LE REDUCCIONES DEI GESUITI IN PARAGUAY

«I gesuiti attrassero, con il linguaggio della musica, gli indios guaraní che avevano cercato rifugio nella foresta o che vi erano rimasti per non essere costretti ad entrare nel "processo civilizzatore" degli encomenderos e proprietari terrieri. 150.000/200.000 indios ritrovarono così la loro organizzazione comunitaria primitiva e le loro tecniche nei lavori e nelle arti. Nelle missioni non esisteva il latifondo, la terra veniva coltivata, in parte, per le necessità individuali e, in parte, per le opere di interesse generale e per acquistare gli strumenti di lavoro, che erano di proprietà collettiva»   (J. A. Ramos, Historia de la nación latino-americana).

«È una gloria per la Compagnia di Gesù aver dimostrato per la prima volta al mondo che è possibile associare la religione all'umanità»               (Montesquieu, Esprit des Lois)

«I gesuiti istruivano i selvaggi nel lavoro nei campi; ed il loro preteso comunismo campanelliano si riduceva ad un savio sfruttamento capitalistico, che era per l'ordine fonte di ricchi proventi»  (B. Croce, Materialismo storico ed economia marxista).

Le reducciones gesuite sono state oggetto di molte discussioni ma, al di là di ogni possibile e giustificata critica, furono un'esperienza positiva, che è andata forse oltre le migliori aspettative.
I gesuiti sia per il ricordo dei primi tempi del cristianesimo - «Io sono innamorato di quelle missioni perché mi pare di trovarvi la Chiesa primitiva» (L. A. Muratori, Il cristianesimo felice ) - sia per rispettare la cultura indigena vollero realizzare uno Stato "comunistico" abolendo la proprietà privata.
Da più parti si denuncia il sistema come solo apparentemente teso all'uguaglianza ed al bene comune; l'indio viene sottoposto ad una rigida tutela e controllo che se da una parte lo "proteggeva" da una situazione peggiore, negava ogni libertà individuale.

La varietà dei termini usati per definire l'organizzazione delle reducciones gesuitiche paraguayane - regno, stato cristiano-sociale, repubblica, impero, organizzazione socialista cristiana, teocrazia socialista, repubblica comunista-cristiana - danno la dimensione del lungo e contraddittorio dibattito sviluppatosi nel tempo.
Tuttavia l'organizzazione economico-amministrativa voluta e sviluppata dai gesuiti fu, per molti versi, funzionante, autosufficiente e, soprattutto, funzionale, visti i risultati raggiunti e considerando il particolare momento storico-politico durante il quale si sviluppò.

Non si può non riconoscere che i gesuiti ebbero grandi meriti: «Luci ed ombre si alternano così violentemente che all'uomo moderno appare difficile comprendere la portata ed il senso storico degli avvenimenti. Figure eroiche di martiri e di idealisti, personaggi incredibili, ribaldi e cercatori di fortuna, mistici ed ambiziosi, avventurieri ed onesti amministratori si alternano in una pantomima allucinante sullo sfondo di quel '600 e '700 spagnoli, così ricchi di colore» (M. Stumpo, L'orologio calpestato).

È vero che i guaraní accolsero positivamente la "dominazione gesuitica" perché già provati dall'ingordigia, crudeltà e disprezzo dell'europeo dell'encomienda ed anche se non tutti l'avevano sperimentata personalmente, tutti la conoscevano di fama; nei gesuiti gli indios trovarono, dopo tanta persecuzione ed orrore, dei protettori che li difendevano da un mondo ostile che era stato costruito intorno a loro; si comprende, quindi, perché si adattarono ad un regime che se toglieva loro aspirazioni personali, oltre che etnico-culturali, ed imponeva il lavoro spesso secondo ritmi molto pesanti, assicurava anche benessere materiale, difesa e sicurezza.

