EUNOMOS CLUB

La Lettera Scarlatta

9 marzo 2002

Un film molto coinvolgente che, oltre a stimolare critiche e riflessioni di natura storico-sociologica, suscita forti emozioni nei partecipanti, evocando vissuti relativi a proprie personali esperienze.

Il film si sviluppa seguendo due versanti, ambedue molto intensi: la forza dell’odio e la forza dell’amore.

La storia narrata, nella sua violenza e nella sua crudeltà, mette in contrapposizione la forza dell’amore alle regole imposte dalla società.

Il dibattito, nell’apprezzamento sulla bellezza coinvolgente del film, si è centrato sullo sviluppo della relazione tra i due protagonisti che porta alla costruzione di una coppia e di una famiglia, sul ruolo che rivestono in questo contesto la maternità e la paternità, e nello stesso tempo sul potere di controllo e sui vincoli imposti dalle regole della società, regole che limitano la libertà individuale e che giungono a diventare manifestazione di odio.

Il tema dominante dunque è la storia d’amore tra Hester e Arthur.

La storia è ambientata a Boston, nel Seicento. Hester Prynne (Demi Moore) precede il marito Roger (Robert Duvall), un medico inglese, nella loro nuova casa a Salem, nel New England, e subito con il suo carattere deciso si scontra con l'ambiente bigotto della colonia.

Lì conosce il giovane reverendo Arthur Dimmesdale (Gary Oldman), tra i due nasce una forte passione. Quando Hester apprenderà della morte del marito, dopo aver respinto le avances del capitano Brewster, si concederà totalmente al reverendo Arthur.

Hester viene citata in giudizio per alcune osservazioni sull'interpretazione delle Scritture, ma, peggio ancora, scoperto il suo stato di gravidanza e rifiutandosi lei di rivelare il nome del padre, viene imprigionata.

Nasce da Hester una bambina, Pearl. Hester viene fatta uscire dalla prigione, ma punita secondo le leggi del tempo, cioè esposta sul palco della gogna, e costretta a portare la lettera scarlatta cucita sul petto, la lettera “A” (A come “Adultera”, quale segno di riconoscimento di fronte a tutti per il proprio adulterio).

Il marito di Hester inaspettatamente ritorna, non era morto. Al vedere sua moglie con una bambina non sua, l’odio s’impadronisce della sua anima: vive solo per vendicarsi e, sotto falso nome, si mette alla ricerca del complice dell'adulterio della moglie. Per farlo uscire allo scoperto, usa la bambina. La bambina ha una voglia sul suo corpicino, Roger convince il tribunale che è il segno inequivocabile della possessione diabolica di cui è stata oggetto Hester, la madre. Hester viene processata per stregoneria e sul luogo dell’esecuzione Arthur finalmente svela il loro segreto. Tocca a lui ora essere giustiziato per la sua colpa. Mentre sta per essere impiccato viene salvato da una rivolta di nativi. Molte persone della comunità vengono uccise, una purificazione di sangue.

Insieme a Hester e alla figlia, il reverendo Arthur si allontana su un carro per iniziare una nuova vita in un altro luogo. Così si conclude il film.

Questa è la trascrizione di tutti gli interventi sul film, accorpati (per quanto possibile) per tema. Talvolta gli interventi appaiono contrapposti, ed in contraddizione. In realtà ogni intervento contiene una parte della verità.

Il film può essere visto innanzi tutto come un atto d'accusa contro il fanatismo settario del puritanesimo anglosassone del Seicento (le sette protestanti dei Puritani e dei Quaccheri) e la sua doppia morale, e più in generale contro ogni forma di intolleranza e di integralismo (religioso e non) che soffochi la libertà della persona.

Riflessioni sulla storia della religione protestante evidenziano come il movimento nasca proprio in opposizione ad un sistema di regole, rappresentato dal mondo cattolico; come affermazione del diritto di ognuno del potere di leggere le Scritture e di riferirsi direttamente a Dio, in contrapposizione con la Chiesa di Roma, che proibiva la lettura della Bibbia, il cui messaggio doveva essere filtrato attraverso i rappresentanti ufficiali della Chiesa.

