IL PERDONO

NOTA:

 

-Il seguente materiale, come anche altrove nel sito, e’ stato preso variamente da internet.

 

-Non vi sono riferimenti ai relativi siti di origine perche’ non ne era prevista la pubblicazione quando il materiale e’ stato scaricato. Ce ne scusiamo con gli autori.

 
-Scopo di questa pubblicazione è soltanto quella di fornire prezioso materiale di riflessione – ognuno prenda quello che ritiene utile per se’ e provi a non  disprezzare quanto non condiviso.

 

PERDONARSI E PERDONARE non è facile, soprattutto per coloro che vedono nell'altro un nemico da combattere, divenendo così giudici inesorabili, oppure, per coloro che assecondano i comportamenti altrui solo perché proiettano su di loro ciò che hanno subito personalmente. Tali comportamenti possono ripetersi all'infinito, generando continuamente sentimenti quali "colpa" e "vergogna", in cui "vittima" e "carnefice" si alternano nel gioco delle parti. Come trovare un'alternativa ? Accettando prima di tutto stessi e poi gli altri. Il ruolo del carnefice può esistere solo se c'è una vittima : se la vittima continua ad alimentare il suo bisogno di espiazione attraverso la sofferenza, il carnefice continuerà ad abusare di lei ed entrambi i personaggi si alimentano a vicenda ripetendo il copione quotidiano senza via d'uscita. Una delle possibilità per porre fine a questo ciclo perverso è quello di cominciare a perdonarsi e perdonare. Perdonarsi di essere caduti nella vergogna, nei sensi di colpa, di aver fallito Perdonarsi di essersi ingannati, di aver perso del tempo, della mancanza di consapevolezza, della sofferenza.

Perdonarsi di aver dimenticato il proprio potere, di averlo dato a qualcun altro, perdonarsi di aver giudicato le vite altrui, di aver scelto di essere una vittima. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di ricondurre noi stessi ad una posizione di potere, in cui si diviene artefici delle proprie scelte e della propria vita. Attraverso l'accettazione di sé , è possibile aprire uno spazio infinito, dove la consapevolezza delle proprie risorse e del proprio mondo interiore si esprimono liberamente, creando in questo modo anche un fertile terreno per gli altri che finalmente possono essere accettati per quello che sono !

 

 

Odio e Perdono sono gli elementi su cui si gioca il cammino dell'Individuazione autentica di Sè.
Parlare di perdono, significa parlare di odio. Veniamo al mondo spesso con addosso un progetto di vita che non ci appartiene.

Anche nella più totale buona fede, già alla nascita dobbiamo indossare l’abito che i nostri genitori hanno confezionato per noi.

Un genitore in dolce attesa può – in buona fede – sperare che il futuro figlio o figlia potrà aiutarlo a rivalutare la propria immagine all’interno della famiglia di origine; un altro genitore può invece immaginare che il figlio sarà una rivincita contro tutti quelli che hanno sempre pensato che era un buono a nulla; qualche altro genitore invece può immaginare che il futuro figlio sarà il bastone per la sua vecchiaia, mentre un altro spera che il figlio riuscirà a completare i progetti che lui/lei non è riuscito a compiere, qualcuno pensa che nascerà finalmente la femmina che tanto desiderava, e qualcun altro spera che sarà un maschietto per portarlo al tennis o farlo diventare un boy-scout come il papà….

Insomma, per farla breve, quando un bambino nasce – lo voglia o no - ha già pronta un’identità che non gli appartiene e un progetto bell’è fatto apposta per lui. Non necessariamente qualcuno lo farà con dolo o in malafede eppure – implicitamente (o “inconsciamente”, come dicono i bravi psicoterapeuti) – sarà indirizzato e premiato ogni volta che le sue azioni vanno in direzione del “progetto” pensato per lui, e sarà certamente NON incoraggiato – se non a volta addirittura punito - ogni volta che le sue azioni saranno divergenti dal progetto genitoriale.

Pensate che questo sia raro? Pensate che ciò accada solo in poche famiglie, magari piccolo-borghesi o povere o disagiate o peggio disturbate?

Niente affatto: accade in tutte le famiglie! Chi più, chi meno: la progettazione di un figlio è una fase naturale del processo che un adulto compie per maturare ed elaborare il passaggio dall’essere “figlio”, all’essere “genitore” lui stesso. Il problema è che nel corso di questo processo di “genitorialità”, l’adulto – spesso in buona fede - cuce addosso al futuro figlio tutta una serie di propri bisogni non soddisfatti, di vuoti esistenziali, di paure, di proprie rabbie non elaborate, di odii trans-generazionali non risolti, di vendette personali e di aspettative che non è lecito addossare al nascituro.

Ecco perché non appena viene al mondo, nel profondo il bambino già comincia a covare una rabbia sorda e profonda. E’ la rabbia per i condizionamenti esterni: una violenza che spesso non riesce ad avere voce, non riesce a manifestarsi, ad essere dichiarata, gridata, denunciata davanti a tutti: è la violenza di dover assumere obbligatoriamente – pena la perdita dell’amore genitoriale – un ruolo, una funzione, una veste ed un progetto che non gli appartengono.

Spesso questa rabbia può rimanere taciuta ed invisibile per diversi decenni, per poi esplodere con enormi sensi di colpa ed enormi difficoltà. Pensiamo per un momento alla difficoltà di esprimere la rabbia per una violenza così profonda: prima di tutto la cultura dominante impone all’adulto un rispetto verso i genitori, un atteggiamento socialmente accettabile e una gratitudine se non quando religiosa, certamente devota.

E prima? Quando era ancora bambino? Peggio! Il bambino non ha nessuna scelta: esprimere anche velatamente la rabbia significa perdere immediatamente l’amore dei genitori, significa non sopravvivere, significa – come minimo – cominciare un pellegrinaggio presso Neuropsichiatri che devono diagnosticare – nel migliore dei casi – un disturbo psicosomatico, una personalità iper-attiva, una instabilità psico-motoria, ecc.

