fisicamente.
Perdonare significa avere elaborato e superato il conflitto e la dipendenza verso questo "altro dominante interiorizzato" e quindi essersi liberati  (infatti si parla anche di preghiere di liberazione ma non è il demone con la forca, siamo noi).  Mariangela Falabella

 

2)  vitadicoppia.blogosfere.it

Chiunque sia stato vittima di qualcosa (crimini, incidenti, abusi, tradimenti e così via) si trova prima o poi chiedersi se concedere o meno il perdono. Il perdono infatti è un mezzo attraverso il quale una persona, offesa da un torto subito, cessa di provare risentimento e ostilità verso un'altra persona, che ha perpetrato il torto. Può concesso come atto di bontà, empatia, altruismo, oppure, pragmaticamente, perché il fine di vivere meglio giustifica il mezzo del perdono. Perdonare infatti molto spesso produce una sensazione di sollievo, annullando quella tensione e quel legame esclusivo che lega vittima e offensore e che li rende parte separata del contesto sociale. Il perdono può essere concesso anche se non è stato richiesto e può riguardare anche persone che non si incontrano più nella propria vita, anche perché potrebbero essere decedute.

Sono state le religioni ad insegnare per prime la pratica del perdono, sull’esempio del perdono che Dio (o chi per lui) riserva agli esseri umani. Ma ci sono state anche molte voci contrarie. Nel Talmud ad esempio è scritto che ‘chi è pietoso contro i crudeli finisce con l’essere crudele verso i pietosi’; Voltaire diceva che ‘chi perdona al delitto ne diventa complice’.
Friederich Nietzsche era contrario al perdono, ma soprattutto era contrario alla morale cristiana, che riteneva essere la ‘morale degli schiavi’. Per il filosofo, chi perdona è un debole,  è un incapace di far valere i propri diritti; la bontà è solo la dimostrazione della incapacità di ribellarsi, di rivalersi; la pazienza è codardia ed il perdono è l’incapacità di vendicarsi.
Schopenhauer è della stessa idea: tra i suoi aforismi sulla saggezza della vita troviamo il seguente: ‘Perdonare e dimenticare vuol dire gettare dalla finestra una preziosa esperienza già fatta’
Anche Freud aveva affrontato l’argomento, mostrandosi anch’egli contrario al perdono.
Lo riteneva infatti una pretesa assurda e incomprensibile, dannosa per la salute psichica dell’individuo, perché avrebbe fatto toccare il limite di sopportazione dell’Io rispetto alle pressioni pulsionali interne, producendo o una rivolta o la nevrosi (Freud S., Il disagio della civiltà). Perdonare, secondo il padre della psicoanalisi, può aver senso solo in due casi: come prova di sottomissione alla legge del più forte, in modo da lenire la sua aggressività, o come accettazione del predominio del SuperIo, per ricavarne una soddisfazione narcisistica nel ritenersi superiori agli altri.

Oggi la moderna psicologia ha cominciato ad interessarsi del perdono perché si è visto che...

nella pratica clinica, una terapia riuscita spesso porta il paziente a perdonare le offese ricevute. Questo atto, producendo una diminuzione di amarezza e risentimento, ha un effetto catartico, di liberazione, perché è capace di eliminare o attenuare i sentimenti di rabbia, di vendetta, di vergogna e di risentimento, liberando delle energie, che possono essere dunque meglio spese su altri fronti.

Perché ci sia vero perdono devono essere coinvolti tutti i sistemi: cognitivo, emotivo e comportamentale. Dal punto di vista cognitivo ed emotivo, il perdono richiede tempo: infatti può avvenire solo dopo che vi sia stato un processo mentale capace di far tacere il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha perpetrato l’offesa. Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto che riguarda questo lungo processo.

Il perdono richiede dunque un grande sforzo, emotivo ed intellettuale e non dovrebbe dunque essere confuso con la timidezza o la debolezza morale. Chi perdona non è chi non vuole assumersi la responsabilità di punire, correggere, vendicare, non è chi vuole necessariamente chiudere un occhio sulla realtà che lo fa soffrire, lasciando correre e guardando oltre: perdonare non significa cercare di dimenticare l’offesa ricevuta, ma solo fare in modo che essa, pur permanendosi nel ricordo, non provochi più dolore. La dimenticanza infatti non equivale al perdono.

Il perdono implica la propria liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio. L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa si che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti. L’odio crea una dipendenza. Per questo, dal punto di vista psicologico, il perdono viene considerato un valido strumento terapeutico: permette di lenire la sofferenza, di riguadagnare la fiducia in sé stessi,  e spesso di ristabilire relazioni interrotte fra due persone, attraverso una rinegoziazione delle regole del rapporto.

