IL PROCESSO STAMINALE

L’UOMO, L’UNIVERSO, LA VITA

 

 

La nascita del nostro Universo, secondo la teoria del Big Bang, sarebbe avvenuta con una grande esplosione. In quell’attimo il nostro Universo ha così iniziato a prendere forma, e in quell’attimo ha avuto origine la Vita (dell’Universo che noi conosciamo) e, con essa, il suo Progetto.

Se in quel momento ha avuto origine il “Tutto” (l’essere e il divenire) anch’io ero presente in quel progetto e per questo motivo, sento di poter affermare di essere “polvere di stelle”.

Tutte le forme di vita, avendo quell’unica origine, sono per questo in relazione tra loro e ciò che avviene per il macrocosmo, per analogia, può essere osservato nel microcosmo e viceversa.

            Frequentando l’IPA, ho affrontato in una tesina il tema dei “Buchi neri nell’universo”. Questo studio mi ha offerto una chiave di lettura che mi ha permesso di scoprire, comprendere e affrontare i “buchi neri” che sono dentro ognuno di noi.

            Secondo questo modo di pensare analogico, nella vita biologica le cellule staminali - cellule non differenziate, immature che il genetista Edoardo Boncinelli chiama “cellule bambine” perché, in un certo senso, non hanno ancora deciso cosa faranno da grandi - possono essere paragonate all’attimo cosmico che precede il Big Bang. La peculiarità di queste cellule è di non avere caratteristiche particolari e di poter dare quindi origine a qualunque genere di tessuto e di organo. Esse derivano dalla regione interna dell’embrione prima che si impianti nella parete dell’utero.

            Di cellule ancora non specializzate, tuttavia, se ne trovano anche nei tessuti adulti, e recenti studi indicherebbero che sono altrettanto flessibili e forse con un analogo amplissimo arco di potenzialità.

            Da anni l’attenzione della ricerca si è concentrata su queste piccole cellule primitive per cercare di carpirne il segreto, per comprendere e conquistare cioè la conoscenza ed il pieno controllo dei “comandi” necessari per indicare alle cellule staminali quale tipo di specializzazione scegliere.

            Come l’Universo visto un attimo prima che prendesse forma è tutto e nulla nello stesso tempo, anche le cellule staminali hanno potenziali capacità di trasformarsi in qualsiasi cellula specializzata, sono cioè totipotenti. Potenzialmente, quindi, sono “Tutto” e non avendo ancora preso forma, possono diventare “Tutto” e comprendere “il Tutto”, l’infinitamente piccolo: la materia nelle sue forme minime; e l’infinitamente grande: l’Universo ed ancora oltre, l’Infinito. In esse è già presente il Progetto completo (loro assegnato dalla Vita) dell’individuo che sta per prendere forma: quelle peculiarità (il sesso, le caratteristiche fisiche, le potenzialità intellettuali, la nascita, la capacità di evolversi e di riprodursi, la morte ed ancora, il bene, il male, l’odio e l’amore), che ne determinano l’unicità nell’appartenenza: al suo sesso, alla sua specie, in armonia con tutte le altre specie della biosfera e con l’Universo.

            Freud, in “Al di là del principio di piacere”, asserisce che tutte le pulsioni organiche sono conservative e tendono alla regressione e alla restaurazione di uno stato di cose precedente ed, in conclusione, il fine ultimo di ogni cosa vivente è ritornare allo stato inorganico. E cioè, possiamo aggiungere, di ritornare ad essere polvere di stelle.

            Tornando alle cellule staminali, la loro non-forma e quindi la capacità potenziale di divenire tutto, di esprimere il tutto e perciò, di essere tutto, conferisce loro un’espressione di onnipotenza.

Questo permette loro di superare il limite del finito (rappresentato dalla forma compiuta), e le aiuta quindi a percepire l’Universo, l’Infinito e a sentirsi in sintonia e fuso con esso.

            E’ da quest’inizio “senza i limiti della forma” - che avvicina l’origine di ciascun essere vivente all’origine dell’Universo - che scaturisce il bisogno dell’uomo di trascendendersi. Nell’uomo, ormai limitato dalla sua forma compiuta, deve rimanere memoria di questo antico “incipit” (sia individuale che cosmico). E questo desiderio di superarsi, di affrancarsi dal limite della sua forma attuale, è la spinta propulsiva che lo spinge nella sua continua ricerca di conoscenza, di comprensione di ciò che lo circonda, delle sue stesse origini e quindi delle origini come anche del destino dell’Universo e della Vita stessa. Questo desiderio, quest’impulso vitale è il motore che affranca l’uomo dall’essere puro istinto.

            Di contro, la prerogativa delle cellule staminali - e cioè il non avere forma - genera impotenza perché il non avere forma equivale a “non essere”.