Ecco allora che la rabbia cova per mesi, per anni, per decenni e decenni: fin quando l’adulto deve irrimediabilmente cominciare a fare i conti con quello che facilmente è diventato un vortice di odio represso e rimosso, spesso completamente ignorato dall’Io cosciente, il quale magari si è socialmente adattato. Adattato? Ma come? Cosa né è stato del progetto autentico di quel bambino? Quanto sarà profonda la scissione tra l’Io adattato e il Sé autentico che non è potuto emergere? Cosa c’è in mezzo a questa scissione?

C’è l’odio rimosso. Odio per l’incapacità affettiva dei genitori, per i loro errori in buon fede (o talvolta anche in malafede) ma che hanno rappresentato una violenza profonda verso un Io non ancora consolidato e incapace di elaborare una strategia di difesa. Ma soprattutto odio verso se stessi. Odio verso la propria incapacità di respingere e far fronte alle ingiuste richieste del genitore, per la propria incapacità di saper distinguere tra le richieste legittime e quelle illegittime, tra le giuste e le ingiuste, odio per la propria codardia, per la propria incapacità di resistere alla seduzione di un amore strumentale e manipolatorio, odio verso se stessi per non essersi rispettati profondamente, odio verso se stessi per non essere stati fedeli a se stessi ad ogni costo.

Ognuno di questi “odii” rappresenta un macigno granitico lungo il cammino verso la felicità: un ostacolo molto spesso assolutamente nascosto e totalmente ignorato dall’adulto che – inconsapevole – si domanda il motivo di tanta infelicità, di tanta incomprensibilità verso gli eventi dolorosi della propria vita.

Ecco allora che tutti prima o poi, devono fare i conti certamente con un genitore – ahinoi! - umanamente imperfetto, ma soprattutto devono fare i conti con la propria terribile complicità, con il proprio consenso implicito, con l’essersi “svenduti” ad un amore che veniva concesso solo al costo di rinunciare alla propria individualità, alla propria autenticità, al proprio progetto esistenziale profondo, al proprio percorso, alla ricerca del proprio cammino…
Ecco qual è il perdono che spesso l’adulto non riesce a concedere: non tanto il perdono verso le umane imperfezioni del proprio genitore, ma soprattutto non riesce a perdonare se stesso.

Pensate che sia semplice? Pensate che sia automatico? Istintivo? Niente affatto. E’ un processo lento e spesso difficile. L’odio rimosso, volutamente represso nell’oblio più profondo non ne vuole sapere di emergere, non ne vuole sapere di sciogliersi alla luce della verità, non ne vuole sapere di liquefarsi e disgregarsi: cosa lo tiene ancorato e compatto giù nel profondo? La decisione! La decisione dell’individuo di odiarsi per la propria imperfezione: la decisione di un orgoglio incapace di vedere al di là del proprio dolore e del proprio ideale di perfezione irrealistico.

Qual è allora il ruolo del perdono?
Il perdono è uno dei passaggi più difficili ed ardui lungo il cammino verso la propria serenità, verso la propria realizzazione. Perdonare non è facile: ancora meno facile è perdonarsi. Eppure il perdono è l’unica medicina che scioglie il granito dell’odio, è una decisione profonda che comporta determinazione, fermezza e risolutezza, che va scelta e ri-scelta molte volte nel corso della vita, soprattutto nei momenti difficili e dolorosi. Il perdono è una scintilla che porta finalmente luce in quei luoghi profondi dell’animo dove la luce sembra non essere mai giunta: è l’onda del mare che pazientemente discioglie anche i macigni più duri e ostinati. Perdonarsi significa potersi finalmente concedere quella carezza morbida che mai prima di allora era stata concessa.

Il ruolo del perdono è quindi uno dei cambiamenti più profondi che l’individuo affronta nel corso della propria vita e un evento fondamentale lungo il cammino dell’individuazione e dell’affermazione autentica di Sé.

 

Vorrei che riflettiamo TUTTI su quanto segue:
L'arte di chiedere scusa
Domandare il perdono del partner è un passo difficilissimo ma indispensabile per salvare il rapporto. Ecco qualche dritta
Lo sanno le donne e lo sanno gli uomini, quella di fare la pace è un'arte: l'arte sottile di farsi perdonare, di farsi capire e soprattutto di riconquistare il partner per l'ennesima volta, come se fosse la prima. Fare la pace è un gioco proprio come quello della seduzione, ma come tutti i giochi ha delle regole, dei trucchi e dei tempi che è bene conoscere.

La regola più importante, quella universale, è di non sentirsi mai perdenti quando si chiede scusa. Chiedere perdono non è sinonimo di debolezza ma di controllo e di forza, vuol dire tornare subito dalla parte della ragione, spiazzando il partner che si trova così costretto ad ascoltare. Ammettere i propri errori è anche un gesto liberatorio: aiuta a portare all'esterno le emozioni senza reprimerle e a viverle più intensamente.

Farsi perdonare diventa perciò una grande espressione di coraggio, perché significa mostrarsi all'altro con le proprie debolezze, esporsi senza timori; è una mossa audace che a volte è sufficiente per accattivarsi la simpatia e la stima temporaneamente perdute. Ma questo non basta di certo in tutte le occasioni.

Capita spesso che dopo un litigio ci si trovi distanti, di poche parole, se non ostinatamente muti. In questo caso è fondamentale rompere il silenzio, penetrare la barriera che vi separa usando le parole giuste per riprendere la comunicazione; una frase teneramente spiritosa è l'ideale per dichiarare in modo sottile e affascinante il desiderio di mettere da parte le ragioni del conflitto.

Un altro importante accorgimento, valido in tutte le tattiche amorose, è quello di indovinare il tempo giusto in cui entrare in azione. Una riconciliazione troppo affrettata, tentata quando la rabbia non è ancora cessata o quando gli animi non sono ancora sereni, rischierebbe di sfociare in un altro litigio aggravando così la situazione e rischiando di esasperare il partner che in questo modo perderà interesse a voi. D'altra parte un'attesa troppo lunga, fatta di silenzio e noncuranza può far accrescere troppo le distanze o addirittura essere scambiata per arroganza.