Il perdono tuttavia non implica la riconciliazione: vi possono essere valide ragioni per scegliere di non vedere più il proprio offensore (che tra l’altro potrebbe anche non essere più in vita), sebbene si sia concesso il perdono. Al contrario, non può esservi una vera riconciliazione senza perdono.

Dal punto di vista etimologico perdonare significa concedere un dono: è così in tutte le lingue, dall’inglese ‘forgive’ al francese ‘pardonner’ ed al tedesco ‘vergeben’. Non sono molte le persone predisposte all’atto di donare, ed anche se dal punto di vista etico o religioso si può essere d’accordo sul principio, metterlo in pratica è tutt’altra cosa.

Un atto offensivo subito ingiustamente del resto suscita nella vittima una sofferenza psicologica, che si esprime poi in reazioni di tipo aggressivo, etero o auto-dirette. L’aggressività nei confronti dell’offensore può esprimersi nella rabbia, nel desiderio di vendetta o di punizione dell’altro, mentre l’autoaggressività la si riscontra nei sensi di insicurezza di sé e di vergogna per l’umiliazione subita, nelle costanti ruminazioni del pensiero relative al ricordo dell’offesa.

Il desiderio di giustizia potrebbe essere una razionalizzazione, un modo per canalizzare le proprie emozioni verso consolazioni più socialmente accettate, ma esso non implica automaticamente il perdono.

Per perdonare occorre sapersi spogliare dei propri panni e sapersi mettere in quelli dell’offensore, cercando di vivere e reinterpretare la realtà guardandola da un’altra prospettiva, giustificando e comprendendo quelle che possono essere state le motivazioni o le pulsioni delle quali possa essere stato, a sua volta, vittima chi ha offeso.

Il processo del perdono richiede meno sforzi affettivi e cognitivi se l’offesa non è grave, se non è intenzionale, se l’offensore mostra rammarico e chiede scusa. 

Quando si riceve un’offesa per prima cosa si sperimenta uno stato generale di  smarrimento, di perdita momentanea dell’equilibrio, anche a causa dell’effetto-sorpresa e della mancanza di adeguate strategie difensive. Questo è ancor più vero quando fra vittima e offensore c’è un legame profondo di affetto o di amore, come può avvenire fra parenti, coniugi, amici o affini. Dal momento in cui si riceve l’offesa viene messo in crisi tutto un sistema di attribuzioni e di aspettative riguardo ad una certa persona, il tutto abbinato ad emozioni fortemente negative e distruttive, difficili da contenere, come accade quando si sperimentano dolore, rabbia, delusione, depressione, vergogna. La vergogna soprattutto è ciò che influisce particolarmente nella stima di sé stessi: ‘come ho fatto a lasciarmi ingannare dalla persona che amo’? ‘Come ho fatto ad essere così debole e stupido di fronte agli inganni del mio amico’?
A volte si reagisce cercando di colmare tutti i vuoti di attenzione che si ritiene di aver avuto nei confronti della persona che ha offeso. Questa ricerca e considerazione ossessiva dei dettagli che hanno reso possibile l’offesa può portare ad accrescere ulteriormente la diffidenza ed il sospetto verso l’altro, rinforzando i pensieri negativi e rimuginativi.

Del resto, cercare di comprendere è sicuramente necessario, anche per considerare in senso empatico i fattori esterni che possono aver contribuito a creare le condizioni del gesto offensivo, valutando anche eventuali possibili responsabilità nell’aver determinato nell’altro la volontà offensiva. Pur nella asimmetria delle responsabilità, spesso il rendersi conto che in una relazione tutti possono fare errori, avere colpe o essere causa di mancanze, può essere un fattore facilitante nella comunicazione.

Ammettere i propri errori, se ce ne sono, può facilitare infatti l’ammissione del torto da parte dell’offensore e permettere all’offeso una meno traumatica concessione del perdono. Sicuramente questo è un buon punto di partenza per reimpostare la relazione su basi più solide, che prevedano un codice di maggiore rispetto reciproco.
  Dott.ssa Giuliana Proietti - Ancona

 

3) solaris.it:

a) Il Perdono - Il gioco delle parti

Perdonarsi e perdonare non è facile, soprattutto per coloro che vedono nell'altro un nemico da combattere, divenendo così giudici inesorabili, oppure, per coloro che assecondano i comportamenti altrui solo perché proiettano su di loro ciò che hanno subito personalmente. Tali comportamenti possono ripetersi all'infinito, generando continuamente sentimenti quali "colpa" e "vergogna", in cui "vittima" e "carnefice" si alternano nel gioco delle parti. Come trovare un'alternativa ? Accettando prima di tutto sé stessi e poi gli altri. Il ruolo del carnefice può esistere solo se c'è una vittima : se la vittima continua ad alimentare il suo bisogno di espiazione attraverso la sofferenza, il carnefice continuerà ad abusare di lei ed entrambi i personaggi si alimentano a vicenda ripetendo il copione quotidiano senza via d'uscita. Una delle possibilità per porre fine a questo ciclo perverso è quello di cominciare a perdonarsi e perdonare. Perdonarsi di essere caduti nella vergogna, nei sensi di colpa, di aver fallito Perdonarsi di essersi ingannati, di aver perso del tempo, della mancanza di consapevolezza, della sofferenza.