Quelle persone, nate culturalmente nello spirito della libertà della lettura dei testi sacri, della interpretazione personale e della libertà di riferimento con Dio, sono le stesse descritte nel film, hanno fatto della loro protesta di libertà una legge intollerante, crudele e senza pietà.

L’esperienza sociologica evidenzia come, in qualsiasi contesto storico-culturale, una libertà conquistata, attraverso la mania di potere che è in ognuno di noi, diventa regola intransigente per gli altri. Ogni idea nuova, ogni forma di innovazione di un comportamento della società nasce, infatti, da soggetti carismatici che svelano il messaggio di libertà. I loro seguaci, che non hanno il carisma, prendono la forza del carismatico, la fanno diventare la regola per il loro potere, e si passa immediatamente dal carismatico al burocratico (da bureau = ufficio, cioè coloro che sono gli interpreti del carismatico), e si giunge inevitabilmente e sempre ad una struttura di potere che controlla il pensiero. Il paradosso è che tutto nasce sempre da una rivoluzione del pensiero libero.

Il mondo descritto dal film, è un mondo in cui è strutturata la castrazione; la parte creativa, libera, è rappresentata soprattutto dalla protagonista, Hester.

Da una narrazione di carattere storico si può prendere spunto per affacciarsi nel nostro mondo interno, dove si riflette una situazione analoga, simile alle gabbie che ogni società al di fuori dal tempo costruisce. Anche le nostre proprie invidie, le nostre gelosie, le nostre castrazioni divenute leggi della vita, strutturano in mille maniere le gabbie persecutorie interne, dove viene meno la libertà, la creatività, la capacità di amare.

I fautori acritici di regole, di leggi, di dogmi sono forse proprio quelli che non hanno una profonda conoscenza di ciò che è oggetto del loro credo (delle Scritture, come di qualsiasi altra ideologia). Non avendo percepito ed interiorizzato profondamente il valore delle cose, si diventa difensori di regole fatte da sè e che non provengono da Dio o dalla scienza o dalla verità e così via.

In questo contesto la storia mostra tra l’altro come le gabbie interiori dei coloni, le regole che imprigionano e con cui si imprigionano, siano quasi lo specchio dell’invidia che provano nei confronti della protagonista, invidia soprattutto da parte del mondo femminile (inquadrabile nella donna del reverendo capo e nelle sue alleate, che osteggiavano la protagonista): l’invidia di non poter fare quello che lei ha fatto; il rancore che deriva dall’invidia per non essere capaci di provare un sentimento così forte come invece aveva provato lei.

Nel film c’è una grande lotta di potere, gestito fondamentalmente dalle donne. C’è una donna che cerca di portare avanti un progetto d’identità (Hester ci vuole essere e c’è in un certo modo); e ci sono donne che manovrano i mariti nell’ombra, affinché ostacolino il suo progetto. Le figure maschili sono mariti che si illudono di avere un potere e di essere loro a gestire tutto (perché fanno mettere la lettera scarlatta addosso a Hester, perché la interrogano, perché torturano la donna nera), però le fila di tutte le marionette sono gestite da tutte le mogli spaventatissime da una donna che proponeva un modello diverso. Possiamo vederlo anche in noi stessi: la scena della passione tra i due protagonisti, il loro incontro d’amore estasiante nel mucchio del grano crea, nell’immaginario di ciascuno di noi, una situazione irraggiungibile e potenzialmente potrebbe suscitare anche una parte di invidia distruttiva, che è la sensazione che ha colpito tutte le donne di quella collettività quando si trovano davanti un personaggio femminile diverso (si adorna di merletti, vive da sola). È un femminile che le altre non osano neanche pensare o vedere (etimologicamente la parola invidia, deriva proprio dalle parole in-vidia =non vedo, cioè: “non posso vedere; non posso vedere fuori ciò che non posso agire dentro, e se non posso vedere, e lo vedo, lo distruggo, così non lo vedo”; è un meccanismo determinato, implacabile, l’invidia). L’invidia sviluppa proprio questo principio: io non posso, e distruggo se lo vedo possibile altrove.

Questa mentalità così chiusa, che nasce dalla paura, che si nasconde qui dietro concetti religiosi, e che invece non ha niente a che vedere con la religione, crea quella serie di atteggiamenti che formalmente vengono fatti derivare dalla religione e che invece fondamentalmente hanno la loro vera radice nella negazione dell’amore.