È la sensibilità individuale a dirci quanto dovremo aspettare: può bastare un'ora, ma potrebbe anche volerci una settimana; l'importante è essere sicuri che in noi e nel partner si sia rinnovato il desiderio di stare insieme. Infine è importante ricordare di dare la giusta importanza a quello che è successo: confrontarsi vuol dire conoscersi, crescere insieme e anche imparare dall'altro.
Sono stato lungo?
Grazie per la pazienza...

 

IL TORTUOSO SENTIERO “TRA VENDETTA E PERDONO” (Minow, 1999), tra scontri a somma zero e collaborazioni a somma non-zero (Axelrod, 1984), può essere lastricato di buone intenzioni ma è in realtà pieno di innumerevoli ostacoli. Per cominciare, tale processo di trasformazione è lento e frustrante, un ritmo che può scontrarsi con le pressanti speranze e necessità delle parti coinvolte, accrescendo così lo scambio di accuse di cattiva volontà nei confronti dell’altra parte e il fallimento del processo. Nei fatti, studi sul tempo reale stimato della ripresa socioeconomica successiva ad una guerra, indicano che questa “solitamente richiede minimo due decadi di intenso sforzo” (Kreimer et al., 2000, p.67).
In secondo luogo, mentre la minaccia di un rinnovato conflitto può essere più o meno presente in momenti differenti, il suo progresso è fortemente instabile. L’evoluzione di un conflitto è estremamente sensibile, se non dipendente, da variabili provenienti da fonti molteplici. Queste possono essere relazionali – originate dai cambiamenti nella “spirale delle prospettive reciproche” (Laing, Phillipson and Lee, 1966) delle parti, nei termini della percezione che ciascuno ha dell’altro, percezione dell’altrui percezione di queste, eccetera. Possono essere variabili derivate da fenomeni contestuali – fattori sopra- o extra-relazionali, siano essi “atti divini”, come un periodo di siccità nella regione, o il fallimento economico di un potenziale alleato (o, in una coppia in conflitto, la malattia di uno dei figli)1. Possono dipendere da vicissitudini interne alle parti, come il bisogno di un dato governo di galvanizzare l’opinione pubblica in modo da distrarre la popolazione dalle incongruenze interne – ne è un esempio il progetto “out-of-the-blue” della sfortunata guerra della Falkland nel 1982, ad opera della giunta militare al potere in Argentina, quando la loro popolarità era in declino, mentre l’economia del paese andava in pezzi. Terzo, la complessa natura dei sistemi umani e politici ci assicura che ci saranno alcune aree o settori specifici in cui il cambiamento, l’evoluzione e il progresso sono più praticabili che in altri, con maggiori o minori possibilità di passare da attività conflittuali ad attività basate sulla collaborazione. Ad esempio, paesi confinanti in conflitto possono essere ciò nonostante capaci di sviluppare una minima cooperazione nelle attività agricole ma non nel settore industriale (e una coppia in conflitto può essere capace di conversare in maniera civile durante la cena ma non di coinvolgersi in un tenero incontro sessuale…o viceversa).

Dallo scontro all’integrazione: una sequenza di stadi
Una quarta, forse meno discussa se non riconosciuta, variabile è che il cammino dal conflitto aperto alla collaborazione costruttiva, piuttosto che costituire un tranquillo continuum, è caratterizzato da un insieme di distinti passi intermedi, o stadi, o stazioni. Questi stadi costituiscono una progressione o sequenza evolutiva (sebbene, come menzionato precedentemente, in ogni momento, in qualsiasi scenario complesso, ci possano essere espressioni di stadi differenti). Ogni stadio descrive – o è caratteristico di – uno specifico periodo di una data relazione entro il processo, e quindi misura l’andamento del processo di cambiamento. Dovrebbe anche essere sottolineato che molti di quelli che nella sequenza evolutiva costituiscono passi intermedi, possono divenire, comunque, un traguardo auspicabile entro il processo, e perfino il termine del percorso.
I tratti specifici che caratterizzano ciascuna di queste configurazioni sono, naturalmente, dipendenti da come si considera la natura della relazione (stiamo parlando di coppie maritali in conflitto, di vertenze sulla gestione del lavoro, di escalation inter-etnica, di due paesi in guerra?). Dipendono anche dalla natura del conflitto (riguarda responsabilità reciproche, il controllo del territorio, salvare la faccia, questioni finanziarie?), così come dalle innumerevoli variabili contestuali, siano esse culturali o circostanziali.
Quando analizziamo le difficoltà di questo percorso, la transizione tra due qualunque di questi passi appare talvolta disgiunta e talvolta tormentosamente complessa. Un acuto esempio di questa asserzione può essere rinvenuto nell’accurato resoconto, fatto dall’interno, dell’irlandese”Good Friday Agreement”, che George Mitchell ha contribuito a definire (Mitchell, 1999).
Inoltre, due passi avanti sono talvolta seguiti da uno – o più – passi indietro. Comunque, il semplice fatto che la progressione verso la collaborazione costruttiva abbia luogo un passo alla volta e con un ordine o sequenza prevedibile, indica che siamo in presenza di un processo normativo.
Questa presentazione mira a specificare la sequenza di passi distinti, o posizioni, che caratterizzano il lungo cammino da un estremo, il conflitto aperto, all’altro, la piena integrazione, e ad esplorare alcuni dei tratti più salienti di ciascuno di questi stadi. Mentre ognuno di questi stadi è stato abbondantemente descritto fino al punto di divenire conoscenza comune, quello che viene qui proposto come lente è un modello evolutivo che, in virtù della sua natura sequenziale, possa costituire la cornice per il progetto di interventi e processi valutativi. Può inoltre costituire la cornice per comprendere i fallimenti nei processi di riconciliazione: aggirare alcuni di questi passi, nella pianificazione e realizzazione dei processi di pacificazione e riconciliazione, può diminuire la probabilità di successo.
Segue la sequenza di stadi:

  1. Conflitto: questo stato implica un coinvolgimento attivo in ostilità tese a danneggiare la vita, le possibilità di sussistenza o il benessere dell’altra parte. Ogni parte presume e attribuisce intenti cattivi a qualsiasi azione dell’altra. I principi base per stabilire o mantenere un dialogo sono infranti, e la comunicazione è talvolta realizzata in maniera incerta, tramite i buoni uffici di una terza parte “neutrale”. La narrazione che domina e si ancora a questo stadio – che domina i discorsi di ciascuna parte, così come i loro portavoce o i media che controllano – può essere riassunta nell’affermazione che “L’ostilità è l’unica strada”. I correlati emozionali che dominano i partecipanti sono: esaltazione – il potenziamento dello scontro -, disprezzo – una percezione denigratoria dell’altro contendente -, e ostilità. Le regole della partecipazione a questo stadio sono precisamente quelle di un gioco a somma-zero: “La tua perdita è il mio guadagno”.
  2. Coesistenza: sebbene le parti coesistano senza atti aperti di violenza – talvolta fianco a fianco come due paesi confinanti, o famiglie vicine, in una disputa violenta, talvolta a distanza, come una coppia in cui la donna si ripara in un rifugio, in seguito ad un abuso fisico da parte del marito - questo stadio rimane dominato da comportamenti che denotano una presunzione di cattive intenzioni per ogni azione dell’altro. Un esempio recente di tale presunzione riferita all’azione è rappresentato dalle fasi di escalation e de-escalation dell’allarmante scontro tra India e Pakistan per la contesa sul territorio del Kashmir nel giugno 2002, durante il quale si esprimeva l’interpretazione negativa e l’aperta sfiducia circa ciò che altrimenti poteva essere visto come un gesto di conciliazione manifestato da entrambe le parti. La messa in atto dell’ostilità è solo ridotta dalla presenza di una “zona neutrale”, vera o virtuale, fortemente messa sotto pressione, pattugliata o controllata da una potente parte indipendente (come la diplomazia del bastone e della carota messa in atto dagli Stati Uniti per ridurre il rischio di conflagrazione tra India e Pakistan nel 2002, o gli attuali contingenti delle Nazioni Unite a Timor Est o in Kossovo, o un’attiva separazione fisica o la presenza di un terzo membro familiare nel caso di conflitto maritale potenzialmente violento; ciascuno di questi è un esempio di funzioni di mantenimento di pace (Ury, 1999). La narrazione dominante in questo stadio sono le variazione del motto “Noi siamo pronti ad atti ostili, qualora fossero richiesti”. Le emozioni dominanti che sostengono e sono sostenute da questo stadio sono il risentimento – un risentimento caratterizzato dalla ruminazione ripetitiva di vittimizzazioni passate e di vecchi e nuovi rancori -, rabbia – mantenuta viva da quelle ruminazioni e, in uno scenario appropriato, dai media -, e la sfiducia nell’altra parte. Le regole dello scontro tra le parti continuano a seguire i principi di un gioco a somma-zero.
  3. Collaborazione: sebbene permanga come sfondo la presunzione di intenzioni negative, lo scenario cambia quando hanno inizio alcune azioni in comune, alcune collaborazioni come la coltivazione condivisa di territori di frontiera confinanti, o la ricostruzione di un ponte, o il ristabilire una strada lungo una linea di frontiera, o anche la condivisione di un fiume, quando donne provenienti dalle due parti lavano i panni, ciascun gruppo usando il margine opposto. La presenza esterna e regolatrice della terza parte diventa meno visibile, e il suo ruolo può divenire quello di testimoniare o verificare il processo, e occasionalmente comportarsi come un governatore cibernetico, per ridurre le deviazioni dai parametri dell’accordo esistente. Il proclama di avvertimento che sottolinea la narrazione che domina questo stadio recita: “L’ostilità è una possibilità cui ricorrere”, e un’ambivalenza più tranquilla comincia a ridurre le nuvole della sfiducia quale emozione dominante. Alcune regole caratteristiche dei giochi a somma-non-zero, possono iniziare ad essere osservate nel processo tra le parti – questo è lo stadio in cui il primo sentore di una società civile (ri) appare.
  4. Cooperazione: lo sviluppo di alcune pianificazioni di attività comuni (co-operazione), come il progetto di una diga per facilitare l’irrigazione in entrambi i territori, è accompagnato dal passaggio dall’assunzione dominante verso l’attribuzione di intenti neutrali all’altro (“Loro possono non essere nostri amici, ma non si comportano come nostri nemici. Anche se fanno i loro interessi, questi interessi coincidono con i nostri”). La presenza di una barriera esterna non è più necessaria, e quelle forze vengono avvertite come un ricordo quasi imbarazzante delle passate ostilità – in questo stadio agenzie di soccorso e emergenza, come UNHCR e WFP, completano il loro ritiro dal campo, venendo rimpiazzate dall’auto-aiuto. Infatti il motto soggiacente la narrazione in questo stadio sembra evolvere verso “L’ostilità potrebbe essere uno svantaggio maggiore… per entrambi. La pace è desiderabile”. Il campo relazionale muove verso l’adozione di regole a somma-non-zero di associazione, e le emozioni dominanti sembrano passare dall’ambivalenza alla possibilità di una cauta empatia.
  5. Interdipendenza: in questo stadio la materializzazione di obiettivi comuni oscura i sospetti residui di cattive intenzioni, le parti prendono parte a progetti comuni e azioni mirate al bene collettivo. La narrazione dominante rivela un consenso: “Noi abbiamo bisogno gli uni degli altri. L’ostilità sarebbe certamente assurda”, e la natura costruttiva della relazione è attentamente mantenuta e segnalata una e più volte, in una attiva manifestazione di rituali di ricordo a somma-non-zero. Le emozioni dominanti possono includere l’accettazione del passato e anche il perdono dei precedenti misfatti, con cauta fiducia e aperto attaccamento.
  6. Piena integrazione: in questo stadio finale dello spettro tutte le azioni relazionali si basano su di una implicita assunzione di buone intenzioni attribuite ad ogni azione dell’altro, come su di un attivo coinvolgimento nella pianificazione e attività verso il bene comune (piena somma non zero). Inoltre ci sono strategie/sistemi di gestione del conflitto costruite entro l’infrastruttura relazionale, così che quando sorge un problema, e succede, può essere riformulato, attribuendo intenzioni positive all’altro. In più, ognuno supporta la crescita dell’altro. La narrazione è ispirata al proclama: “Noi siamo uno. L’ostilità non sarà più presa in considerazione”. Le emozioni dominanti sono quelle di solidarietà, fiducia amichevole, e forse amore. Raggiungere questo passo – cosa che capita saltuariamente nelle relazioni interpersonali e ancor più raramente nei sistemi più grandi – comporta un cambiamento di second’ordine (a livello qualitativo) nella relazione.