Perdonarsi di aver dimenticato il proprio potere, di averlo dato a qualcun altro, perdonarsi di aver giudicato le vite altrui, di aver scelto di essere una vittima. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di ricondurre noi stessi ad una posizione di potere, in cui si diviene artefici delle proprie scelte e della propria vita. Attraverso l'accettazione di sé , è possibile aprire uno spazio infinito, dove la consapevolezza delle proprie risorse e del proprio mondo interiore si esprimono liberamente, creando in questo modo anche un fertile terreno per gli altri che finalmente possono essere accettati per quello che sono !

B) Perdonare è la massima consapevolezza Rancore e Perdono nel Modello Classico Cinese

Prima ancora di quella cinese, la cultura cristiana (o ebraico-cristiana) ci dice che Il perdono rende capaci di amare e di crescere, riconciliarsi con gli altri, curare lo spirito e il corpo. Anche nel pensiero classico taoista e buddista e nello sviluppo sincretico Chan e Zen, il perdono è sorgente di guarigione: guarisce infatti le ferite provocate dal risentimento, rinnova le persone, i matrimoni, le famiglie, le comunità, la vita sociale. Secondo il dettato del pensiero classico cinese, il perdono è rinuncia al risentimento e, pertanto, è dare innanzi al giudizio .

Per i contenuti classici del pensiero cinese, il dare effettivo è quello effettuato con amore. L'amore è stato spesso descritto nelle religioni orientali come armonia perfino nella discordia. Il vero amore verso l'altro è incondizionato, non ha alcun "perché". L'amore abbraccia aspetti quali la compassione, il servizio, l'amicizia e la cooperazione. L'amore non è un luogo al quale arrivare, bensì il luogo dal quale si proviene. Il perdono, quindi, è l’accesso all’amore, il raggiungimento del perfetto fluire del Qi, la realizzazione del movimento di espansione del Cuore, il completo raggiungimento dello scopo dello Shen. L'amore è l'espressione più alta dello spirito e la realizzazione della Legge. Ora va detto che lo spirito è l'energia dalla quale ogni manifestazione della vita viene formata, lo spirito è il flusso principale dell'esistenza. L'anima, è spirito individualizzato. Siamo anime con gli spiriti e ci esprimiamo attraverso i corpi fisici. La personalità è quell'aspetto che viene manifestato solo mentre siamo qui sulla terra. E' una parte infinitesimale dell'individualità, che è il vero io.

Non solo lo spirito è infinito, ma è perfetto. Non può comunque esprimere la propria perfezione ad ogni stadio dell'essere né in questo mondo né nel mondo dello spirito. E tuttavia il perdono, attraverso la comprensione, consente la massima consapevolezza, la massima presa di coscienza del nostro spirito. Ora, va ricordato, il senso che le antiche tradizioni attribuisco alla Legge. Tutta l'esistenza si ascrive all'interno della cornice delle leggi naturali create dallo Spirito Collettivo. Molte leggi fatte dall'uomo in effetti contraddicono le leggi naturali e spesso ostacolano e rallentano il cammino evolutivo. L'universo è perfettamente equilibrato dalle leggi naturali e morali. L'ordine è mantenuto dalle vibrazioni regolatrici. Quando l'umanità lavora in uno stretto rapporto con le leggi naturali si può garantire un risultato positivo. Comunque, non sempre si ha bisogno di consultare ed applicare la legge alla lettera, piuttosto, dovremo comprenderla e conformarci al suo significato. Non è necessario per lo Spirito Collettivo creare nuove leggi, in quanto tutte le leggi già esistono.

Ciò che è necessario per l'universo è qui ora, lo è sempre stato e sempre sarà. Perdonare ed adeguarsi alla Legge, secondo i Maestri, i Santi e i profeti, conduce alla riscoperta dei rapporti tra il Tutto e l'uomo, tra Dio e sua creatura, tra il macro e il microcosmo . Quando il rancore e il non-perdono attanagliano l’uomo il medico agopuntore si pone nella condizione di intervenire:
1. Sui nodi energetici che creano “Calore-Latente”
2. Sulla espansione del Cuore.
3. Sulla riapertura dei contatti con l’esteriore.
4. Sui principi in cui si stratifica la Legge.