Anche in esempi più semplici, della vita di tutti i giorni, si può ulteriormente sviluppare il concetto: una volta che si dà potere “in toto” ad un modello, poi lo si va a ripetere acriticamente. E’ difficile liberarsi dall’imporre un modello. Ogni maestro propone un modello ai propri allievi, ma è importante poi che ognuno segua la sua di strada. L’allievo acquisisce il modello, che è però solo uno strumento, un mezzo. E’ come il figlio col genitore: acquisisce un modello ma poi deve trovare la sua strada, altrimenti non cresce, non sviluppa niente. E’ molto più creativo e più produttivo che gli allievi sviluppino ciò che proviene loro dal maestro, piuttosto che ripetere semplicemente ciò che hanno ricevuto e, ciò che è peggio, piuttosto che far diventare verità ciò che hanno ricevuto.

Ciò porta alla conclusione che le gabbie sono universali, non soltanto della religione cattolica, ma della religione in genere, e di ogni altra verità che vuole imporsi ad altri, sia politica, che religiosa, ma anche scientifica, medica, psicologica, ecc.

Per quanto è a nostra conoscenza, il Protestantesimo, oltre a quanto già detto riguardo alla libera interpretazione della bibbia, ha alla base della sua dottrina che non vi è alcuna possibilità di garantirsi la salvezza, a differenza di quanto invece afferma la Chiesa cattolica. Nel mondo cattolico le opere buone garantiscono il Paradiso, possono inoltre riparare ai peccati commessi, quasi a compensazione (ciò è tanto vero che il “giudizio” cui si è sottoposti quando si va nell’altro mondo è un giudizio, nella comune percezione cattolica, di dare-avere: sono più le cose buone o le cose cattive che vengono portate in giudizio). E’ proprio da questo principio che sono nate le “acquisizioni di indulgenze”, che sono state appunto la goccia che ha fatto traboccare il vaso ed hanno scatenato lo “scisma” di Lutero: se il cristiano opera nel senso del bene, anche con offerte, si garantisce una certa quantità di giorni in meno da passare in quel luogo di purificazione dalle colpe chiamato appunto “purgatorio”. Per la dottrina protestante invece qualunque cosa possa essere fatta per riparare ad un peccato, è inutile perché tutto dipende dalla grazia divina. Da un lato questa posizione ci propone un rapporto umano-divino fondato sulla forza dell’amore, scartando definitivamente una rapporto che viene “quantificato” da opere, offerte ed altro simile e che va ad avvantaggiare, anche nell’al di là, i ricchi (per i poveri è molto più difficile fare offerte ed impossibile farle consistenti – quindi dovranno passare nel “purgatorio” tutto il tempo che si meritano, senza possibilità di grandi sconti o riduzioni di pena). In questo senso la rivoluzione protestante è anche una rivoluzione sociale, che anticipa i temi della rivoluzione francese: si è tutti uguali davanti alla “grazia” divina, così come più tardi si sarà tutti ridefiniti socialmente nei concetti di libertà-fraternità-egualità.  Dall’altro lato però il principio del protestantesimo della “grazia divina” che decide chi possa o non possa salvarsi è un principio identificabile nel potere materno assoluto: si può fare qualsiasi cosa, ma infine decide la madre qual’è il figlio che vuole e quello che non vuole, c’è un destino diverso per ognuno di loro. Nel film tutte le persone che provano l’invidia per la protagonista probabilmente hanno anche una tremenda paura di quella che sarà la loro fine, cercano di vivere il più possibile secondo le regole della comunità per garantirsi la salvezza, per avere la grazia.

All'ipocrita perbenismo che contraddistingue i membri della comunità dei coloni, si contrappone la più autentica umanità dei pellirosse (il mito del buon selvaggio), che alla fine assumono il ruolo di liberatori (ruolo che nel nostro mondo interno hanno la irrazionalità e la passionalità, che consentono di vincere gli schemi, il proprio bigottismo e le proprie gabbie mentali) ribaltando clamorosamente il significato del binomio Civiltà-Inciviltà sulla base del quale si è giustificato il colonialismo europeo degli ultimi secoli, fino ad oggi.