Come abbiamo già detto, questa sequenza di stadi è proposta come NORMATIVA, e cioè, si può prevedere che la maggior parte delle relazioni conflittuali passi attraverso queste configurazioni. Il processo può rimanere fermo a qualunque stadio, così come peggiorare verso stadi più conflittuali se non viene spinto nella direzione opposta dalle circostanze, migliori interessi, o da chi lo guida. Parimenti importante, esso è SEQUENZIALE, e cioè questi stadi tendono a non essere saltati, ma uno segue l’altro, ed ognuno contiene esperienze che, una volta consolidate, costituiscono le basi del successivo. Ad ogni modo, la “scalata“da uno stadio evolutivo al successivo è dura; il calo è frequente e può portare a cadere all’indietro verso lo stadio precedente. In aggiunta, la ricompensa evolutiva per gli sforzi attivi fatti per il raggiungimento della “cima “appare – come in una qualsiasi scalata di montagna durante l’ascesa – molto lontana. E - cosa che è più scoraggiante per molti partecipanti - non è possibile avere una vista di ampia portata finché non si sono raggiunte le vicinanze della sommità finale.

STADIO

NARRAZIONE

EMOZIONE

Conflitto

“L’ostilità è l’unica strada”

Disprezzo, ostilità, esaltazione

Coesistenza

“Siamo pronti ad atti ostili, qualora fossero richiesti

Risentimento, rabbia

Collaborazione

“L’ostilità è una possibilità cui ricorrere

Ambivalenza

Cooperazione

“L’ostilità potrebbe essere uno svantaggio maggiore

Cauta empatia

Interdipendenza

“Abbiamo bisogno gli uni degli altri”

Accettazione del passato, cauta fiducia

Integrazione

“Noi siamo uno”

Solidarietà, fiducia amichevole



Gli stadi come eigen-valori (autovalori)
È stato detto e dettagliato sopra che ciascuno stadio presenta dei tratti distintivi. Un’altra cosa che è importante sottolineare è che ognuno ha la sua propria inerzia. Più nello specifico, i sistemi complessi non evolvono in maniera lineare, ma per stadi, alternando cambiamenti qualitativi con stadi instabili-ma-stabili (ciò che von Foerster, nel 1976, chiamò eigen valori di un sistema), con processi complessi che tendono a mantenere il sistema operante entro specifiche soglie. Ad ogni modo, nessun sistema instabile-ma-stabile rimane indefinitamente in un dato stadio. Infatti, la natura instabile di qualunque processo complesso può portare a lungo termine ad aumentare le oscillazioni (quantitative), che possono oltrepassare le soglie stabilite. Quando questo accade – in accordo con la nozione di “punti di rovesciamento” di Gladwell (2000) – l’intero sistema passa ad un nuovo, qualitativamente differente, livello di equilibrio, un nuovo eigen-valore, in cui di nuovo il sistema si fonde…fino a nuove oscillazioni che di nuovo lo destabilizzeranno. Questo processo evolutivo di fluttuazioni che, ad un dato momento oltrepassano una soglia, oltre la quale nuovi livelli di base – nuovo valori, nuove regole del gioco – vengono stabiliti, è stato descritto come caratteristico di tutti i sistemi complessi in equilibrio instabile2.

Il valore del comprendere questi processi dal conflitto aperto alla riconciliazione in una prospettiva sistemica – e seguendo un’ottica di stadi instabili-stabili - sta nella possibilità di assumere che i cambiamenti qualitativi avvengano seguendo i processi instabili di un dato stadio. Inoltre, le basi dello stadio successivo possono essere poste a qualunque stadio, ma non possono essere imposte, poiché i sistemi complessi seguono queste dinamiche quantitative-qualitative. Allo stesso tempo, variabili contestuali casuali (nel senso di non prevedibili) introducono molteplici perturbazioni che incidono sui futuri processi/azioni del sistema, riducendo la precisione dei tempi con cui questi cambiamenti evolutivi si susseguono.

Confronto ed integrazione come attrattori.
Ogni estremo della sequenza proposta funziona un “potente attrattore” – i processi vicini alla loro sfera di influenza tendono ad essere tirati nella loro direzione. E, come abbiamo detto precedentemente, mentre gli stadi intermedi possono acquistare stabilità tramite pratiche regolari, questi sono comparativamente instabili. In aggiunta, la scalata verso l’interdipendenza è consumata dal tempo, e il processo è spesso vissuto dalle parti come estremamente lento e poco gratificante, diversamente dagli spostamenti verso il conflitto, che sono potenzialmente più veloci e perciò allettanti nella loro immediata gratificazione. Da ciò il pericolo di un breve giro verso il processo evolutivo e il ragionevole rischio del temuto “pendio scivoloso “.
Ad un estremo dello spettro, i fumi del conflitto hanno un effetto intossicante (“Amo l’odore del napalm al mattino. Profuma di…vittoria!”3). “La forza fa la ragione” e “La guerra è contagiosa” (Ury, 1999). Infatti, all’inizio, il conflitto
• Riafferma il Sé (“loro ci vedono, quindi esistiamo”)
• Espande il Sé (genera un senso di potenza e di legittimità)
• Crea affiliazione (promuove un senso di fratellanza: “Il fascio”)
• Da senso alla vita (crea una storia di ottimismo e protagonismo)
• Crea speranze (apre futuri alternativi)
• Promuove gli affari (genera microeconomie, mercato nero, baratto, ricostruzioni)
Tuttavia, a lungo andare, se persistente, ha effetti tossici (“L’orrore! L’orrore!”4), poiché esaurisce le risorse e promuove la disperazione, un’esperienza che annulla il processo precedente. Come osserva Mitchell (1999, p. XII), riferendosi all’opinione pubblica irlandese dopo anni di conflitto protratto, “Le persone desiderano fortemente la pace. Sono stanche della guerra, ne hanno abbastanza di ansia e paura. Continuano ad avere delle differenze, ma vogliono accordarsi attraverso un dialogo democratico “.
In alternativa, il polo dell’integrazione attrae in quanto migliora:
• prevedibilità e prospettive (la pianificazione può essere fatta con un qualche grado di certezza)
• civiltà (le regole delle relazioni interpersonali e istituzionali sono garantite dai comportamenti decretati a livello collettivo, e da agenzie che le applicano basandosi sull’accordo collettivo)
• benessere personale e relazionale (in contrasto con lo stress esaustivo che origina dalla violenza)
Se l’integrazione persiste, tuttavia, il senso di responsabilità verso la collettività, in primo piano durante la crisi, può rischiare di spostarsi sullo sfondo, a meno che una crisi esterna riattivi quel bisogno e quell’esperienza.