Il progetto di evangelizzazione dei gesuiti ebbe profondi risvolti sociali e politici. Nelle loro reducciones, vaste aree sottratte alla giurisdizione delle autorità coloniali e vietate alla penetrazione di bianchi, erano concentrate popolazioni indigene prima disperse e viventi allo stadio tribale, che venivano educate ad un'economia agricola e ad un limitato esercizio di autogoverno.
Questi esperimenti comunitari presentavano tratti decisamente originali rispetto agli analoghi tentativi di altri ordini, in quanto inseriti in un ambizioso progetto di autonomia economica - ed anche, abbastanza esplicitamente, politica - rispetto alla metropoli. Ciò implicava l'esercizio di un'attività manifatturiera e l'educazione degli indigeni ad una cultura tecnica, in aperta violazione delle limitazioni e dei veti sui quali si reggeva il patto coloniale.
I gesuiti dettero vita, inoltre, ad un sistema commerciale parallelo, che interessava le reducciones e le missioni delle diverse parti dell'America Latina ad una massiccia circolazione di manufatti e di materie prime, sottratti al controllo della classe mercantile metropolitana. Tutto ciò non poteva essere a lungo tollerato dall'economia coloniale, e fu motivo primo della reazione che attorno alla metà del '700 cancellò dal suolo latino-americano la presenza della Compagnia di Gesù.

Cosa è sopravvissuto della "repubblica dei gesuiti" - o "missioni dei Sette Popoli Guaraní", della celebre "Repubblica dei Guaraní" -? È difficile dare un giudizio anche perché, in seguito all'espulsione dei gesuiti, da tutto il "Nuovo Mondo" si tentò, per reazione, di distruggere alle radici la loro opera, come se si fosse trattato di un avvenimento sporadico e secondario invece di un'importante pagina di storia.

Da: Centro Comunitario


INDIOS DEL PARAGUAY

Le popolazioni della regione di Santa Catalina, con cui Alvar Nuñez Cabeza de Vaca venne a contatto, appartenevano al ramo meridionale del gruppo etnico-linguistico dei Tupi-Guaraní, a quel tempo stanziati nelle province brasiliane di São Paulo, Paraná, Santa Catalina e Rio Grande do Sul e attualmente sopravvissuti oltre che nel Paraguay, soltanto nelle regioni argentine di Corriente e Missiones.
Tra i popoli più noti insediati sulla costa brasiliana fin dagli inizi del XVI secolo c'erano gli ormai estinti Tupinamba, Patiguara, Tupinanaki, Tamuia, Tupí, mentre gruppi simili, ancor oggi esistenti, si trovavano nel corso inferiore del Rio delle Amazzoni, sull'alto Xingú e persino sul versante orientale delle Ande boliviane.

Il gruppo meridionale di queste popolazioni comprendeva i Guaraní veri e propri, i Cainguá, gli Apapocuva, i Tenigua, i Tapé ed i Guaiaki. La loro lingua assunse tra le popolazioni delle foresta e dei grandi fiumi un grado di diffusione tale da divenire, come il quechua nelle regioni andine, una sorta di lingua "franca" e fu la prima lingua dell'America meridionale conosciuta a fondo da spagnoli e portoghesi che se ne servirono per la penetrazione coloniale e per l'evangelizzazione degli indigeni, al punto che nel Paraguay essa diventò il linguaggio di cui, più tardi, si servirono i gesuiti per l'organizzazione delle loro missioni.

I Tupi-Guaraní appartengono al ceppo amazzonico delle popolazione dell'America meridionale che si può dividere in tre gruppi:

1. i Caribi, generalmente stanziati a nord del Rio delle Amazzoni, ma con gruppi insediati anche sull'altipiano brasiliano e mescolati, spesso in modo inestricabile, con altre popolazioni locali;

2. gli Arawak e affini, stanziati in Venezuela, Colombia, alto corso del Rio delle Amazzoni, Rio Negro, Rio Purus e anch'essi, a gruppi separati e isolati, sempre più a sud, nel Paraguay e nel bacino del Rio Paraná;

3. i Tupi-Guaraní, insediati nella costa brasiliana, lungo i fiumi Madeira, Tapajoz e Xingú, nel bacino amazzonico meridionale e nel territorio compreso tra le province di Santa Catalina ed il Paraguay.