L’arrivo degli indiani, anche se la realizzazione filmica appare non adatta (la freccia che arriva proprio nel momento giusto), utilizza un modello molto comune in tanti altri film dove c’è un evento, un cataclisma, che comunque purifica e rifà nuove le cose (per esempio nel “Il profumo del mosto selvatico” o in “Cuori ribelli” o ne “Il primo cavaliere” c’è l’incendio che brucia e rende in cenere tutta una storia, e si ricomincia da capo). Anche la mitologia religiosa ci presenta questa ineluttabilità della catarsi, già dai tempi di Noè, dove il diluvio pulisce tutto e si ricomincia. Qui al posto del diluvio o degli incendi arrivano gli indiani: in modo un po’ sgangherato, ma si ricomincia, perché le leggi non hanno più quella forza violenta, il desiderio non deve esser più nascosto. C’è un passaggio attraverso l’intervento degli indiani, entra nella storia la funzione della catarsi, della purificazione, della morte e della rinascita.

Parliamo ora di Hester.

Sul cupo sfondo di superstizione e di ignoranza della collettività dei puritani si staglia la figura di Hester, che difende il proprio diritto all'amore rivendicando una personale concezione della fede basata su un rapporto diretto con Dio (mediante la conoscenza della Bibbia, dell’Antico e del Nuovo Testamento) senza mediazione di terzi.

Hester è una donna caparbia, coraggiosa e determinata. La sua personalità forte può essere vista sotto due aspetti, diversi, ma che in quella situazione storica e sociale diventano complementari.

Da una parte, la protagonista è una delle prime donne che si mette a combattere per la sua libertà di parola, di pensiero, di scelta. Questo fa passare addirittura il suo grande amore in secondo piano. La sua forza, non è soltanto in una grande passione, ma è una scelta di vita, è il desiderio di essere riconosciuta, il desiderio che vengano riconosciute le sue idee (in quel mondo così restrittivo, in cui la donna veniva veramente oppressa, non veniva considerata). Nella battaglia di questa donna per la sua identità e la sua libertà, la storia d’amore ed il progetto di vita come famiglia, diventano solo una cornice attorno alla tematica sociale retta sull’ideale di costruire un mondo migliore.

Anche la figlia che da lei nasce viene vista, in questa luce, come un motivo ancora più forte per rivendicare la libertà della protagonista, come se, in qualche modo, a lei serva per far esplodere ancora di più il problema, e per essere sempre più in contatto con se stessa. La “A”, che porta sul petto, dice qualcuno, va ad assumere così non il significato di “adulterio”, ma di “autonomia”. Lei vuole caparbiamente questo mondo migliore, ed è disposta a sacrificare la sua vita, tutto quanto e quindi anche il suo amore.

Dall’altro punto di vista invece, la protagonista è una persona che ha sfidato tutto per la sua passione; una donna che desidera il proprio figlio a tal punto che lo difende, lo protegge e lo porta avanti anche contro un mondo che è ostile. Come ogni madre che vuole una maternità in modo determinato e al di sopra di tutto. Una maternità vista come progetto, progetto di “amore” (altro possibile significato della lettera “A”); e l’invidia distruttiva e l’odio delle altre donne diventano uno stimolo, hanno un effetto positivo nella perseveranza della donna a portare avanti il suo progetto. Grazie a tutti gli ostacoli, a tutto quello che le arrivava dall’esterno, Hester arriva veramente ad un obiettivo. Obiettivo che si realizza quando il padre si afferma, dichiara la paternità e dà identità alla famiglia. In quel momento la protagonista si toglie la “A” dal petto, c’è una trasformazione, si passa dalla coppia simbiotica madre e figlia al rapporto a tre, ad una famiglia intera, dove c’è anche il padre (quindi si realizza un progetto nuovo come famiglia).