P
er quanto concerne i punti da trattare, a nostro avviso vanno usati
1. 26GB-41GB per aprire il Dai Mai ed eliminare le Stasi, il rancore, il Calore-Latente.
2. il punto 1 H, che consente il movimento di espansione del Cuore.
3. il punto 15CV, che controlla tutti i collegamenti fra uomo e contesto sociale.
4. Il 39GB ed il 16LI, punti attivi sui Midolli, Viscere Curioso su cui si depone la Legge .

Ma il discorso è molto più ampio, profondo e sottile di quanto si possa immaginare cristallizzandolo su un mero atto terapeutico (per quanto permeato di valore simbolico e “guaritorio”).

“Sulla spinta del risentimento si possono compiere azioni di cui non ci saremmo immaginati capaci”, scrive lo psichiatra Marco Pocari che continua “chi prova rancore, infatti, conosce meno degli altri la paura quando decide di passare all’azione. Questa forma d’ostilità, quindi, può essere una leva straordinaria per superare, se ce n’è bisogno, ostacoli e difficoltà”. Per la moderna psichiatria, come per l’antica cultura cinese, il rancore può essere utile, e positivo, se viene messo a frutto nel breve periodo, se dà la forza di andare via per chiudere con il passato, per esempio dopo aver scoperto il tradimento del partner; ma diventa devastante se costringe a rimuginare per sempre sul passato. Questa idea è molto ben espressa nel film della new-wave horror giapponese Ju-on, diretto da Takashi Shimizu ed uscito nelle nostre sale nel 2003. L’ossessione della memoria (e del rancore) entra come un virus (i demoni o mo del taoismo classico) nella vita degli individui come silenziosa e concreta minaccia, più temibile della morte stessa. Il rancore come infezione, quindi, come "male oscuro" che si propaga lentamente ma inesorabilmente, non lasciando vie di scampo a chi ne viene contagiato.

Ancora più palese il concetto di “rancore protratto” come “ombra” in Kairo (2001) di Kiyoshi Kurosawa. L’incapacità di perdono crea la possibilità, nell’uomo, di un’invasione nefasta di “spettri” e di suggestioni che lo allontanano inesorabilmente dalla radice profonda della stessa umanità.

“Vestire il rancore come una corona di negatività Calcolare cosa vogliamo e cosa non tolleriamo Disperati per controllare tutto e ogni cosa Incapaci di dimenticare il tuo letterato scarlatto …rancore che sgorga/mi divora dall’interno quello che ho dentro/e’ il freddo dell’inverno! rancore nel sangue/spinge la mia sete la vendetta aspetta/ma tanto non cede! rancore mi segue/e mi strappa il fiato mi tormenta spesso/ma ci sono abituato! rancore mi sfibra/prechè ne sono intriso”
Italo Nostromo

Il ruolo del Perdono  -Odio e Perdono sono gli elementi su cui si gioca il cammino dell'Individuazione autentica di Sé

 

Parlare di perdono, significa parlare di odio. Veniamo al mondo spesso con addosso un progetto di vita che non ci appartiene. Anche nella più totale buona fede, già alla nascita dobbiamo indossare l’abito che i nostri genitori hanno confezionato per noi.

Un genitore in dolce attesa può – in buona fede – sperare che il futuro figlio o figlia potrà aiutarlo a rivalutare la propria immagine all’interno della famiglia di origine; un altro genitore può invece immaginare che il figlio sarà una rivincita contro tutti quelli che hanno sempre pensato che era un buono a nulla; qualche altro genitore invece può immaginare che il futuro figlio sarà il bastone per la sua vecchiaia, mentre un altro spera che il figlio riuscirà a completare i progetti che lui/lei non è riuscito a compiere, qualcuno pensa che nascerà finalmente la femmina che tanto desiderava, e qualcun altro spera che sarà un maschietto per portarlo al tennis o farlo diventare un boy-scout come il papà….

Insomma, per farla breve, quando un bambino nasce – lo voglia o no - ha già pronta un’identità che non gli appartiene e un progetto bell’è fatto apposta per lui. Non necessariamente qualcuno lo farà con dolo o in malafede eppure – implicitamente (o “inconsciamente”, come dicono i bravi psicoterapeuti) – sarà indirizzato e premiato ogni volta che le sue azioni vanno in direzione del “progetto” pensato per lui, e sarà certamente NON incoraggiato – se non a volta addirittura punito - ogni volta che le sue azioni saranno divergenti dal progetto genitoriale.

Pensate che questo sia raro? Pensate che ciò accada solo in poche famiglie, magari piccolo-borghesi o povere o disagiate o peggio disturbate?

Niente affatto: accade in tutte le famiglie! Chi più, chi meno: la progettazione di un figlio è una fase naturale del processo che un adulto compie per maturare ed elaborare il passaggio dall’essere “figlio”, all’essere “genitore” lui stesso. Il problema è che nel corso di questo processo di “genitorialità”, l’adulto – spesso in buona fede - cuce addosso al futuro figlio tutta una serie di propri bisogni non soddisfatti, di vuoti esistenziali, di paure, di proprie rabbie non elaborate, di odii trans-generazionali non risolti, di vendette personali e di aspettative che non è lecito addossare al nascituro.