Alcuni commenti di chiusura sulle narrazioni
Come abbiamo brevemente indicato, ogni stadio è caratterizzato da un insieme di narrazioni, dato dalle versioni che le persone raccontano della situazione (chi è “il bravo ragazzo e il cattivo ragazzo”, chi il protagonista e l’antagonista, chi quelli con nobili o ignobili intenzioni, la motivazione più profonda e gli intenti nascosti dell’altro, eccetera).

E ciascun insieme di storie tenderà a ricostruire (per rendere più solido e ancorato) il rispettivo stadio. Quindi l’intero processo verso la riconciliazione implica - e può anche focalizzarsi centralmente su – un progressivo cambiamento delle narrazioni dominanti, da storie di vittimizzazione a storie di evoluzione e potenziamento. Questo processo di cambiamento delle narrazioni dominanti (e perciò facilitante dei cambiamenti verso stadi più sviluppati) è difficile, perché le narrazioni dominanti risultano radicate nel tempo, ancorate (e ancoranti) nell’identità individuale e collettiva. Per questo motivo il passaggio attraverso i vari stadi verso la collaborazione costruttiva diventa più praticabile quando i cambiamenti vengono realizzati simultaneamente e ancorati ad azioni a livelli multipli – come nei diversi campi economico, educativo, sportivo, artistico, che contribuiscono (anche se con pesi diversi) a costruire una società civile.
Il passo successivo nello sviluppo di questo modello, può includere un’ulteriore specificazione dei tratti (“sintomi”) che caratterizzano ciascuno stadio, allo scopo di rendere possibili un’identificazione (“diagnosi”) più accurata del punto di stallo evolutivo in differenti situazioni di malessere o conflitto. Per il momento dovremo contare sulle nostre sante intuizioni per individuare con precisione, con un certo grado di approssimazione, lo stadio specifico in cui un dato processo può essersi bloccato.

Il compito di un mediatore/facilitatore/consulente consiste nel destabilizzare e trasformare la storia portata avanti dalle parti a favore di una (storia) “migliore”, e facilitare l’adozione consensuale di questa da parte di tutti i partecipanti.

Uno dei cambiamenti desiderabili nella trasformazione delle storie è il passaggio da un atteggiamento passivo ad uno attivo (da persone come recipienti impotenti di atti ricevuti da altri a persone come agenti di cambiamento). Tuttavia – e questa è la ragione per cui lo sottolineamo qui – questo cambiamento può diventare una spada a doppio taglio, in quanto la prematura assunzione di un atteggiamento attivo (cioè di persone come protagoniste attive della loro storia) entro una narrazione precedentemente caratterizzata da una vittimizzazione passiva, può spingere i partecipanti verso una vendetta violenta piuttosto che promuovere la collaborazione costruttiva (in psichiatria clinica, se la passività fisica che accompagna molte depressioni è neutralizzata con farmaci prima che sia cambiato l’umore, aumenta il rischio di suicidio!).

A questa discussione si lega un altro importante argomento: le storie vivono nello spazio interpersonale (in aggiunta allo spazio iconico dei simboli e dei rituali). Quindi l’unità minima di analisi non dovrebbe essere l’individuo ma la “rete sociale“come chiave della vita quotidiana nello spazio interpersonale – incluso ma non limitato alla famiglia, gruppi affini, organizzazioni comuni, aggregazioni legata agli stessi interessi – in cui vecchie e nuove storie circolano e vengono ricostruite, riconfermate e ancorate, o cambiate.

Inutile dire che molte reti altamente strutturate (come l’esercito, i partiti politici, i gruppi religiosi) possono essere investite di narrazioni che si auto-sostengono e che possono spingere verso il conflitto, e che può essere difficile mettere in dubbio a causa della fitta e omogenea natura della collettività.
Forse un umile obiettivo che dovrebbe soddisfarci è quello di raffinare la nostra capacità di destabilizzare le narrazioni esistenti…e sperare per il meglio. Tuttavia, alzando la posta intellettuale in gioco, la questione più stimolante che può guidarci in qualunque situazione in cui siamo impegnati come facilitatori di cambiamento è quali narrazioni che connettono – e quali pratiche che di esse fanno parte – possano essere seminate o sviluppate in accordo, così da divenire dominanti e rimpiazzare le precedenti, dando una gomitata al sistema conflittuale e facendo un passo avanti nel processo verso la riconciliazione. Se tutto va bene, la mappa qui proposta fornirà un’utile punto di orientamento per la pianificazione del percorso completo dal conflitto alla riconciliazione.