Si tratta di gruppi assai bellicosi. Usano per la caccia e la guerra l'arco e le frecce o la cerbottana, sono animisti e praticano riti magici; sogliono coprirsi il corpo con tatuaggi e pitture di vario genere. Conoscono il linguaggio dei tamburi, che consente loro di comunicare a distanze incredibili; tutto ciò che avviene nel sertão, la giungla brasiliana, nel giro di poche ore viene a conoscenza di tribù distanti centinaia di chilometri.
I Payaguos, o Payaguas, con cui si incontra Juan de Aloyas al ritorno da una spedizione all'interno, erano una tribù di cacciatori, pescatori assai abili e mercanti nomadi dell'alto e medio corso del Rio Paraguay. Affini ai Guaycurués, appartengono ad un gruppo linguistico specifico di abitatori del Chaco meridionale e di cui fanno parte anche gli Mbaya, i Pilaga, i Taba, i Mocavi, gli Abigomi ed i Caduveo.
Sotto il profilo etnico sono di difficile identificazione perché mescolati ad altri gruppi appartenenti sia al ceppo Caribe che Arawak.

I Payaguos sono guerrieri coraggiosi e nomadi fluviali con enormi canoe ricavate in un unico tronco d'albero di timbo, capaci di portare anche quaranta persone. Si opposero sempre con tutte le loro forze, da soli o alleate con tribù affini, all'avanzata spagnola; furono acerrimi nemici dei Guaraní sui cui territori compivano scorrerie catturando prigionieri a scopo di riscatto o per servirsene come schiavi, a volte li uccidevano e ne esponevano le teste lungo le rive dei fiumi.
Usavano portare il labbro inferiore forato per inserirvi armamenti di vario genere e vivevano praticamente sempre sui fiumi, da cui deriva il nome di Fluviali loro attribuito; vivevano in clan esogamici e praticano totemismo e riti magici.

I Chanes, o Chaneses, che vennero usati come portatori nelle spedizioni verso l'interno guidate da Juan de Ayolas, erano una tribù amazzonica di ceppo Arawak ma largamente guaranizzata. Appartenevano al gruppo delle genti del Chaco meridionale e vivevano di caccia e di raccolta, usando l'arco e le bolas. Sotto l'influsso dei Guaraní, si dedicarono ben presto all'agricoltura. Soltanto molto lentamente vennero assimilati; nella seconda metà del XVIII secolo si stanziarono nella regione di Asunción, città in cui, più tardi, venne loro attribuito uno speciale quartiere.

I Guaraní erano una popolazione di ceppo amazzonico tra le più importanti del Sud America. Il loro linguaggio serviva da "lingua geral" per un'immensa regione.
Le loro abitazioni e la pratica dell'agricoltura erano molto simili agli altri Tupí, di cui i Guaraní veri e propri costituivano il gruppo più meridionale.
Usavano fabbricare statuette ricche e fantasiose ornate con l'impronta delle dita, con pitture o con semplici fasci di linee; conoscevano e usavano il tabacco che fumavano sia nella pipa che sotto forma di sigari; producevano bevande alcooliche fermentate e furono gli inventori del "tè Guaraní", conosciuto col nome di "mate", ricavato da un'erba (ilex paraguayensis) in origine usata per scopi puramente magici e religiosi ma che in seguito divenne - e continua ad esserlo - una bevanda di uso comune, specialmente in Argentina.
Coltivavano cotone, mais e manioca, si ornavano con diademi, mantelli, bracciali e cinture di piume di splendida fattura; usavano perforare il labbro inferiore dove inserivano un ornamento di caucciù, il tembetá; molto diffusa era la pratica della pittura corporale e del tatuaggio.
Per quanto riguarda l'organizzazione sociale, erano divisi in due caste: quella dei capi e quella popolare - i mboyas -. In guerra venivano guidati da un capo supremo chiamato Morubixaba; in tempo di pace la tribù era governata dal Consiglio dei capi dei vari clan, il Nhimugaba.
Vigeva, eccetto che per la casta dei capi, la monogamia; si praticava l'inumazione dei defunti dentro giare di terracotta, secondo l'uso andino; era diffuso il cannibalismo rituale. Credevano in un Essere Supremo, Tupá, che significa «Chi sarai?». Tale fatto facilitò non poco la loro cristianizzazione.
Presso i Guaraní, la donna era molto considerata nell'ambito della famiglia e la sua posizione era del tutto paritaria per quanto riguarda la distribuzione del lavoro. Si parla di un'antica civiltà matriarcale dovuta all'importanza assunta dalla donna nell'agricoltura, tessitura e fabbricazione di oggetti di ceramica.