Ecco perché non appena viene al mondo, nel profondo il bambino già comincia a covare una rabbia sorda e profonda. E’ la rabbia per i condizionamenti esterni: una violenza che spesso non riesce ad avere voce, non riesce a manifestarsi, ad essere dichiarata, gridata, denunciata davanti a tutti: è la violenza di dover assumere obbligatoriamente – pena la perdita dell’amore genitoriale – un ruolo, una funzione, una veste ed un progetto che non gli appartengono.

Spesso questa rabbia può rimanere taciuta ed invisibile per diversi decenni, per poi esplodere con enormi sensi di colpa ed enormi difficoltà. Pensiamo per un momento alla

difficoltà di esprimere la rabbia per una violenza così profonda: prima di tutto la cultura dominante impone all’adulto un rispetto verso i genitori, un atteggiamento socialmente accettabile e una gratitudine se non quando religiosa, certamente devota.

E prima? Quando era ancora bambino? Peggio! Il bambino non ha nessuna scelta: esprimere anche velatamente la rabbia significa perdere immediatamente l’amore dei genitori, significa non sopravvivere, significa – come minimo – cominciare un pellegrinaggio presso Neuropsichiatri che devono diagnosticare – nel migliore dei casi – un disturbo psicosomatico, una personalità iper-attiva, una instabilità psico-motoria, ecc.

Ecco allora che la rabbia cova per mesi, per anni, per decenni e decenni: fin quando l’adulto deve irrimediabilmente cominciare a fare i conti con quello che facilmente è diventato un vortice di odio represso e rimosso, spesso completamente ignorato dall’Io cosciente, il quale magari si è socialmente adattato. Adattato? Ma come? Cosa né è stato del progetto autentico di quel bambino? Quanto sarà profonda la scissione tra l’Io adattato e il Sé autentico che non è potuto emergere? Cosa c’è in mezzo a questa scissione?

C’è l’odio rimosso. Odio per l’incapacità affettiva dei genitori, per i loro errori in buon fede (o talvolta anche in malafede) ma che hanno rappresentato una violenza profonda verso un Io non ancora consolidato e incapace di elaborare una strategia di difesa. Ma soprattutto odio verso se stessi.
Odio verso la propria incapacità di respingere e far fronte alle ingiuste richieste del genitore, per la propria incapacità di saper distinguere tra le richieste legittime e quelle illegittime, tra le giuste e le ingiuste, odio per la propria codardia, per la propria incapacità di resistere alla seduzione di un amore strumentale e manipolatorio, odio verso se stessi per non essersi rispettati profondamente, odio verso se stessi per non essere stati fedeli a se stessi ad ogni costo.

Ognuno di questi “odii” rappresenta un macigno granitico lungo il cammino verso la felicità: un ostacolo molto spesso assolutamente nascosto e totalmente ignorato dall’adulto che – inconsapevole – si domanda il motivo di tanta infelicità, di tanta incomprensibilità verso gli eventi dolorosi della propria vita.

Ecco allora che tutti prima o poi, devono fare i conti certamente con un genitore – ahinoi! - umanamente imperfetto, ma soprattutto devono fare i conti con la propria terribile complicità, con il proprio consenso implicito, con l’essersi “svenduti” ad un amore che veniva concesso solo al costo di rinunciare alla propria individualità, alla propria autenticità, al proprio progetto esistenziale profondo, al proprio percorso, alla ricerca del proprio cammino…
Ecco qual è il perdono che spesso l’adulto non riesce a concedere: non tanto il perdono verso le umane imperfezioni del proprio genitore, ma soprattutto non riesce a perdonare se stesso.

Pensate che sia semplice? Pensate che sia automatico? Istintivo? Niente affatto. E’ un processo lento e spesso difficile. L’odio rimosso, volutamente represso nell’oblio più profondo non ne vuole sapere di emergere, non ne vuole sapere di sciogliersi alla luce della verità, non ne vuole sapere di liquefarsi e disgregarsi: cosa lo tiene ancorato e compatto giù nel profondo? La decisione! La decisione dell’individuo di odiarsi per la propria imperfezione: la decisione di un orgoglio incapace di vedere al di là del proprio dolore e del proprio ideale di perfezione irrealistico.

Qual è allora il ruolo del perdono?
Il perdono è uno dei passaggi più difficili ed ardui lungo il cammino verso la propria serenità, verso la propria realizzazione. Perdonare non è facile: ancora meno facile è perdonarsi. Eppure il perdono è l’unica medicina che scioglie il granito dell’odio, è una decisione profonda che comporta determinazione, fermezza e risolutezza, che va scelta e ri-scelta molte volte nel corso della vita, soprattutto nei momenti difficili e dolorosi. Il perdono è una scintilla che porta finalmente luce in quei luoghi profondi dell’animo dove la luce sembra non essere mai giunta: è l’onda del mare che pazientemente discioglie anche i macigni più duri e ostinati. Perdonarsi significa potersi finalmente concedere quella carezza morbida che mai prima di allora era stata concessa.