BIBLIOGRAFIA

  • Axelrod R. The Evolution of Cooperation. New York: Basic Books, 1984.
  • Conrad J. Heart of Darkness. (Robert Kimbrook, Ed., 3D. Edition), New York-London: Norton, 1988 (pubblicato per la prima volta nel 1899).
  • Foerster H. v. “Objects: Token for (eigen-) behaviors”. Cybernetic Forum 8 (3&4), p. 91-96, 1976. Anche in H. v. Foester. Observing Systems. Seaside, CA: Intersystems Publications, 1981. L’originale in francese era incluso come capitolo in B. Inhelder, R. Garcia e J. Voneche, Eds. Epistemologie Genetique et Equilibration. Neuchatel: Delachaux et Nistle, 1978.
  • Gladwell M. The Tipping Point: How LIttle Thigs Can Make a Big Difference. New York: Little Brown Co., 2000.
  • Kreimer A., Collier P., Scott C. S. e Arnold M. Uganda: Post-Conflict Reconstruction. Washington, DC: The Wordl Bank (Country Case Study Series), 2000.
  • Laing R. D., Phillipson H. e Lee A. R. Interpersonal Perceptions: A theory and a Method of Research. London: Tavistock, 1966.
  • Minow M. Between Vengeance and Forgivness: Facing History after Genocide and Mass Violence. Boston, Beacon, 1998.
  • Mitchell G. J. Making Peace. Berkeley: University of California Press, 1999. (nuova edizione, 2000).
  • Prigogine I. e Stengers I. Orders Out of Chaos: Man’s New Dialogue with Nature. New York: Bantam Books, 1984.
  • Ury W. The Third Side (inizialmente pubblicato come Getting to Peace). New York, Penguin, 1999 (nuova edizione, 2000).

NOTE

  1. Come gli scenari di conflitto variano dall’interpersonale all’intercontinentale, dalle relazioni tra individui alle relazioni tra gruppi di nazioni, gli esempi forniti talvolta si riferiscono alla coppia (come nel caso di un matrimonio in rovina) e talvolta ad entità socio-economiche e etno-politiche (come paesi in guerra, o dispute tra nazioni).
  2. Prigoyine e Stengers (1984) affermano l’universalità di questi processi, definendoli come l’essenza di tutte le dinamiche (co)evolutive. I sistemi complessi, essi dicono, passano attraverso periodi di stabilità o equilibrio entro parametri fissati ma evolvono verso fluttuazioni parametriche che progressivamente spingono il sistema lontano dallo stato di equilibrio finché, raggiunta una soglia o “punto di biforcazione”, vengono posti nuovi livelli di base, e il ciclo ripete sé stesso, ma ad uno stadio evolutivo differente.
  3. Come esclamò allegramente un comandante militare nel mezzo di una violenta carneficina, nel film di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now” del 1979, la cui sceneggiatura è di John Milius e Francis Coppola.
  4. Espressione mormorata in disperazione dal consumato, condannato, suicida colonnello Kurtz, sempre in “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, inspirato alla novella “Cuore di Tenebra” scritta da Joseph Conrad nel 1988, in cui un personaggio omonimo mormora queste stesse parole (Conrad, 1988, p. 72).

 

PERCHÈ PERDONARE up.jpg

Quando noi odiamo una persona siamo legati a lei da un legame emozionale più forte dell'acciaio. Il perdono è l'unico modo per rompere tale legame e ritornare liberi. La persona odiata diventa, pian, piano, il nostro padrone; ci viene in mente di giorno e di notte; ci toglie sonno e serenità e ci priva della gioia di vivere.

Se consideriamo coloro che ci hanno fatto del male come delle persone che (in un momento particolare) hanno agito male nei nostri confronti ma sono pur sempre dei figli di Dio, il perdono non ci sarà difficile. Esse hanno attraversato il nostro cammino per un appuntamento fissato dal Creatore. Dobbiamo ricordare che quando qualcuno ci ferisce lo fa perchè la sua anima stà cercando di accaparrarsi la nostra divina attenzione e la nostra benedizione. Se gliela offriamo cesserà di intralciare il nostro cammino.

È importante notare che il perdono inizia dalla persona che per prima diventa consapevole che vi è stata una offesa. È perciò possibile che il perdono venga chiesto da chi ha agito male, o venga concesso da chi ha subito l'azione malvagia. In entrambi i casi il perdono ha un effetto liberatorio per entrambi.

Qualcuno può pensare di non aver nulla da perdonare. Se nella sua vita compaiono però: confusione, sofferenza, infelicità, miseria, o dei bisogni di qualunque tipo egli è nella necessità di dover perdonare.

Vi è un vecchio proverbio che dice: "Colui che non riesce a perdonare agli altri rompe il ponte su cui lui stesso deve passare". Quando la nostra salute od il nostro benessere, tardano ad arrivare, è necessario concedere il nostro perdono.

Il perdono può spazzare via tutti gli ostacoli che hanno impedito al benessere ed alla salute di arrivare fino a voi. Il perdono è un potente magnete da cui nessun bene può evitare di essere attratto.

 

PERDONO E LIBERAZIONE up.jpg

Libera traduzione tratta dal libro: "The laws of healing" (Le leggi della guarigione) by C. Ponder.

Vi è una legge immutabile ed inesorabile che stabilisce che dove vi è una malattia vi è pure un problema di perdono; è sorprendente come molte persone cercano di guarire senza prima essersi liberati dalle emozioni negative causa profonda della malattia stessa.

Il cancro spesso è l'indicatore di un forte rancore, se non di odio, ed il punto dove è localizzato ci può indicare quale emozione negativa né stata la causa, esempio: amarezza, intolleranza, criticismo esasperato, ecc. La mente è vicina al corpo e le emozioni negative sono una sorgente di intossicazione. Il perdono dissolve le abitudini negative e le memorie che si trovano localizzate nella mente cosciente ed in quella subconscia.

I kahunas delle Hawaii definivano il complesso di colpa come qualcosa che ci divora dall'interno ed avevano elaborato delle vere e proprie cerimonie di guarigione centrate sul perdono.

Il perdonare significa letteralmente "donare per" ovvero dare qualcosa in cambio. Nel perdonare non è necessario che noi andiamo a prostrarci ai piedi dell'offeso. In definitiva perdonare significa lasciar perdere qualcosa che a suo tempo non si è stati capaci di tralasciare. Per perdonare non è neppure necessario che si debba contattare la persona interessata, se ciò capita accettiamolo. Quando avremo perdonato cambieremo i nostri atteggiamenti e questo, di riflesso, farà cambiare i suoi atteggiamenti nei nostri confronti.