La figura del padre assume un ruolo importante. Inizialmente vista come una persona che non si espone mai, come un vigliacco, che non si è preso le sue responsabilità, emerge invece lentamente come un personaggio rispettoso del volere di lei, che per salvare un amore in cui crede, decide di rimanere in disparte (lui deve quasi smorzare l’entusiasmo di lei), nascosto in un mondo così feroce, ma sempre presente con lei. Il padre è un personaggio che esprime la sua parte umana, costretto al suo atteggiamento di silenzio perché non può incidere, in quella realtà, in nessuna maniera, ed alla quale comunque attribuisce un valore, perché quel sistema di vita appartato era funzionale a sopravvivere in quelle condizioni.

Un personaggio che con quel comportamento consente ad Hester di realizzare completamente il suo progetto. Ma anche lui ha un suo progetto, ha una vocazione, e di fronte all’amore che prova per la donna, deve scegliere, ma, forse, non è ancora pronto e quindi fa un cammino, un cammino che lo porta alla scelta. Nei suoi conflitti, nelle sue fragilità, che manifesta apertamente, non corrisponde affatto all’immagine dell’uomo sempre forte e virile che sa scegliere all’istante, che ci piace tanto vedere nei film . La sua invece è una elaborazione graduale.

Il ruolo del marito Roger, nella dinamica della storia, finisce con il rafforzare significativamente il progetto d’amore di Hester ed Arthur. All’inizio, violentemente ancora innamorato della moglie, non ha lo strumento per sconfiggere questo amore nato tra i due protagonisti e tenta così in tutti i modi di distruggere almeno il loro destino.  In fondo non appare essere un personaggio negativo (anche se gli stessi indiani ne sono spaventati, credendo che fosse posseduto), perché rispecchia lo stato d’animo di una persona che non si aspetta un tradimento di questo tipo. Ma tutto giustifica l’odio? Roger alla fine, sbagliando persona e facendo pagare ad un altro il prezzo del suo odio, rinnova un rituale (l’uccisione di un nemico e lo strappo dello scalpo), riprende un modello indiano di guerra per esprimere il suo odio, per esercitare la sua vendetta.

C’è una domanda che circola inquietante: Arthur è stato un vigliacco a non dichiarare di essere il padre della bambina e a lasciare che Hester stesse tanto tempo in prigione?  A questa domanda viene cercata una risposta non guardando solo la figura di Arthur, ma ponendo la questione all’interno del progetto di coppia che Hester ed Arthur hanno.

Hester ed Arthur si alternano vicendevolmente nelle scelte da fare in favore della coppia; proprio questa alternanza di decisioni, da parte di lui o da parte di lei, porta secondo alcuni ad escludere una vigliaccheria in Arthur.

Confessando, Arthur avrebbe ottenuto di gratificare il suo perfezionismo, religioso e personale, avrebbe sacrificato però la coppia. Mentre invece nel momento in cui è determinante che si dichiari, stanno per giustiziare Hester, lo fa. La maturazione della coppia si ha quando verso la fine del film Arthur si rivolge a Dio: “Ci hai visto come amanti, adesso ci vedi come famiglia. Ci hai protetto allora, proteggici anche oggi”. Da quel momento la coppia clandestina diventa una famiglia.

Anche la loro forte passione, dalla quale è nato questo progetto è stata moderata. Sono andati avanti passo per passo, separati tra di loro, come due rette parallele, che però alla fine miracolosamente si sono congiunte. Una forte passione che voglia realizzarsi senza tenere in conto la realtà può portare, invece che alla costruzione, alla distruzione, con tutte le conseguenze relative. Qui, nel loro rapporto, ognuno dei due lascia libero l’altro di decidere quello che vuole.

Nella storia viene presentato un po’ l’inverso di ciò che normalmente si viene presentato come modello di coppia, in cui l’uomo è dei due la parte più in evidenza, socialmente più appariscente (si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, che non appare, non è in prima linea, non è il portavoce, ma è la forza dell’ombra). Nel film c’è invece una donna che è appariscente, è di rottura, ma la forza che lei ha è sostenuta dalla certezza di sapere che c’è un uomo che la ama, e che, nonostante tutto (per alcuni passa anche per vile), è lì.  La sofferenza di Arthur, vista proprio come un travaglio nascosto, in contrapposizione con quella di Hester, è silenziosa (meno appariscente, ma altrettanto grande, per costruire la coppia) e consente ad alcuni di elaborare una riflessione sulla differenza tra il dolore maschile e il dolore femminile. Il dolore femminile appare come un dolore più viscerale, più invasivo, più protettivo, più espansivo. Il dolore maschile invece è un dolore più freddo, più ragionato, più contenuto, però è quello che consente poi di prendere le decisioni; perché nel dolore che si espande a macchia d’olio e che invade tutto decisioni non se ne possono prendere (il dolore dilagante porta solo alla confusione, alla perdita di noi stessi). Nella capacità di essere uniti, questa alternanza, questa possibilità di unire il dolore maschile col dolore femminile, questa sintesi tra una parte più esplosiva, come quella femminile, ed una parte più riflessiva, come quella maschile, si compie quel miracolo che può far crescere la coppia.