I Guaycurués, appartenenti al gruppo linguistico dei Payaguos, erano guerrieri nomadi, cacciatori e pescatori appartenenti al ceppo chacense. Vivevano in condizioni assai primitive, ma erano combattenti temibili ed assai temuti dai Guaraní e tribù affini a questi ultimi. Occupavano territori orientali del Chaco. Oggi sono praticamente scomparsi come entità culturale, salvo pochi superstiti ormai assimilati.

Nei suoi Commentari, Cabeza de Vaca parla delle «lagnanze avanzate dagli indios del contado di Asunción contro gli indios Guaycurués. I capi indiani si lamentarono col governatore dicendo che gli indiani guaycurués li avevano spogliati delle loro terre […] rubando tutto ai cristiani». Al loro ceppo linguistico appartengono anche i Caduveo, gli Mbayá, i Payagua, i Pilagá, i Toba, i Mocovi e gli Abipono, i cui idiomi sono stati segnalati dai missionari del 1800.
Lentamente i gruppi chacensi si sono assimilati al costume delle tribù amazzoniche praticando, sia pure in modo occasionale, l'agricoltura (mais, patate, cotone, tabacco, manioca). Hanno, ad ogni modo, conservato il loro tipico sistema di caccia a gruppi di battitori con l'incendio delle praterie per far fuggire la selvaggina.

«Era gente che trattava molto bene le donne, e non solamente le proprie, che tra loro occupavano un posto preminente, se nelle guerre che combattevano catturavano qualche donna, la liberavano subito e non le facevano alcun male». L'importanza delle donne presso queste tribù è dovuta ad una struttura sociale matrilineare, in base alla quale il nome, i diritti e le attribuzioni vengono acquisiti in linea femminile. L'uomo cui spetta, nell'ambito della famiglia, maggiore rilevanza non è il padre, ma il fratello della madre.

 

PLINIO MAROTTA ha insegnato per oltre vent'anni nel Liceo Italiano di Madrid e per altri cinque in quello di Buenos Aires. Dalla visita (nel nord dell'Argentina) dei resti della “repubblica” creata nel Seicento dai gesuiti, trae l'idea di studiare l'impresa, a metà strada tra religione e rivoluzione, di quei missionari. Un'impresa per lo più sconosciuta o misconosciuta ma che è una delle più pure e affascinanti realizzazioni dello spirito umano. Oggi la racconta ai giovani perché agisce in essa un eroismo diverso da quello dominante nei mass media. Un eroismo che non ha nulla a che fare con la guerra, che non nasce dall'odio e dalla violenza ma da atteggiamenti più propriamente umani e perciò più nobili come la generosità, l'altruismo, la solidarietà.

 

Gli eroi del Río de la Plata

L'uomo bianco è arrivato nel Nuovo Mondo. Costretti a lavorare per arricchire gli invasori, gli indios muoiono a migliaia stroncati dalle fatiche e dagli stenti. Ma ecco che, all'inizio del Seicento, una speranza di riscatto si apre per una parte di quegli infelici. Una pattuglia di gesuiti arriva in Paraguay per evangelizzare gli indios guaraní. Sono gli eroi della nostra storia. Non hanno armi, la loro unica forza è la fede nel Vangelo e nella fratellanza umana. Essi affrontano coraggiosamente conquistatori e coloni e riescono, nonostante una rabbiosa opposizione, a sottrarre i guaraní allo sfruttamento. Creano insieme a loro una "repubblica" di eguali, solidale e fraterna, che diventa ben presto un'isola di prosperità e di pace in mezzo allo squallore e alla ferocia del mondo coloniale. Ancora oggi un modello insuperato. Ma, com'è facile prevedere, i gesuiti e la loro repubblica non avranno la vita facile...