Può succedere che in noi vi siano odi e risentimenti sepolti da anni, anche se sepolti essi sono pur sempre in noi ed emanano in continuazione delle energie negative che avvelenano la nostra aura e la nostra salute. È sufficiente persistere con il pronunciare la formula di perdono data più avanti perchè l'intenzione entri nell'anima e, nel tempo, la ripulisca. Tale formula va recitata prima del sonno ed è probabile che necessitino dei mesi affinche la sensazione di essere finalmente liberi entri in noi.

Può anche succedere che giorno dopo giorno affiorino nella nostra memoria dei ricordi del passato aventi un contenuto che il nostro perdono è riuscito a liberare. Meditate giornalmente pronunciando questa formula con intenzione, fiducia e perseveranza, i risultati non mancheranno.

Io perdono qualsiasi cosa, o persona, che possa aver bisogno del mio perdono nel tempo presente ed in quello passato. Io perdono loro con piena intenzione. Io sono libero ed essi sono liberi. Ogni cosa è stata sistemata tra me e loro, per sempre.

Risentimento, condanna, e il desiderio di fargliela pagare, rovinano la nostra salute. Pertanto vanno eliminati se desideriamo ritrovare la pace, la serenità e la salute. Perdonare non è difficile, dobbiamo soltanto acquisire tale abitudine.

 

PERDONO E VITA VISSUTA up.jpg

Una donna si ritrovò con una ghiandola in un seno e si rese conto che il problema doveva avere la sua origine in una situazione emotiva e mentale. Fece un serio esame di coscienza ma non trovò nulla al riguardo. Si impegnò allora nel chiedere a Dio che le desse la grazia di conoscere la causa del suo problema meditando per lungo tempo questa preghiera:

Padre illuminami onde io possa capire quale forte sentimento di risentimento, condanna, o mancato perdono io sto tenendo dentro di me; indicami, ti prego, chi, o che cosa io debbo perdonare.

Visto che la risposta tardava ad arrivare continuò ancora per diversi mesi, sempre sperando che Dio rispondesse alla sua accorata preghiera. Dopo qualche tempo si ricordò di una scappatella fatta dal marito; accaduta molti anni prima e dimenticata. A suo tempo questo fatto le aveva fatto esprimere dei giudizi assai pesanti. Essa formulò allora le seguenti frasi di perdono e dopo qualche tempo la ghiandola al seno si dissolse da sola.

* Per l'amante:

Io liberamente ti perdono. Io non ti trattengo più nella mia memoria e ti lascio libero. Il nostro rapporto è sistemato per sempre.

* Per il marito:

Io liberamente ti perdono e lascio andare ogni falso concetto su di te. Tu sei un marito fedele e felice e vivi un magnifico matrimonio. Da quella lontana esperienza sono nate solo delle cose piacevoli.

 

UN RIMEDIO SICURO up.jpg

Oltre a perdonare gli altri noi dobbiamo imparare a perdonare noi stessi l'autocondanna ci priva della salute e ci può causare problemi di tutti i tipi, compresi quelli finanziari.

Charles Fillmore, fondatore del movimento spirituale: "Unity" propone questa formula di perdono dicendo che questo è un trattamento mentale che è garantito per curare ogni tipo di malattia:

  • Ogni sera, prima del sonno, siedi per circa 30 minuti e chiedi perdono, mentalmente, a tutti quelli verso cui hai un atteggiamento negativo o antipatia. Se hai dei pregiudizi contro un animale, o ne temi la presenza, chiedigli perdono e mandagli il tuo amore.
  • Se hai accusato qualcuno; hai discusso duramente; hai criticato o fatto pettegolezzi; ritira le tue parole chiedendo (mentalmente) perdono alle persone offese.
  • Se le circostanze ti hanno portato a delle rotture con parenti (o amici) fai tutto ciò che ti è possibile per resistemare le cose.
  • Cerca di vedere tutte le persone come dei puri spiriti che stanno facendo delle penose esperienze in un corpo di carne. Offri loro la tua incondizionata comprensione ed i più intensi pensieri d'amore.
  • Non coricarti mai con la sensazione che vi siano nel mondo persone, animali, cose, o situazioni che ritieni essere tuoi nemici. Una formula per un perdono completo potrebbe essere la seguente.


LA PAROLA PARLATA up.jpg

La più grande creatrice di malcomprensioni è la lingua dell'uomo. Non è ciò che noi diciamo che conta ma come e quando, le seguenti regole ci potranno aiutare a farne un uso migliore. Il tatto e la delicatezza non ci toglieranno mai la nostra dignità.

  • Misura le tue parole con il metro della cortesia, del sentimento e della gratitudine.
  • Meno cose diciamo e di meno dovremo pentirci. La natura sapeva ciò che faceva quando ci diede due orecchie e una lingua sola.
  • L'interesse, parlando, nasce se riusciamo a far sentire importante il nostro interlocutore. Ciò è possibile dicendo meno cose e chiedendone di più.
  • Una lingua incontrollata, anche una sola parola sbagliata, possono distruggere la felicità di una intera vita.
  • Per prevenire l'atteggiamento critico, sarcastico o ironico:
    • invita critiche e pareri, dai i meritati riconoscimenti.
    • riconosci subito i tuoi errori e non esitare mai a dire: "Mi dispiace".
    • trova un accordo il più presto possibile, ogni momento di ritardo non farà che aggiungere legna al fuoco della discordia.
  • Per concludere ecco una serie di regole per una buona conversazione:
    • Guarda in faccia il tuo interlocutore.
    • Sii un buon ascoltatore.
    • Non interrompere.
    • Sii comprensivo.
    • Modula il tono di voce.
    • Evita sgradevoli riferimenti al passato.
    • Dai consigli solo quando ti sono richiesti.
    • Applaudi ciò che gradisci ed ignora ciò che non ti piace.
    • Custodisci le tue parole e le tue parole custodiranno te.
    • S. L. Katzoff