Il ruolo del perdono è quindi uno dei cambiamenti più profondi che l’individuo affronta nel corso della propria vita e un evento fondamentale lungo il cammino dell’individuazione e dell’affermazione autentica di Sé.

 

IL PERDONO NELLA STORIA:

Si può vederlo come si vuole, considerarlo da diversi punti di vista, ma quanto è successo nel gennaio del 1077 a Canossa è stato nella sostanza un episodio di perdono.

Molti si sono chiesti: chi ha vinto a Canossa? La Chiesa o l’Impero? Se ne può discutere all’infinito, ma bisogna concludere che chi ha vinto a Canossa è e rimane prima di tutto
il perdono.

Il perdono però non è mai disincarnato, slegato dalle persone e dai fatti che gli pulsano intorno.

Questi personaggi e questi fatti saranno i protagonisti della nostra ricerca.

 

IL PERDONO RELIGIOSO

1) DIOCESI BRESCIA.IT:

Domande per la riflessione:

1.       Poniamo dei limiti al perdono dell’altro? Se si, quali?

2.       C’è qualcosa che ci ostacola nell’accettare il perdono del coniuge?

3.       Crediamo che il sacramento della Riconciliazione abbia a che vedere col nostro amore di coppia, o pensiamo che ci riguardi solo personalmente?

 

 

Gesto da fare durante l’incontro:

(il gruppo si scioglie, ogni coppia si ritrova in disparte dialogando a partire da questa affermazione)

Mi sento accolto da te ogni volta che ….

 

 

Mandato per la vita:

Non addormentarsi la sera senza essersi prima riconciliati.

 

 

Film:

“Vento del perdono”.

 

Introduzione:

 

Non c’è perdono senza amore, non c’è amore senza perdono.

Attraverso questa scheda vogliamo confrontarci sulla radice del per-dono. Ciascuno di noi è chiamato da Dio come creatura, a realizzarsi pienamente attraverso il dono di sé. Rispondere a questa chiamata è impegnativo perché significa misurarsi costantemente col proprio egocentrismo e con la tentazione di dominare l’altro, di ritenersi la misura di ogni cosa nel rapporto coniugale. Quando cediamo a questa tentazione non abbiamo cura della nostra relazione di coppia e consumiamo quei piccoli tradimenti quotidiani che ci tolgono la serenità e il nostro essere in sintonia con l’altro.

 

Preghiera di invocazione allo Spirito

 

Vieni Spirito di amore,

riempi i nostri cuori e illumina le nostre menti,

abita le nostre case e rafforza la comunione tra noi.

Ci hai voluto sposi e famiglia:

parlaci della pace,

insegnaci la pazienza del perdono,

aiutaci a godere della vita,

nella piena disponibilità alla volontà del Padre.

Con Te, Cristo ci è vicino,

intima sorgente di dono gratuito,

di passione per la debolezza,

di cura totale e perenne.

Come compagni di viaggio,

aumenta la nostra fede,

vivifica la speranza,

riscalda la carità.

Spirito Santo, vieni.

Amen.

 

Vangelo:  (Lc. 7, 36-50)

Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

            A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Gesù allora gli disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli: “Maestro, dì pure”. “Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più? ”. Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”. E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.  Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati? ”. Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; và in pace! ”.

 

 

Commento al vangelo:

 

Questo brano del vangelo di Luca ha molto da dire alla nostra esperienza coniugale e famigliare. Riconosciamo in esso dei vissuti quotidiani come il desiderio di essere accolti, capiti e perdonati, oppure la speranza che “invitando” Gesù ad essere presente nella nostra casa il nostro amore duri per sempre, ma anche il giudizio sull’altro espresso non a parole ma detto con gesti concreti di chiusura, di ostilità; ancora, la convinzione che le cose cambieranno se prima cambia il coniuge perché lui ha sbagliato, e questa certezza ci paralizza impedendoci di fare il primo passo verso la riconciliazione. Da ultimo però in questo brano è descritta anche la tenerezza di cui siamo capaci quando accogliamo l’altro col suo limite, quando sentiamo che qualcosa deve cambiare tra noi e che la fatica che stiamo vivendo può aprirci alla speranza di un amore ancora più profondo.

Al centro del racconto c’è Gesù che “penetra da lontano i nostri pensieri” (Sal 139), che ci conosce nel profondo, ci ama e ci perdona gratuitamente e senza condizioni. Ed è sempre Gesù che dice a noi in quanto coppia, che dal perdono nasce l’amore riconoscente, infatti “quello a cui si perdona poco, ama poco”.