Non manca nel dibattito anche qualche diversità di vedute con quanto sopra esposto, che qui si cerca di riassumere.

In alcuni interventi viene detto che Hester e Arthur si amano, ma si sentono colpevoli di aver generato il male, di aver ceduto ad un'illusione.  Il rapporto è dominato dal senso di colpa dei personaggi (che in più momenti si rivolgono Dio chiedendo il perdono) e dalla passività con cui decidono di vivere la loro passione.

Il frutto della loro passione è quindi visto come una punizione, soprattutto dalla protagonista, che non appare come una figura materna (ad esempio nel momento in cui dichiara ad Arthur il tentativo di abortire lavorando), che non mostra di aver fatto una scelta completa, e che invece appare perfetta e senza nessun cedimento, molto rigida, molto determinata, troppo assoluta, proprio per poter affrontare completamente la sua punizione.

Più positivo invece appare il personaggio di Arthur che nelle sue debolezze e vigliaccherie mostra di mettersi in discussione, mostra i suoi tormenti. Si fa, però, completamente ingabbiare nelle decisioni di Hester (come accade per ogni buon padre che si rispetti, che fa tutto ciò che la madre decide, commenta qualcuno). Anche se all’inizio del film viene dipinto come un personaggio particolare, una persona libera (il capo indiano dice: “Tu sei l’unico bianco che da noi viene apprezzato”), però, come nasce la passione verso la protagonista, perde completamente tutte queste sue capacità, risucchiato dalla personalità di lei.

In tutto il film è predominante comunque la parte femminile, che fa scomparire completamente il carattere decisionale maschile. Il ruolo maschile viene in conseguenza assunto prevalentemente dalla collettività, che mette le regole. Ma è un potere “fallico”, che usa il potere contro le idee di amore libero. A risolvere la situazione intervengono gli indiani, che comunque rappresentano una parte istintuale. L’arrivo degli indiani (ironicamente un intervento parla di una apparizione cinematografica del tipo “arrivano i nostri!”) è una soluzione “buonista”, che preclude ogni possibile altra soluzione che probabilmente ci si aspetta dal protagonista (qualche intervento è proprio arrabbiato con il reverendo Arthur).

Qualcuno tra i presenti ha letto l’opera da cui è stato tratto il film ed ha presentato dei rilievi critici che si riportano. Il film non rispecchia fedelmente la storia narrata da Nathaniel Hawthorne nel romanzo omonimo del 1850. Un romanzo incentrato sul tormento di Arthur, protagonista maschile (l’esatto contrario del film); un romanzo espressione di un sistema sociale irrigidito nel suo moralismo, in cui non vengono celebrati la forza e la purezza dei sentimenti a discapito delle convenzioni sociali, ma in cui ad uscire vincenti sono i rigidi canoni del puritanesimo.

La dimensione storico-sociale è trascurata a scapito di quella romanzesca, quella antropologica si riduce a qualche fugace accenno di colore agli indiani, per altro visti negativamente come dei selvaggi; il tormento psicologico-spirituale di Arthur ossessionato dal senso di peccato, come pure le riflessioni religiose ereticali della protagonista, sono risolte con affrettata superficialità e alla fine sembra che l’unica soluzione possibile sia la rivolta degli indiani, che diventano lo strumento di rivolta ad uno schema dove il più crudele è proprio l’occidentale, il più istruito, il medico marito di Hester, che non perdona perché ritiene legittimo perseguitare il reo in quanto tale (e ritualizza in modo selvaggio il suo odio).

Trascrizione a cura di Fabrizio Selvaggio