EUNOMOS CLUB

Il Segreto dell’isola di Roan - 14 Dicembre 2002

Donne che corrono coi lupi - Il mito della Donna Selvaggia

a cura di G.M. Lopez e M. Crescimbene

Clarissa Pinkola Estés

È una analista (che da oltre 20 anni insegna ed esercita la professione). E’ stata direttrice del C.G. Jung Center di Denver e ha conseguito il dottorato in etnologia e in psicologia clinica.

Introduzione

In ogni donna si nasconde un essere “naturale” e selvaggio, una forza potentissima, formata da istinti, creatività passionale e un sapere ancestrale. Il suo nome è “Donna Selvaggia” ma purtroppo identifica una specie gravemente minacciata. Benché la sua presenza sia innata, secoli di cultura e civiltà l’hanno soffocata, domata, talvolta annullata, repressa, usata, strumentalizzata, incanalata in degli stereotipi.

In questo modo si è sciupato un tesoro inestimabile e si sono tarpate le ali a ciò che invece è quanto di più vitale nell’animo femminile.

In questo libro l’autrice riprende e analizza alcuni racconti, favole, miti, tra cui ricordiamo:

  • La Loba (La Lupa). Una vecchia donna che vive da sola nel bosco raccoglie le ossa dei lupi per ridargli la vita. Il lupo tornato in vita sembra essere una donna che corre libera e felice tra i boschi.
  • Barbablù. Barbablù era un gigante con una barba blu, che corteggiava tre sorelle, un giorno le invitò a fare una passeggiata nel bosco sui cavalli. Dopo la passeggiata due sorelle decisero di non rivedere più Barbablù, mentre la più piccola sì. Si sposarono e andarono a vivere nel castello di Barbablù. Un giorno Barbablù, dovendo partire, disse alla moglie che poteva visitare tutte le stanze del castello, ma che non poteva usare una chiave che apriva una stanza proibita. Presa dalla curiosità, la moglie usò invece la chiave per aprire la stanza: dentro vi erano tutte le spose di Barbablù uccise. La chiave le cadde e si sporcò di sangue, cercò di pulirla ma non vi riuscì. Al suo ritorno, Barbablù si accorse che la moglie aveva usato la chiave e la trascinò nella stanza vietata per ucciderla, come le altre. Ma arrivarono in tempo i fratelli e le sorelle di lei e uccisero invece Barbablù.

 

  • Il brutto anatroccolo. Dalla covata di mamma anatra esce un anatroccolo diverso dagli altri, brutto e sgraziato. Cacciato dal branco il brutto anatroccolo sopravvive al duro inverno. A primavera vede degli esseri bellissimi nello stagno, dei cigni, e si avvicina convinto che lo scacceranno e forse gli daranno la morte. Ma quando arriva vicino ai cigni guardando la sua immagine riflessa nell’acqua si accorge di essere anche lui un cigno.

 

  • Scarpette rosse. C’era una volta una piccola orfana che non aveva scarpe da mettersi. Allora se ne confezionò un paio fatte di stracci rossi. Passò una signora su una carrozza, la vide e la invitò ad andare a casa sua. Arrivata a casa, la signora le gettò via tutti i vestiti vecchi, anche le sue scarpette rosse. Quando arrivò il giorno della cresima, nel negozio la bambina si scelse un paio di scarpette rosse, la signora ormai non ci vedeva più bene e non se ne accorse. Andò in chiesa con le sue scarpette rosse e tutti la guardavano meravigliati. La vecchia signora le disse di non mettere più quelle scarpe, ma lei non ne poteva fare a meno e in più, man mano che passava il tempo, lei non poteva stare ferma, doveva danzare, danzare. Alla fine non riusciva a stare più in casa e andava in giro senza mai fermarsi. Arrivò un giorno alla casa di un boia e gli chiese di tagliarle le cinghie delle scarpe, ma il boia non ci riuscì. Allora si fece tagliare i piedi con tutte le scarpe. Così si poté fermare.

Il film che vedremo stasera “Il segreto dell’isola di Roan” narra una leggenda dei paesi nordici: le donne-foca (selkies). Nella leggenda si racconta che le selkies, in alcune giornate, vengano a terra e che, toltasi la loro pelle di foca, si trasformino in delle donne bellissime.