            Una cellula staminale potrebbe divenire una cellula pancreatica, ma non è una cellula pancreatica e quindi non può produrre insulina e pertanto non può trasformare il cibo in nutrimento.

            Se le cellule in-formi non sono ancora diventate occhi, muscoli, ossa, stomaco, fegato, intestini, ecc., non si può né vedere, né camminare, né nutrirsi, cioè non si può vivere. E’ necessario che qualcuno veda, cammini e mangi per esse. Questo qualcuno è la madre.

            Nel passaggio dalla non-forma alla forma, dal non-essere all’essere, il ruolo giocato dalla madre in questa unione simbiotica è fondamentale, anche per superare l’impotenza.

            In questa fase delegare il proprio “essere” alla madre, permette la successiva realizzazione del proprio cammino. Ma questo percorrere l’esistenza non si esprime soltanto nel vivere la propria vita dalla nascita alla morte secondo un’unica dimensione spazio-temporale. 

Quali allora, altre possibili dimensioni dell’essere?

Come abbiamo visto, ciò che permette all’uomo di progredire, di andare avanti è proprio il suo voler ritornare ad essere polvere di stelle. In questo senso la vita, se non poniamo ostacoli al suo fluire, può essere percorsa sia in avanti che a ritroso.

Ma a volte, l’evolversi verso le origini e il fine ultimo può essere interrotto a metà strada dal bisogno simbiotico di unione con la madre. Questo desiderio di voler ritornare nell’utero materno si esprime proprio in quegli uomini che hanno paura di osare, di “andare oltre”, di superarsi. Se questi uomini avessero il coraggio di guardare al di là del loro bisogno di dipendenza dalla madre, scoprirebbero che la simbiosi con la madre, l’unicità con essa non è il vero oggetto dei loro desideri, semmai un oggetto transizionale, “per andare verso”; ed il bisogno di ritornare nell’utero potrebbe nascondere, in realtà, il desiderio di tornare a quella forma primitiva di cellule staminali, luogo d’incontro tra l’uomo e l’Universo.

Il bisogno di fusione con la madre, se vissuto come ”fase transizionale”, permette di dirigere lo sguardo verso un passato molto più lontano, di ripercorrere a ritroso gli stadi di tutta l’evoluzione per comprendere il fine ultimo della nostra esistenza: comprendere l’Universo, l’Infinito, quell’Uno e quel Tutto da cui proveniamo e di cui facciamo parte. E nell’espressione più sublime del suo desiderio, l’uomo potrebbe essere quell’entità che l’Organismo Universo ha creato per cercare di comprendere se stesso.

Si è detto delle cellule staminali che potenzialmente sono Tutto. Ma pur rappresentando il tutto, per continuare ad “essere” quel tutto, fatalmente devono rinunciare ad esprimerlo. Sono la Vita ma non possono esprimere vita: sono tutto e nulla allo stesso tempo. Solo rinunciando alla stabilità possono uscire da quella forma di non-vita. E per essere vitali devono rinunciare al “tutto” per “l’unicità”, devono rinunciare ad “essere” la Vita per “divenire” una vita (un individuo).

La Vita, che è eterna, si esprime divenendo mortale. Le cellule staminali, per trasformarsi in una vita de-finita (cioè in individuo), rinunciano alla Vita in-finita morendo a loro stesse.

Analogamente, il rimanere nella simbiosi con la madre costringe all’indefinitezza, alla non-esistenza, mentre affrontare la separazione accettando il dolore della perdita porta all’individuazione e cioè ad esistere. Sciogliersi da quell’abbraccio mortale significa scegliere di vivere e, realizzando creativamente la propria vita, il proprio progetto, realizzare così il progetto dell’Universo e quello della Vita stessa.

Abbiamo visto che le cellule staminali sono la vita, esprimono la vita, ma nel loro progetto è prevista anche la loro morte. E secondo Freud, il fine ultimo di ogni organismo vivente è ritornare allo stato inorganico. In base a questo principio, la pulsione alla regressione ed alla restaurazione di uno stato di cose precedente, dovrebbe sospingere le cellule staminali a percorrere la strada più breve al raggiungimento dello stato inorganico, vale a dire morire. Ciò a volte accade, ma il più delle volte la vita prende il sopravvento.

Se rispondesse al vero che si nasce per morire, sarebbe molto più semplice per la piccola morula composta di cellule immature morire subito per tornare a fondersi con le stelle. Cosa la spinge allora a non morire ma a superarsi e trasformarsi in individuo? Quella piccola morula è intelligente libera e creativa e può decidere liberamente se vivere o morire, se annullarsi o dare forma ad un nuovo individuo.

Ogni piccola forma di vita può essere paragonata ad una nota che unendosi armonicamente ad altre note contribuisce a comporre la grande sinfonia dell’Universo. Quando un piccolo organismo vivente decide di morire o di accettare la sfida che la vita gli offre, questa sua scelta modifica l’armonia del cosmo.

