VAI  E VIVRAI

di Graziella Lopez

 

Nel 1984 centinaia di migliaia di africani, costretti dalla carestia, abbandonano i rispettivi paesi natali per il Sudan. Tra questi ci sono gli ebrei etiopi, i Falasha, che trovano rifugio in questi campi profughi in attesa di partire per Tel Aviv: gli Israeliani, con l`aiuto degli Americani, porteranno in salvo gli etiopi di origine ebrea. In questo gruppo di etiopi si incontra il destino di due madri: una madre etiope ebrea che ha appena visto morire suo figlio, una madre etiope cristiana che non può portare in salvo il figlio Schlomo perché è non ebreo. Gli sguardi delle due madri si incontrano, la madre cristiana spinge il suo bambino verso la madre ebrea che lo accetta e accoglie l’invito a continuare a svolgere il suo compito di dare la vita.

Il distacco è straziante, il bambino quando parte vede la luna e in seguito ogni volta che la guarderà ricorderà in essa la madre perduta. La madre, pur soffrendo terribilmente, spinge suo figlio a partire e dopo averlo abbracciato, lo deve quasi scacciare per farlo separare da lei. C’è una separazione straziante, il bambino non vuole staccarsi da sua madre e non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo. La madre coglie l’attimo per lasciarlo e salvarlo, se avesse aspettato forse qualche minuto non lo avrebbe potuto più fare. Possiamo riflettere come questo distacco così doloroso  dà però la vita. Schlomo lascia l’affetto sicuro di sua madre, quindi una certezza, per andare incontro all’incognito, però questo gli offrirà molte opportunità e soprattutto la vita. Se pensiamo a noi possiamo dire che spesso la  decisione di staccarsi da un legame, da una parte di noi, la capacità di affrontare il vuoto, una morte, ci dà poi la possibilità di trasformare la nostra vita. Al contrario, l’impossibilità di operare separazioni può portarci al persistere in una simbiosi mortifera che ci riempie di dolore e rabbia.

 

Da quel momento la storia di Schlomo è quella di un bambino sconvolto e annientato dal dolore per la perdita di quello che c’è più caro al mondo: la mamma. Un bambino solo, sradicato da sua madre, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua terra, dalla sua patria. Che cosa può fare un bambino solo e abbandonato in un paese straniero di cui non conosce neppure la lingua? Viene messo in un collegio, ma qui non si integra, si dispera, è arrabbiato, non mangia, si picchia con i compagni, si ammala, rifiuta la vita. Non è in grado di elaborare "il lutto": è un bambino che sicuramente sente a livello profondo il grande dono che la mamma gli ha fatto, ma questo non vuol dire che lo accetti e che non soffra terribilmente. E’ la cosa più difficile per l’essere umano quella di dare un senso alla sofferenza, al dolore, alla morte. Ma ogni essere umano vivente sa che prima o poi dovrà affrontare tutto ciò.

 

Vi parlerò ora di Victor Frankl,  uno psichiatra e uno psicoterapeuta austriaco che si è interessato durante  tutta la sua vita del senso e del significato della vita stessa. Poiché era  ebreo, è stato internato per 4 anni in  un campo di concentramento nazista, ha visto e sperimentato sulla propria pelle situazioni in cui non c’era più niente  di  umano. Proprio questa esperienza lo ha portato a studiare e ricercare il senso e il significato nelle situazioni di sofferenza e di dolore. Egli dice che l’uomo  può dare un senso anche alla sofferenza, se non altro nel prendere distanza da quello che gli sta succedendo, nel non farsi”prendere” e nel cercare di reagire con le sue parti migliori. L’uomo può cercare di non soccombere al dolore.

 

Mi sono riferita anche alle intuizioni ed elaborazioni profonde di Antonio Mercurio, che ugualmente ha affrontato il problema del dolore e della sofferenza. A. Mercurio dice che oltre a non farci travolgere dalla sofferenza, essa può essere da noi utilizzata per crescere, per maturare e per trasformarci, addirittura per creare, perché dentro la sofferenza c’è una grande energia, solo che ad essa noi non pensiamo mai. Come l’artista trasforma materiali poverissimi  e ne fa un’opera d’arte così noi possiamo utilizzare i nostri traumi, le nostre ferite, i nostri dolori per creare, possiamo attingere dalla sofferenza per trasformare la nostra vita. Se noi riusciamo a capire questo possiamo chiedere aiuto ed essere aiutati in questo compito difficile. Dobbiamo fare la sintesi tra l’annientamento del dolore, la capacità di reagire ad esso e la capacità di poter comunque sempre esprimere la nostra creatività. Non  dobbiamo mai dimenticare l'amore per noi stessi e per la vita e non dobbiamo smettere un istante di sperare.