Questa storia viene raccontata da molte popolazioni: celti, scoti, le tribù indiane dell’America nordoccidentale, le popolazioni siberiane e islandesi. La storia assume vari nomi: la fanciulla foca, la piccola foca, carne di foca. L’autrice la intitola “Pelle di foca, pelle d’anima”.

Pelle di foca, pelle d’anima

In questa terra dove i venti soffiano tanto forte che tutti devono indossare giacche a vento, stivaletti e berretti, viveva un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance. Desiderava tanto una compagnia. Una notte raggiunse un grande scoglio in mezzo al mare e vide delle donne nude, bellissime, che danzavano. Erano le donne-foche, le selkies, che toltesi le loro pelli si erano trasformate in meravigliose creature. L’uomo saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca lasciate dalle selkies. Finita la danza tutte ripresero le loro pelli eccetto una. L’uomo si fece coraggio e chiese alla donna: “Vuoi sposarmi?”. E la donna rispose: “No, io appartengo a coloro che vivono nel mare”. L’uomo insistette: “Sii mia moglie, tra sette estati ti restituirò la tua pelle”. E la selkie accettò. Ebbero un bambino e la madre raccontò al bambino le storie delle creature che vivevano nel mare. Con il passare del tempo la pelle della donna cominciò a seccarsi, le caddero i capelli, le sue rotondità presero ad avvizzire, perse la vista. Una notte il bambino fu svegliato dalle urla di sua madre che chiedeva al marito di restituirle la sua pelle perché i sette anni erano trascorsi. Ma il marito non voleva perché non sopportava di essere abbandonato e non voleva che il loro bambino restasse senza madre. Il bambino amava molto sua madre e temeva di perderla e pianse fino a crollare nel sonno, poi si svegliò, corse alla scogliera, inciampò in una pietra e sotto trovò la pelle di foca. Egli corse verso sua madre e le restituì la sua pelle. La donna lo accarezzò e accarezzò la pelle, grata perché entrambi erano salvi. Ella voleva restare col suo bambino ma qualcosa la chiamava. Si volse verso di lui con sguardo di grande amore. Soffiò il suo respiro nei polmoni del bambino tenendolo sotto il suo braccio, come un oggetto prezioso. Si tuffò in mare, sempre più in fondo, fino a raggiungere la grande foca argentea, la quale come vide il bambino lo chiamò “nipote”. Passarono sette giorni, e gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò la sua rotondità. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia nonna foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro, risalirono le acque e lo poggiarono delicatamente sulla riva. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te”. Passò il tempo e il figlio della selkie divenne un grande suonatore di tamburi, cantore e artefice di storie e si disse che tutto ciò accadde perché da piccolo era sopravvissuto sott’acqua ed era stato riportato dalle profondità del mare dalle foche. Ora, nelle grigie mattine lo si vede con il suo kayak ancorato a parlare con una certa foca. Molti hanno cercato di catturarla ma nessuno c’è mai riuscito. E’ nota come TANQIGCAP, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi siano capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Qui finisce la storia.

La foca è uno dei simboli più belli dell’anima selvaggia.

Nel mondo della natura le foche sono creature speciali che nei secoli si sono evolute e adattate. Queste creature vengono a terra soltanto per partorire e allevare i piccoli, come nella storia della donna-foca. La foca si dedica intensamente al suo piccolo per circa due mesi, amandolo, proteggendolo e nutrendolo unicamente con le sue riserve. In quel periodo il piccolo, che alla nascita pesa circa 15 Kg, quadruplica il suo peso. Solo allora la madre torna al mare e il piccolo ormai cresciuto è pronto per iniziare una sua esistenza indipendente.

Nel racconto “Pelle di foca, pelle d’anima”, la pelle può rappresentare la natura femminile selvaggia. La pelle di foca rappresenta il contatto con l’anima.

Quando la donna si trova in contatto con la sua anima è pienamente centrata su di sé.

L’autrice intitola questo capitolo “A casa: il ritorno a sé”. Con questo l’autrice vuole intendere che il contatto con l’anima si ha ritornando a casa. Un luogo reale o simbolico dove possiamo metterci in contatto con la nostra anima.

Come la foca perde la sua pelle, così la donna perde il contatto con la sua anima.