Il per-dono trasforma l’esperienza della divisione in un’occasione di comunione, col per-dono vinciamo il male con il bene. Gesù l’ha già reso possibile per noi. Sapremo coltivare lo stile del perdono vicendevole, nella misura in cui personalmente ci riconosceremo bisognosi di essere salvati, di essere rinnovati nel cuore, perché sia sempre meno di pietra e sempre più capace di amare.

Il dono dello Spirito nel sacramento della Riconciliazione purifica e rigenera il nostro cuore, purifica i nostri desideri e li orienta a cercare una comunione profonda con il coniuge. Così possiamo amare e perdonare perchè ci riconosciamo davanti a Dio peccatori continuamente amati e perdonati da Lui.

Allora non ci sarà spazio per il giudizio senza possibilità di appello, non ci sarà spazio per l’orgoglio e la prevaricazione dell’uno sull’altra. Rimarrà solo l’attesa paziente dei tempi dell’altro.

La storia d’amore degli sposi in Cristo non può essere diversa dalla storia dello Sposo-Gesù che ha amato noi, l’umanità-sua sposa, fino alla fine. Il mondo per poter credere che Dio è Amore, ha bisogno di coppie che si amano così. Anche a noi Gesù dice “la tua fede ha salvato il tuo rapporto di coppia”, ogni volta che ci siamo consegnati a Lui per diventare canali dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito.

 

2) IL PERDONO GUARISCE

 Il perdono rende capaci di amare e di crescere, riconcilia con gli altri, cura lo spirito e il corpo.

Il perdono è sorgente di guarigione, guarisce infatti le ferite provocate dal risentimento, rinnova le persone, i matrimoni, le famiglie, le comunità, la vita sociale.

Il perdono è una necessità: non possiamo fare a meno di perdonare. Se non perdono non posso essere perdonato!

Il perdono è una decisione: non è un sentimento, ma un atto della nostra volontà. Decido di perdonare anche se non me la sento. È la scelta di amare gli altri così come sono.

Il perdono è uno stile di vita.

Il perdono è un processo, cioè una continua crescita verso la libertà interiore: alcune esperienze sono così dolorose da richiedere molto tempo trascorso nel perdono.

Chi dobbiamo perdonare?

A) "Dio"

A volte si prova risentimento verso Dio per le malattie, la morte, le avversità e le disgrazie. Occorre umiliarsi e chiedere perdono a Dio per tutte queste cose che, accusando Dio, causano risentimento e ostacolano la nostra guarigione. Sembra un caso raro, ma sono molte le persone che ritengono - consciamente o no - che Dio sia colpevole delle loro disgrazie.

C) Perdonare se stessi

È impossibile perdonare gli altri, se prima non perdoniamo noi stessi.

Perdonare se stessi significa accettarsi in tutti gli aspetti spirituali, psicologici, fisici e sociali, perciò il senso di colpa non ha più ragione di esistere.

Io perdono mia madre...

La perdono per tutte le volte che non mi ha dato amore, affetto, comprensione, dialogo; per tutte le volte in cui ha avuto dei risentimenti verso di me, per tutte le volte in cui si è arrabbiata con me e mi ha punito.

La perdono per tutte le volte in cui ha preferito a me i miei fratelli e sorelle.

La perdono per tutte le volte che mi ha offeso con parole o atteggiamenti e mi ha chiamato il peggiore dei figli, o quando mi ha rinfacciato quanto le sono costato e quanto ha sofferto per me.

La perdono per quando mi ha detto che io non ero desiderato, che sono nato per errore, o che non ero ciò che lei si aspettava.

La perdono per le sue infedeltà coniugali.

La perdono di cuore di tutto.

Io perdono mio padre...

Lo perdono per tutte le volte che non mi ha dato amore, affetto, attenzione e stima. Lo perdono per tutte le volte che non ha avuto tempo per me, per tutte le volte in cui ha preferito gli amici, il bar, il gioco a me. Lo perdono per la sua abitudine di bere, le sue discussioni e i suoi litigi con la mamma e i miei fratelli.

Lo perdono per tutte le volte che si è arrabbiato con me e mi ha percosso.

Lo perdono per tutte le volte che ha preferito stare fuori casa e per le altre donne che ha avuto.

Lo voglio perdonare perché, con il suo modo di fare, mi ha dato un'idea sbagliata di Dio Padre.

 

Perdono tutti quelli che mi hanno procurato sofferenza

Perdono quelli che mi hanno trascurato e allontanato, quelli che hanno mentito sul mio conto, che mi hanno odiato. Li perdono per aver voluto accaparrarsi l'amore dei genitori, li perdono per tutte le volte che mi hanno picchiato e reso la vita difficile. Li perdono per le ingiustizie nella divisione dell'eredità e per tutti i rancori e i risentimenti che ne sono seguiti. Signore, li perdono di cuore e Ti prego di aiutarli con il Tuo amore.