 

Quando la vita ci mette in una situazione di sofferenza e di dolore possiamo "farci prendere" da quella situazione, stabilendo una simbiosi con il dolore e decidere di fare le vittime, oppure possiamo attraversare "l'inferno" attingendo alla parte più positiva di noi. Porsi come vittime significa sciupare tutte le migliori energie nel coltivare un piacere malsano che ci imprigiona in una gabbia di dolore e di rabbia e che  può generare solo impotenza e progetti vendicativi. Quelle  stesse energie che potrebbero servire per reagire in modo positivo vengono sperperate per covare progetti di odio e di vendetta.

 

Torniamo al nostro piccolo Schlomo. Egli verrà adottato da una famiglia israeliana e in questa nuova situazione coglierà un’altra opportunità che la vita gli offre: deciderà di aprirsi e farsi aiutare. Questo è un passaggio epocale per Schlomo. Considerare il dolore come possibile sorgente di “creazione” può rivoluzionare la nostra esistenza. Non dobbiamo mai smettere di avere fiducia in noi e nella vita perché la vita stessa poi ci viene in aiuto.

 

Con L. Hay, un’antropologa americana, possiamo dire che se noi nutriamo pensieri positivi e ci poniamo di fronte alla vita in modo positivo anche tutta l’energia dell’universo ci sosterrà. Al contrario, se nutriremo pensieri negativi anche le energie dell’universo  sosterranno il nostro progetto negativo.

 

Schlomo cresce con la paura che qualcuno scopra il suo segreto e le sue menzogne: né ebreo, né orfano, solo nero.  La sua condizione profonda è la solitudine: la solitudine che gli viene  sia dall’essere stato abbandonato, per quanto in uno slancio d’amore, che dall’emarginazione data dal contesto sociale e religioso. Si vive la contraddizione profonda di voler essere accettato da questo nuovo paese, Israele, e nello stesso tempo di non voler rinnegare il suo paese di origine, l’Africa, che è fonte di sicurezza e di identità, perché lì ci sono le sue origini.

 

Ad aiutarlo, oltre all’amore della madre adottiva, sono due figure paterne tra loro complementari. Uno, Papy, è stato tra i primi a venire in Palestina, subito dopo la guerra. E ora, con tranquilla e coraggiosa saggezza dice a Schlomo che «la terra va spartita», e certo intende condivisa, non lacerata né contesa con la forza. L’altro, Qès Amrah, etiope e rabbino, gli insegna a essere se stesso, prima ancora che falasha o cristiano.  Schlomo ha così una figura paterna che gli insegna quali sono le cose giuste tra gli esserei umani ed una figua paterna che gli fa conoscere le cose dello spirito.

 

Schlomo è diventato ebreo, israeliano, francese, tunisino, ma non ha dimenticato mai la vera madre rimasta in Sudan, che segretamente e ostinatamente sogna di potere ritrovare. Quando sarà grande tornerà  in Africa, per cercarla ed incontrarla.

 

Schlomo ha fatto la sintesi tra le sue parti  negative che sono la separazione, l’abbandono, la rabbia, l’emarginazione, il dubbio, il dolore, il rifiuto ecc. con le sue parti positive: la capacità di reagire, di chiedere aiuto, di accettare un’altra madre, di studiare, di cercare degli amici, una ragazza, di lottare per i più deboli ecc.

 

Come la storia di Schlomo  anche la nostra, in tutti i suoi aspetti sia belli che brutti è una ricchezza ed è  l’unico materiale che abbiamo per trasformarci. Dobbiamo utilizzare quello che noi siamo, sia le parti positive sia le parti negative, sia le parti oscure, sia le parti di luce. Come l’artista che riesce a trasformare anche i materiali più poveri e ne fa un’opera d’arte così  noi possiamo utilizzare i nostri dolori, i nostri traumi, le nostre ferite, le nostre depressioni, i nostri lutti, la nostra rabbia, il nostro rancore, la nostra vendetta e così via. Possiamo fare la fusione, la sintesi tra queste parti negative e le parti positive come la capacità di amare, di perdonare, di creare armonia, di condividere, di superare le difficoltà. Le une non possono esistere senza le altre, ovvero dobbiamo acquisire la capacità di prendere dal negativo e dal positivo il meglio per poterci trasformare. Questo è materiale prezioso per trasformare la nostra vita “in un’opera d’arte”.

 

Il titolo originale del film dice: “Va, vis et deviens” (Vai, Vivi e Diventa).

Vai è la separazione che la madre ha voluto con tutte le sue forze

Vivi è il destino esistenziale del figlio, ciò per cui la madre l’ha generato

Diventa è la realizzazione del proprio progetto esistenziale.

 

Schlomo torna perché vuole incontrare colei che gli ha fatto il dono della Vita, vuole incontrare colei che l’ha generato perché lui realizzasse se stesso ed il suo destino, quello di divenire uomo.