Come la foca ritrova la sua pelle, così la donna ritrova la sua anima selvaggia. E come la foca torna nel mare così la donna “torna a casa”.

Che cos’è l’anima?

L’anima selvaggia della donna è intuito, è stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni o dai suoi limiti, è parlare e agire per proprio conto in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione. Riprendere i propri cicli naturali, scoprire a cosa si appartiene, considerare la propria dignità e integrità.

La donna selvaggia, in quanto archetipo, è l’aspetto creativo, fantasioso, artistico e poetico. E’ la fonte del femminino, è tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti. E’ veggenza, colei che sa ascoltare, è il cuore leale, è la fonte, la luce, la notte, l’oscurità e l’alba, la vita e la morte.

Ogni donna lontano dal contatto con l’anima alla fine si esaurisce.

Perdere la pelle.

La pelle di foca è, come si è detto, un simbolo dell’anima. La pelle, oltre a dare calore, fornisce anche un sistema di allarme e di protezione. Negli animali come negli essere umani, il pelo si rizza in risposta a  paure, pericoli, forti emozioni. Nelle culture in cui predomina la caccia, la pelle è insieme al cibo il prodotto più importante per la sopravvivenza. La pelle tiene al sicuro e all’asciutto i bambini piccoli, protegge e riscalda le parti più vulnerabili del corpo.

PERDERE LA PELLE E’ PERDERE LA PROTEZIONE, IL CALORE, IL SISTEMA D’ALLARME, LA VISTA ISTINTIVA.

Perdere l’anima per la donna è perdere l’energia per creare, nella famiglia, nelle amicizie, nei suoi obiettivi, nel suo sviluppo personale e nella sua arte.

L’unico modo che ha la donna per non lasciarsi sfuggire la pelle-anima consiste nel conservare una consapevolezza del suo valore.

Nella storia la donna foca si dissecca perché resta troppo a lungo sulla terra. Quando una donna resta troppo a lungo lontana “dalla sua casa”, la sua capacità di percepire come si sente dentro comincia ad affievolirsi, persegue quello che gli altri le richiedono di fare e non quello che desidera. Non percepisce quel che è troppo né quel che non è abbastanza, e vive ai limiti.

Nella storia la promessa fatta dall’uomo diventa una promessa non mantenuta. Anche L’uomo è “disseccato” per essere rimasto troppo a lungo nella solitudine. Ma quale donna non riconosce dentro questo tipo di promessa non mantenuta? Appena avrò finito di fare questo, potrò andare…. All’inizio della primavera o alla fine dell’estate, me ne andrò…. Antepongono i bisogni degli altri ai loro progetti.

Alcune donne restano in una situazione perché temono che le persone a loro care non comprendano il loro bisogno di tornare “nella propria casa”. Ma una donna, per se stessa, deve saper comprendere questo. Quando una donna va “a casa” secondo i suoi cicli, ad altre persone attorno a lei è richiesto di attivarsi. Il suo ritorno a casa consente anche ad altri di crescere ed evolvere.

Nella storia, invece di lasciare il bambino sulla terra o di portarlo con sé per sempre, la donna-foca porta il bambino a trovare quelli che vivono “di sotto”, sotto il mare. Il bambino rappresenta un essere capace di attraversare entrambi i mondi, sia quello terrestre che quello marino. Occupa pertanto un ruolo speciale, il bambino che è sceso nelle profondità e ne è riemerso è un essere capace di vivere sia nel mondo terrestre (che rappresenta il mondo del bisogno del possesso, della donna che si trasforma in donna guaritrice dei mali del mondo) che nel mondo marino (che rappresenta il contatto con l’anima, l’intuizione, la libertà).

Oppure, secondo una nostra lettura, il bambino di questa storia rappresenta un essere capace di vivere a contatto con il mondo materno e con il mondo paterno. La capacità di poter stare sott’acqua rappresenta la possibilità di vivere a contatto con il mondo materno. Mentre la capacità di vivere sul mondo terrestre è la capacità di vivere nel mondo paterno.

In questo modo ci piace concludere il ciclo di questi due anni dedicato il primo al mondo paterno e il secondo al mondo materno.

Presentazione a cura di Graziella M. Lopez e Massimo Crescimbene