La Vita quindi “è” e continuamente “diviene” e si trasforma in virtù della libera espressione creativa di ogni forma vivente in funzione armonica con le altre forme viventi. Ma ciò non potrebbe accadere se l’universo non fosse intelligente, libero e creativo. Quando con il Big Bang quest’Universo ha iniziato a formarsi, si è dato le sue leggi fisiche le quali hanno reso possibile l’apparire e l’evolversi della vita cosmica, della vita biologica, della vita culturale, della vita spirituale e della vita artistica.

Anche se una nuova vita nasce nel momento in cui un ovulo ed uno spermatozoo s’incontrano e, rinunciando alle proprie peculiarità, si fondono per dare inizio ad una nuova forma di vita simile ma diversa, il primo vero atto di vita dell’individuo si esprime quando l’embrione, contenente cellule indifferenziate, decide di impiantarsi nell’utero. E’ allora che questo embrione, già dotato di intelligenza, libertà e creatività, decide di utilizzare l’energia vitale e creativa che la Vita gli offre e sfruttando i mezzi offertigli dall’Universo realizza creativamente la scelta di vivere iniziando a de-finirsi. E’ la sua prima espressione di libertà, di intelligenza e di creatività e, quindi, di esistenza del nuovo individuo.

Durante lo sviluppo fetale, attraverso stadi successivi di divisione e differenziazione, le staminali daranno vita a linee cellulari sempre più specializzate, che al termine del processo avranno assunto ciascuna la sua specifica funzione: cellule del fegato, delle ossa, dei muscoli o del sangue, ognuna con una sua identità definita ed immutabile.

Questa fase che segna la nascita dell’individuo può essere paragonata all’atto creativo del nostro universo, la grande esplosione del Big Bang in cui tutto ha avuto inizio, compresa la mia esistenza, anche se poi sono dovuti passare milioni di anni prima che la Vita potesse esprimerla. Questa lunga evoluzione, ora è tutta presente in me: sono polvere di stelle, così come sono il primo organismo unicellulare apparso sulla terra e tutti i procarioti e gli eucarioti1 che si sono succeduti nella scala evolutiva; e sono i miei genitori, i miei nonni, i miei avi e tutti gli organismi viventi e non, terrestri, intracosmici e ultracosmici che hanno permesso loro di essere e vivere la propria esistenza in quella maniera e non in un'altra, per poter infine arrivare ad essere quella che io sono adesso e che, fondamentalmente, è frutto di tutta questa coralità.

E’ il fluire della Vita che crea gli universi e tutto quello che in essi esiste. E’ la Vita che si esprime in me e attraverso me la Vita può continuare ad esprimersi.

La Vita è come un fiume che scorre in continuità, passando costantemente da una forma di vita all’altra attraverso il ciclo della morte e della rinascita. Tante vite nascono e tante vite muoiono. Le forme scompaiono la Vita resta: il divenire e l’essere intimamente ed indissolubilmente legati.

Gli scienziati dicono che per creare una galassia ellittica, ci vuole la fusione di due galassie a spirale. Una galassia ellittica può dare origine ad un buco nero alimentato dalla massa di stelle che vi precipitano dentro. All’interno di questo buco nero può nascere un nuovo universo.

Anche la nostra vita è e diviene continuamente in un ciclo continuo di nascita e morte: l’ovulo e lo spermatozoo devono morire per dare vita alla prima cellula del nuovo essere, le cellule staminali devono morire per far nascere un individuo autonomo, e così via.

Seguendo questo flusso vitale fino ai confini dell’essere, la tensione spinge ad andare oltre la “de-finizione dell’essere” sino a trascendere questo Universo e portare l’esistere in una dimensione dove tutto può nuovamente essere perché tutto ha già avuto luogo, così come nella dimensione staminale tutto aveva ancora bisogno di essere (G. Ceccarelli).

La continua spinta alla trascendenza di ciò che è, possiamo pensare che conduca l’Universo e la Vita a trascendere la tensione “essere-divenire” fino a fondere le due polarità della tensione: l’essere che è e diviene nello stesso tempo, l’essere che è divenire e il divenire che è essere.

La Vita e l’Universo pervengono all’Atto Puro, sintesi di Essere e Divenire. La Vita è pronta ad un nuovo Big Bang, l’Atto puro si espande, genera nuova Vita, forse Vita che non avrà più bisogno di esprimersi attraverso le polarità Essere-Divenire, una Vita che possiamo immaginare assumere la forma dell’immortalità, in quella particolare forma di cui traiamo tracce in ciò che percepiamo avvenire nell’opera d’arte, sia artistica sia esistenziale, di questo Universo.

 

Laura Imbroisi – con un contributo di Giancarlo Ceccarelli