Signore, io perdono di cuore mio marito / mia moglie...

Per ogni mancanza d'amore, d'attenzione, d'affetto, di considerazione, di rispetto, d'appoggio, di comunicazione. Perdono i suoi sbagli, le sue cadute, le sue debolezze, i suoi tradimenti, le sue azioni, il suo disprezzo per me e le sue parole che mi hanno offeso, umiliato e ferito.

Perdono l'incomprensione, la disarmonia e la strumentalizzazione sessuale.

Lo / La perdono di cuore.

Io perdono di cuore i miei figli

Li perdono per la loro mancanza di amore, di rispetto, di obbedienza, di aiuto, di interesse e di riconoscenza. Li perdono per i malintesi, le discussioni, le liti, le bestemmie, l'immoralità. Perdono le loro scelte sbagliate, i loro vizi, i loro errori e le amicizie negative. Li perdono per aver abbandonato la retta via. Perdono il loro egoismo e la loro chiusura.

Li perdono di tutto cuore e vorrei riempirli del mio amore.

Io perdono mio suocero e mia suocera, mio genero e mia nuora, i cognati e le cognate e gli altri parenti acquisiti.

Li perdono per la loro invadenza, le loro critiche, le loro calunnie. Li perdono per quanto hanno detto, pensato, fatto che mi ha danneggiato e causato sofferenza. Li perdono per quando non mi hanno dato aiuto. Li perdono di cuore.

Voglio perdonare i miei parenti, i nonni, che hanno interferito nella mia famiglia, che sono stati possessivi nei confronti dei miei genitori e sono stati causa di litigi e divisione. Li perdono di cuore.

E voglio perdonare i miei insegnanti e professori

Li perdono per non esser stati dei veri educatori, perché non mi hanno capito e sostenuto, perché non mi hanno valorizzato, perché mi hanno punito, insultato, trattato ingiustamente. Li perdono per quando mi hanno deriso e offeso. Signore, li perdono di cuore di tutto.

Voglio perdonare di cuore i preti, le suore, i pastori e la chiesa, per tutte le mancanze di aiuto, le loro chiusure, per l'incoerenza e gli scandali che mi hanno allontanato dalla fede. Li perdono di cuore.

Perdono i dottori, gli infermieri, gli impiegati che mi hanno offeso in diversi modi. Per tutto ciò che di male mi hanno fatto, io li perdono di cuore.

Perdono tutte le persone che hanno autorità e ne hanno abusato nei miei confronti. Per tutto ciò che di male mi hanno fatto. Voglio perdonare la polizia, i carabinieri, i miei giudici, gli avvocati, le guardie carcerarie, che mi hanno accusato – con accuse vere o false –, deriso, disprezzato, odiato, spersonalizzato. Mi ha fatto così male e ho sofferto così tanto! Voglio perdonarli di cuore. Che abbiano la pace nel loro cuore e si liberino dalle loro colpe.

Voglio perdonare il mio datore di lavoro, il mio superiore, perché non mi paga come dovrebbe, perché non apprezza il mio lavoro, per la sua mancanza di comprensione, per il suo carattere insopportabile, per la mancanza di rispetto, per non aver valorizzato le mie capacità. Lo perdono di cuore.

Voglio perdonare i miei colleghi di lavoro, quelli che mi disprezzano e mi rendono la vita difficile, quelli che mi sovraccaricano di impegni, che mi criticano e mi prendono in giro, che non vogliono collaborare e che si danno da fare per prendere il mio posto. Li perdono di cuore.

Perdono i miei amici, quelli che mi hanno abbandonato, che mi hanno deluso, che non mi aiutano. Perdono coloro ai quali ho prestato denaro che non mi hanno più restituito, perdono quelli che mi hanno criticato. Li perdono di cuore.

Perdono i miei vicini di casa, Signore

Li perdono per la mancanza di rispetto nei miei confronti, per la loro arroganza, per il chiasso e per tutto quello che fanno contro di me. Li perdono.

Desidero in modo particolare poter perdonare la persona che mi ha offeso di più.Ho bisogno di aiuto, da solo non riesco a perdonarla.

Ora voglio chiedere perdono a ognuna di queste persone che ho ricordato, perché nemmeno io le ho sapute sempre amare, capire, perdonare, affermare, aiutare. Chiedo loro perdono di cuore per averle giudicate, criticate, calunniate, per aver rivelato i loro difetti, i loro errori, le loro confidenze. Chiedo perdono per tutte le volte che, in vari modi, io le ho offese, specialmente mia madre, mio padre, mio marito/mia moglie. Voglio dare ad ognuno tutto l'amore che io non ho saputo dare.